Il tapiro d’oro di Djokovic, le scuse non convinte e la “sacra famiglia”

NoVax DjoCovid… Il web ha la battuta pronta, e il nickname che sembra un refuso l’hanno appiccicato a Novak Djokovic in via diretta, come un Tapiro d’Oro a chi l’ha combinata grossa. Geniale, però. Due parole per dire che il tennista contrario a ogni tipo di vaccino, anche quello anti-Coronavirus se mai verrà scovato, lo sportivo che si sente prescelto da lassù, nell’alto dei cieli, da ieri è alle prese con il Covid-19. Lui e la moglie, signora Jelena (ma non i figli, per buona sorte).

Categoria asintomatici, così parlò il tampone, test che negli ultimi giorni aveva già fermato Borna Coric e poi Grigor Dimitrov e Viktor Troicki, con la moglie di quest’ultimo e Marco Panichi, preparatore atletico di Djokovic, secondo l’ormai noto schema geometrico che ha spinto il virus ad appropriarsi del mondo… Prima uno, poi due e dopo quattro, otto e così via. Tutti partecipi dell’Adria Tour, evento organizzato con mano leggera (loro ribattono «comunque rispettosa delle norme vigenti nei nostri Paesi») dalla famiglia Djokovic, già assurto alle cronache preoccupate dei medici sportivi per le tribune assiepate di spettatori e per la festa sin troppo spensierata svoltasi al termine della tappa di Belgrado, sulla pista da ballo del Lafayette Cuisine Club, fra vorticose danze e calorosi assembramenti non protetti. La movida del tennis… O meglio, la covida. Forse andrebbe chiamata così.

Piccole cronache imbarazzanti di un’estate scossa dalla voglia di uscire dalle regole? Via, siamo seri. Non c’è niente di piccolo – se si resta nella dimensione tennistica – quando di mezzo c’è il numero uno, per di più presidente del board Atp e uno dei conclamati Fab Four. Proprio niente. Da Djokovic era logico aspettarsi ben altro, un comportamento più in linea con ciò che rappresenta, per lo sport e per decine di migliaia di appassionati. Un comportamento più aderente alle faticose scelte prese dall’Atp, che ha rimandato fino all’ultimo la ripresa del circuito e solo da pochi giorni ha tracciato il calendario che dal 14 agosto (a Washington) a porte chiuse, o semi-aperte, vedrà di nuovo in campo i professionisti. Sempre che “l’affaire DjoCovid” non imponga nuovi ripensamenti, e nuovi rinvii. Se ne rende conto di questo, Nole?

Se il Djoker non è d’accordo con i provvedimenti presi, la strada da percorrere la conosce, inutile arrivare al punto da rendere inconcepibile il suo stesso ruolo di capo del Board. Basta dimettersi. Altrimenti si applicano ai tornei che si organizzano le regole dettate dal proprio sport, in aggiunta a quelle in vigore nel proprio Paese. Il rimbrotto che gli rivolge Andrea Gaudenzi, presidente Atp, va oltre l’amabilità con cui viene dettato e la dice lunga sui sentimenti che corrono oggi fra vertice dirigenziale e numero uno del tennis: «È un po’ come quando dici ai tuoi figli che cercano di imparare ad andare in bicicletta che devono indossare il casco. E loro rispondono “no, no e no”. Poi vanno in bici, cadono e capiscono che il casco andava messo».

«Ora sappiamo tutti che il virus può essere contratto molto facilmente», prosegue Gaudenzi, con tono pacato ma risoluto. «Quindi staremo ancora più attenti e forse avremo un po’ più di tolleranza verso la bolla. Ovviamente dispiace per i giocatori, vogliamo che si riprendano il prima possibile. Sappiamo che ci sono state molte critiche, ma dobbiamo stare tutti attenti ed essere consapevoli che, anche con misure estreme, potrebbero esserci delle positività. Corriamo tutti il rischio». Alle parole si aggiunge il comunicato dell’Atp che, nell’augurare ai tennisti positivi “dopo il coinvolgimento nell’Adria Tour” un recupero rapido e completo, “continua a sollecitare l’adesione rigorosa al distanziamento sociale responsabile e alle linee guida in materia di salute e sicurezza per contenere la diffusione del virus”. Una varietà di precauzioni e protocolli “in base alle ultime informazioni mediche” è stata pianificata nelle riunioni che hanno condotto al varo del calendario. È questa la “bolla” cui si riferisce Gaudenzi, la stessa reclamata a gran voce dai media croati, forse i più feroci nel giudicare Djokovic (a parte il collega Kyrgios, che ha definito il circuito “un’idea da stupidi”). Il torneo di Zara, inserito fra quelli dell’Adria Tour, è stato sospeso, e il comportamento di Djokovic, che ha fatto ritorno in Serbia prima di sottoporsi al tampone, stigmatizzato. “Abbiamo dimenticato ciò che è accaduto in Italia e messo a rischio migliaia di persone perché qualcuno voleva colpire la palla”, scrive un quotidiano croato. E incalza… “Ora deve dimettersi la nostra intera Associazione tennistica”. L’immagine e la credibilità di Nole ne escono offuscate? Ne sono tutti convinti.

La difesa d’ufficio del campione serbo tira in ballo le finalità filantropiche del Tour. «Tutto è nato per raccogliere fondi e indirizzarli verso le persone bisognose». Ma non è in discussione l’attenzione sempre espressa da Nole in campo umanitario, spesso protagonista di donazioni importanti e generosissime. Si discute di un piccolo circuito che sta facendo un grande danno, che con altre regole poteva essere probabilmente evitato.

L’estate del Numero Uno lo ha fatto conoscere in maniera diversa. Ma se sulle polemiche verso Federer (“invidioso”, dice papà Sdrjan, “arrogante”, punge la mamma, Dijana), sulle fesserie del potere della mente che purifica l’acqua, sulle frasi anti-vaccino, sulle polemiche per le misure di sicurezza varate per gli Us Open, e finanche sul sentirsi “prescelto da Dio”, si può chiudere un occhio, considerandolo magari ciarpame ma attinente alla sua visione di se stesso e della vita. Più difficile farlo verso la mancata ammissione degli errori commessi e la dovuta assunzione di responsabilità. Ha tempo per ripensarci, NoVax, pardon, Novak… Lo faccia.