Gauff ai manifestanti contro la morte di George Floyd: “Non smettete di far sentire la vostra voce”

Una settimana dopo la morte di George Floyd, gli Stati Uniti ribollono ancora per le fortissime proteste di tutta la comunità afroamericana nel chiedere giustizia per il cittadino di Minneapolis brutalmente ucciso dalla polizia in mezzo alla strada e per ottenere, dopo secoli, un trattamento più civile.

Le manifestazioni hanno toccato ufficialmente ogni stato, dall’Alaska alla Florida con anche le Hawaii, svalicando i confini e arrivando nelle zone più remote del pianeta con enormi eventi in Europa ma anche in Australia, Nuova Zelanda, Giappone e addirittura la Siria, dove un ragazzo ha dipinto l’immagine di Floyd e delle sue ultime parole “I can’t breath” sulla parete della sua cada devastata dai bombardamenti del regime.

Come scrivevamo domenica, la situazione è grave anche perché un’esplosione di rabbia di questo livello non si verificava, pare, da almeno una cinquantina d’anni. Floyd non è il primo, non sarà l’ultimo probabilmente, sicuramente non è la sola persona per cui tutta la comunità di neri si è riversata per le strade. Ed è bene sottolineare ancora una volta, come già fatto domenica, che la grande maggioranza di queste proteste sono perlopiù pacifiche. Come in ogni evento di questa carica, però, c’è una piccola parte che crea scompiglio e rischia di macchiare il movimento Black Lives Matter che è nato 6 anni fa in forma pacifica: la loro volontà non è quella di devastare e saccheggiare, ma di far capire il messaggio che anche loro hanno una dignità. Per questo se al grido di “Black Lives Matter” rispondete con “All Lives Matter” (tutte le vite hanno rilevanza) state sbagliando completamente: dire “All Lives Matter” è di una banalità che assume sfumature scomode, perché sono i bianchi che reagiscono così finendo per distogliere l’attenzione dal problema principale, la lotta della black community contro l’enorme disparità con cui hanno a che fare quotidianamente malgrado la quasi totalità di loro sia non solo regolare cittadino USA ma lo sia da diverse generazioni.

Così, come abbiamo visto, il movimento ha coinvolto persone di ogni genere, ha coinvolto personalità di spessore, ha visto soprattutto due tenniste prendere parte attivamente alle manifestazioni. Naomi Osaka prima e Coco Gauff ora. 22 e 16 anni. La prima a marciare a Minneapolis e a Los Angeles, la seconda ora dietro a un microfono e rivolta al pubblico di Delray Beach, città natale. Supportatesi a vicenda sui rispettivi profili social, attivamente protagoniste “in campo”. Non c’è da esultare, o romanzare troppo, dietro alla vicenda, perché basta sentire la voce addolorata di Gauff per capire come tutto ciò sia parte di un sistema fortemente sbagliato. Queste le sue parole:

“Mi chiamo Coco e sono qui con mia nonna e penso che sia triste il fatto che mi trovi qui a protestare per la stessa cosa che lei fece oltre 50 anni fa. Sono dunque qui, ragazzi, per chiedervi innanzitutto di amarvi l’un l’altro, non importa che cosa succeda. Noi dobbiamo avere conversazioni difficili coi nostri amici. Ho avuto conversazioni abbastanza dure lungo tutta questa settimana per cercare di educare i miei amici non-neri, e spiegare come possono cercare di aiutare il nostro movimento. Secondo, dobbiamo agire e siamo qui a protestare ed è vostro dovere votare per un futuro migliore per me, per i miei fratelli e per il vostro futuro. Terzo, voi dovete usare la vostra voce. Non importa quanto piccola o grande la vostra piattaforma sia, non smettete di far sentire la vostra voce. Come dice Martin Luther King: ‘Il silenzio delle buone persone è peggio della brutalità delle cattive persone. Non rimanete in silenzio, perché se scegliete il silenzio, scegliete la parte degli oppressori. Non dite: ‘Non è un problema mio’. Se ascoltate black music o vi piace la black culture o avete amici di colore allora questa è anche la vostra battaglia. Non è il vostro lavoro, non è vostro dovere aprire bocca e dire che oh sì adorate questo cantante ma non ve ne frega assolutamente nulla di George Floyd. Spiegatemi come tutto ciò abbia senso. Voglio dei cambiamenti ora ed è molto triste che ci sia voluta la vita di un altro nero per portarci a questo, ma dobbiamo capire che questa situazione va avanti da tanti anni, non è solo questione di George Floyd, ma è questione di Trayvon Martin, Breonna Taylor… Avevo 8 anni quando Trayvon fu ucciso, ne ho 16 ora e non è successo ancora nulla e sono qui a chiedere ancora cambiamenti. E mi si spezza il cuore, perché sto lottando per il mio futuro dei mie fratelli, dei miei futuri figli e dei miei futuri nipoti. Le cose devono cambiare ora e prometto a tutti voi che userò la mia piattaforma (social, nda) per divulgare valide informazioni, divulgare conoscenza e combattere il razzismo. La vita dei neri è da sempre importante”.