Maria Sharapova, un’icona che ha cambiato il tennis

photo credit: @Jimmie48/WTA

Martedì 26 febbraio 2020 si è chiusa ufficialmente la carriera da tennista di Maria Sharapova. La ragazzina russa partita col papà Yuri per gli Stati Uniti in cerca di un futuro, capace di farsi le ossa e costruire un impero mai visto di queste proporzioni, ha dato l’annuncio un po’ a sorpresa di aver già terminato la sua vita sui campi senza un vero match d’addio.

Una persona quasi enigmatica tanto era diversa dentro e fuori dal campo, dipinta spesso come glaciale, fredda e arrogante, e in realtà di un’altra categoria rispetto a tutti noi. Con grandi passioni e una vita vera, dove oltre al dritto e al rovescio si vedeva, anno per anno, una continua crescita della persona diventata vera icona globale.

Oltre al volto che ha fatto innamorare tantissimi appassionati, oltre alla bellezza che l’ha accompagnata per tutto questo tempo, Sharapova è stata molto di più. Una rivelazione per gli addetti ai lavori, un’epifania per questo sport. Quando vinse Wimbledon, nel luglio 2004, tracciò una riga netta tra tutto ciò che era il tennis prima di lei e che cosa sarebbe stato da quel giorno in avanti. Era una ragazzina di diciassette anni che da quel giorno è entrata nella storia, e da lì è partito tutto: una guerriera in campo, un’atleta di grandissimo spessore capace di rimanere sulla cresta dell’onda per almeno 12 anni e scolpire la propria immagine come donna forte, indipendente e di grandissimo successo dentro e fuori dal campo.

Dopo aver realizzato il più comune dei sogni americani, quelli che hanno spinto e spingono tutt’ora tante famiglie a emigrare nella terra delle opportunità, Sharapova ha poi raggiunto il numero 1 del mondo un anno più tardi e messo altri due Slam in bacheca nel 2006 (US Open) e nel 2008 (Australian Open). Rapportarsi con lei da un punto di vista professionale già allora voleva dire trovare una persona estremamente diretta, onesta, e che non si è mai sottratta nei confronti della stampa. Era puro business: dove tanti vedevano un momento in cui chiudersi, dopo una giornata negativa, lei ribaltava la situazione a proprio favore con grande portamento ed eleganza. Un metodo studiato, probabilmente, dove magari Max Eisenbud (che professionalmente è riconosciuto tra i più forti e influenti manager) ha saputo darle importanti dritte, ma nel tempo Sharapova ha preso grande confidenza con questo ruolo. Mai si è vista impacciata, sempre a testa alta, anche quando è dovuta passare attraverso il momento più duro della propria vita sportiva.

Il riferimento al caso della sua positività al doping, come anche momento cruciale della fine della sua carriera ad alti livelli, è immediato e spontaneo. Non fu una vicenda chiara, con la lo storico manager che si era dimenticato di leggere la lista delle sostanze proibite aggiunte per il 2016 a causa anche del divorzio e le varie domande laterali non pienamente risposte, ma dal proprio punto di vista Sharapova non cercò mai una vera scusa. Fu trovata positiva il 26 gennaio, non volle le controanalisi (appiglio a cui invece si aggrappano in tanti) e nelle carte del processo si dice come lei abbia subito messo in chiaro che la stessa quantità di meldonium assunta quel giorno era la stessa presa in ogni altro giorno di gara. Fu uno shock totale per il mondo e lei divenne di colpo un bersaglio facilissimo spalancando un portone dove in tanti sono entrati e hanno approfittato della situazione: i giornali, con la stampa britannica in prima linea a condannarla perpetrando un rapporto pessimo che continuava da anni nei suoi confronti; chi non la vedeva di buon occhio per diversi particolari (per esempio i fan di Serena Williams non le hanno mai perdonato quel giorno nel 2004 dove diede un dispiacere enorme alla loro beniamina); le colleghe, con tante che si sono lanciate in prima linea per affossarla per antipatie più o meno chiare. Come dimostrato poi dal processo, il farmaco non aumentava le prestazioni sportive, ma la pena fu comunque di due anni (poi ridotta a 15 mesi) perché la regola era stata infranta, pur “premiando” la negligenza. Malgrado tutto, anche lì ebbe l’intuizione che mostra come fosse “way above the others” (“ben al di sopra degli altri”, come disse in una conferenza stampa a Stoccarda nel 2017, al rientro, parlando di cosa pensasse delle tante critiche ricevute). Lei ci fece un documentario. Una produzione affidata a Netflix che mostrava un lato rimasto sempre nascosto di lei: un lato più fragile, più duro, più scurrile. In quell’ora Sharapova raccontava se stessa mettendosi umanamente a nudo, senza finzioni, trucchi.

È da piccole cose che si è visto come fosse un personaggio speciale. Potete chiedere a ognuno di quei ragazzi che hanno fatto la foto con lei a Stoccarda, sempre nel 2017. Sharapova si mise personalmente in contatto con loro e li invitò ad assistere al match del rientro. Alla fine, Eisenbud li prese e li portò da Sharapova stessa, che li aspettava nella players lounge e rimase con loro per una quindicina di minuti a ringraziarli di persona del loro enorme e continuo supporto anche quando lei era costretta a stare fuori per squalifica, chiacchierando e invitandoli alla sua conferenza stampa, dove sapeva che sarebbe stata tutto fuorché rosa e fiori, perché c’era tutta la stampa per metterla spalle al muro. Li affrontò a testa alta, come sempre, senza mai cedere e senza mai valicare la linea, trovando anche il modo di lanciare una delle sue celebri frasi al giornalista del The Sun: “Ma dai, è la prima volta che vedo il The Sun a Stoccarda!”. Come a dire: Sei qui per me? Grazie, che onore.

