Il cerchio che si chiude

Inginocchiato e festante. Dite, non sembrava il Federer delle vittorie a Wimbledon? E dopo, con gli occhi lucidi sulle note dell’inno? Rafa Nadal ha chiuso il cerchio, ricomponendolo in due esatte metà, venti Slam a testa, uguali eppure difformi per natura ed emozioni, ma tutti assieme straordinari per l’abbagliante bellezza che spargono sul nostro sport. Venti titoli confezionati da mani artigiane e da pensieri che hanno reso ancora più nobile il tennis. Il gioco dei re ha sempre avuto due sovrani in questi ultimi venti anni.

Lo sapevamo, li abbiamo accompagnati, in qualche caso ce ne siamo appropriati, anche solo per descrivere che cosa sia la bellezza dello sport. Ora il quadro si è ricomposto. I due Greatest of All Time sono appaiati, l’uno con le pepite estratte dalla terra più bizzosa che vi sia, l’altro con un tennis che solo lassù, nel paradiso degli sport, è possibile giocare. «È stato di Roger il primo messaggio, esultava per me», ha rivelato Rafa. «Mi ha fatto piacere. Ho condiviso con lui tutta la carriera, c’è rispetto fra di noi, e anche a me fa piacere quando è lui a vincere»

Nel cerchio per Novak Djokovic non c’è posto. Non sono i numeri a escluderlo. Era a un passo da Rafa e a due da Federer, gli basterà ritrovare gli ardori che ieri sono apparsi annacquati per rimettersi in gioco e appaiare i fuggitivi, forse superarli, come ha già fatto nei Masters 1000 e negli scontri diretti (29-27, su Rafa). Ne ha facoltà… Ma il cerchio resterà riservato a chi gli ha dato forma definitiva, nel gioco dei contrasti e delle contrapposizioni che ha fatto da pentagramma alla colonna sonora di questi anni del tennis. Roger e Rafa rappresentano lo yin e lo yang del nostro sport, il bianco e il nero che sono alla base di tutto, della stessa natura delle cose. Sono perfetti così.

Tredici volte il Roland Garros è un concetto che va oltre l’umana comprensione. Non sono tredici scudetti di fila, sono 91 match condotti in porto senza errori né cedimenti. Sono centinaia di ore di tennis vincente. Chilometri di corsa. Situazioni vissute sul filo. E raccolgono insieme migliaia di colpi preziosi. È l’infinito che assume dimensione umana. Rafa ieri ha firmato la vittoria numero cento sulla terra rossa di Parigi. Ha giocato 102 match, ne ha persi appena 2. Dalla prima volta in cui si presentò, era il 2005, è cambiata la disposizione dei campi, ne esistevano alcuni che oggi non ci sono più. Mentre lui vinceva, il Roland Garros è cambiato. Non stupitevi se qualcuno, ormai, lo considera una tradizione. Rafa a Parigi va oltre le cose, è come un’essenza divina che tutto governa dall’alto.

A Djokovic è mancata proprio questa capacità di andare oltre se stesso. Ha giocato da Djokovic, ed è stato subito chiaro che non sarebbe bastato. Sullo scacchiere della finale, Rafa ha avuto sempre una mossa in più da proporgli. Sembrava comandarlo, tirando i fili dall’altro capo del campo. Lo invitava a scambiare sul rovescio, e gliene spediva tre diversi, uno fra i piedi, uno in guisa di pallettone svolazzante, infine uno stracco come uno straccio, e quando il serbo faceva la sua mossa, lo infilava con uno dei suoi colpi a catapulta, a sbrecciare le righe del campo. Dice: «Ho giocato bene, lo so. Nei colpi e nelle scelte tattiche. Una partita che mi inorgoglisce, su un terreno diverso dal solito e non così adatto alle mie caratteristiche. Sono stato bravo».

Non era il miglior Djokovic? Può darsi. Ma il tennis è da sempre un gioco d’incastri e quando le cose non collimano, tutto sembra frammentario e privo della necessaria luminosità che portano con sé le trame migliori. In realtà è stato un confronto combattuto, persino aspro. Il primo set è durato 45 minuti, come nei match più guerreggiati, ma il risultato è stato 6-0 per Rafa. Nole si è trovato quattro volte ai vantaggi, ha avuto una palla per chiudere il primo game sulla sua battuta, e Nadal gli ha chiuso tutte le strade percorribili. Lo stesso è accaduto nel secondo, anche dopo che Djokovic è riuscito a interrompere la slavina che lo stava trascinando ai piedi di Rafa. Ha vinto un game, ma di lì a poco si è trovato brekkato altre due volte, consecutivamente. Nel terzo si è visto più gioco, ma solo perché Rafa, ottenuto il break non ha spinto come doveva per conservarlo. Nole lo ha agguantato, è andato in testa. Fino al 5 pari. Lì Rafa ha trovato un nuovo break e la chiusura del match.

«Mi ha battuto su tutti i fronti», ammette Nole. «Ci ho provato in molti modi diversi, soprattutto con il drop shot, ma erano armi spuntate». Trentatré smorzate, alcune del tutto evitabili. Rafa ha vinto ottenendo di più dal servizio (il 67% dei punti vinti, contro il 50%), dalle palle break (7 su 18, contro 1 su 5), dai vincenti (31, con 14 errori contro il 38/57 di Nole). Ventinove i punti ottenuti in più. «Nel 2021 io ci sarò». È una promessa, sembra una minaccia.