Us Open, verso la finale: i dubbi di Zverev contro l’amico Thiem

Anche Aleksandr Aleksandrovic ha un nodo davanti a sé. Da tagliare o districare, ma non da aggirare. Il mito vuole che esso si ripresenterebbe, ineludibile e ineluttabile. Se un tipo del genere non vi evoca lontane memorie scolastiche, basta aggiungere l’epiteto più banale che vi sia, il Grande per esempio, o Magno per intonarsi maggiormente al periodo, e la vicenda che forse prese vita nel 333 avanti Cristo, a Gordio, capitale della Frigia, vi apparirà in tutta la sua moderna concretezza, e per questo applicabile anche al tennis. Magari proprio al tennis di Aleksandr Aleksandrovic Zverev, più comodamente ribattezzato Sascha, che a 23 anni giunge finalmente a tu per tu con un titolo dello Slam, dal quale lo separano due nodi decisamente intricati: quel suo tennis di altissime prospettive fondato su presupposti completamente errati, e Dominic Thiem, l’avversario che ha sempre sofferto più di ogni altro.

C’è chi sostiene che il nodo che fece di Gordio la città di passaggio per chiunque pretendeva lo scettro dell’Asia, non rappresentasse altro che la cultura medio orientale, il modo stesso di ragionare di quei popoli, sul quale il taglio a fil di spada operato da Alessandro Magno impose l’avvento di una cultura più essenziale. Tradotto in termini moderni… È un’ora che parli ma non si capisce che vuoi, e io ci do un taglio.

Lo stesso – con tutte le proporzioni del caso – è chiamato a fare Sascha, sempre che la seconda parte della sua semifinale non abbia già avviato l’opera definitiva di taglio e ricucitura del suo tennis, fino a oggi (compresi i primi due set contro Carreno Busta) del tutto contrario alle doti fisiche e tennistiche del tedesco di genitori russi. In quei primi due set Sascha ha colpito di servizio alle sue fantastiche velocità (una seconda a 137 miglia, che sono 220 chilometri orari, per dire), per poi rimbalzare all’indietro, invece che completare l’opera di smantellamento con il colpo successivo. Grande, grosso e dubbioso il nostro. Non fifone, nessuno potrebbe dirlo, ma tentennante. Glielo disse anche Federer, di avanzare il raggio di azione, se non fino alla riga di fondo, quanto meno nei pressi della stessa. E lui ci ha provato (le Atp Finals del 2018 le vinse così), ma tende a dimenticarlo, o peggio, a ritenere che i colpi gli partano meglio con più spazio a disposizione. Persi i primi due set senza colpo ferire, il Magno Sasha ci ha dato un primo taglio, be’ insomma, un taglietto, e si è portato avanti sul campo, sottraendo allo spagnolo il tempo per replicare come aveva fatto fin lì. Ci crederete o no, ma non c’è stata più partita.

Avveduto e più maturo (a 26 anni si è ancora giovani, nel tennis? Bella domanda…), Thiem si è sottratto alla pressione di Daniil Medvedev con un’accurata mossa tattica. Ha certo proseguito nel suo esercizio di colpire forte tutto ciò che gli capitava a tiro, ma lo ha fatto una volta per affondare il colpo, un’altra per imporre un ribalzo alto e un’altra ancora per agganciare la rete. Una bella dimostrazione di qualità tennistica, per un match nel quale Daniil la Matrioska si presentava con ottime chance. Conto finale, 22 punti a rete su 29 tentativi di Dominic contro i 18 (su 26) del russo.

Thiem che va a rete? Già. Chi cambia per primo se stesso, prende un vantaggio. È una regola da tenere presente per una finale giocata da due che non hanno mai vinto nello Slam. Thiem è avanti 7 a 2 negli scontri diretti. In palio c’è una vittoria che insedierà il 150° vincitore nella lista degli Slam. E forse il tennis si avvierà verso il futuro. Chissà…