In molte, tra le tenniste, le criticavano un modo di vivere il tour come se fosse un corpo estraneo. Non ha mai avuto particolari rapporti al di fuori di alcune tra le più apprezzate come Petra Kvitova o Madison Keys, in cui però influiva anche la stessa agenzia di management. Eppure alla fine è stata lei direttamente a mettersi in contatto con Monica Puig per andare a Porto Rico e prestare soccorso in una grave crisi umanitaria con il passaggio di due uragani di forza 5 nel giro di un paio di settimane. Nel bene e nel male, è sempre stata tra le più chiacchierate. Quasi tutte le giovani giocatrici che sono arrivate dopo hanno provato a imitarla, se non nello stile almeno nell’idea tennistica. Giocatrici russe come Natalia Vikhlyantseva vedevano in lei un monumento e la stessa ragazza del 1997, appena finita la celebre finale a Church Road, si innamorò così tanto della giovane Sharapova che andò dai suoi genitori e oltre a dire loro di voler giocare a tennis ripeteva che avrebbe voluto in regalo il Motorola che Maria tirò fuori dal borsone pochi istanti dopo aver vinto il titolo per chiamare la mamma a casa e dirle quanto fosse felice. La mamma, tra l’altro, è stata forse una figura più secondaria perché tutti hanno in mente il padre, sempre presente almeno nella prima parte di carriera, coach e poi supervisore. La mamma invece era una roccia speciale, a cui Sharapova si è spesso rivolta nei momenti più importanti come quando la volle con sé a Stoccarda al rientro dalla squalifica in una delle rare volte che le chiedeva di essere assieme durante un torneo e aiutarla nell’attraversare il primo scoglio che lei definì come un salto verso l’ignoto.

Il tennis russo prima di lei non aveva mai avuto questa esposizione. Lei arrivò nel periodo migliore, probabilmente, perché il successo di Wimbledon seguiva la prima finale Slam tutta russa a Parigi tra Anastasia Myskina ed Elena Dementieva. Cominciò un periodo di grande splendore dove si unì Svetlana Kuznetsova con il successo allo US Open dello stesso anno, poi Vera Zvonareva, Dinara Safina, Anna Chakvetadze, e per le Olimpiadi del 2008, vinte da Dementieva e con un podio tutto russo dove figuravano Safina e Zvonareva, la quinta russa e prima esclusa del contingente era Safina, appena 9 del mondo. Sharapova non giocò perché infortunata e con lei anche Chakvetadze, dando così modo a Safina e Dementieva di entrare nel gruppo a 5 cerchi. Ormai di quell’età dell’oro è rimasto molto poco e con Sharapova saluta probabilmente la più grande icona che il tennis (almeno quello femminile) abbia avuto negli anni 2000. Nessuna era richiesta quanto lei, nessuna ha saputo mantenersi al top come ha fatto lei, combattendo più generazioni e guadagnandosi l’appellativo di una delle migliori e più valorose giocatrici di sempre. Nessuna ha saputo valorizzare se stessa come ha fatto lei, arrivando a guadagnare oltre 300 milioni di dollari in 10 anni (2005-2015) di sole sponsorizzazioni, tutti marchi di grande prestigio e non necessariamente riconducibili al tennis. E chissà, perché a maggior ragione ora viene da chiederselo, che cosa sarebbe stata la sua carriera senza i tantissimi infortuni che l’hanno colpita dal 2008, quando dovette fermarsi per circa un anno per il primo grave problema alla spalla.

Quello che molti sembrano non aver chiaro è che il doping, il medonium, non c’entrava nulla con il suo fisico. O almeno: non era quella la causa dei suoi continui stop post-squalifica. Il corpo di Sharapova è stato malamente colpito per tantissimi anni di infortuni che l’hanno tolta dai campi l’equivalente di almeno 4 anni da metà 2008 a fine 2015. Poi sono arrivati i mesi di squalifica, il corpo e i muscoli hanno perso tutta la tonicità, e al rientro lei ha forzato le tappe giocando tre tornei in quattro settimane (Stoccarda, Madrid e Roma) stirandosi il muscolo in Italia e cominciando da subito con altri due mesi di stop. Da quel momento la sua voglia di rivalsa, di lasciare un segno, è andata sempre più a scontrarsi con una condizione ormai ridotta ai minimi termini. Il labirinto in cui si era trovata non le dava più alcuna uscita. È finita. Lo sapeva forse già prima di cominciare il 2020 e nelle parole della sua conferenza stampa post primo turno all’Australian Open c’era un sentito ringraziamento a Craig Tiley per averle dato l’opportunità di giocare per l’ultima volta in uno Slam. Ancora non lo diceva apertamente, ma i sentori erano abbastanza forti.

Mancherà Sharapova, in ogni suo aspetto. Numero 1 WTA per “sole” 21 settimane, vincitrice di 36 titoli di cui 5 Slam, e idealmente leader per una carriera intera, simbolo di tantissimi appassionati, icona realizzatasi anche fuori dall’ambito sportivo. Difficile chiedere di più anche al di là di un inciampo importante nelle ultime curve. Buona vita, Maria.