Kenin lì per restare? Top 10 lì per andare dove?

KENIN 8,5
Una sorpresa? Non proprio. In questo lungo regno senza regina, dove stiamo vedendo quasi di tutto, stupirsi del trionfo di una ragazza dai successi juniores e dalla carriera senior già ricca di punti esclamativi significherebbe conoscere poco panorama e giocatrice. Certo, finora non era mai stata capace di andare oltre gli ottavi Slam (Roland Garros 2019, dove sconfisse comunque una certa Serena Williams) e si potrebbe obiettare che nel cammino verso il trionfo l’unica top 10 affrontata è stata Ashley Barty, ma la ferocia con cui ha affrontato gli ostacoli, tra cui la futura stella Gauff e la sorpresa del torneo Jabeur (7,5 a entrambe), non può non essere elogiata. In finale, i momenti chiave sono stati quei due 0-40 salvati con successivo break a favore. Anche il primo ha avuto il suo peso, perché primo mattone che ha sbriciolato le iniziali (apparenti) certezze della Muguruza. L’ovvia tentazione è ora di prevedere un brillante futuro di leadership e successi, ma la storia recente invita alla cautela. Vedasi i casi Ostapenko e Stephens, per fare degli esempi.
MUGURUZA 7,5
Ha iniziato in modo sconvolgente contro una statunitense, subendo un bagel dalla qualificata Rogers, e ha finito in modo deludente contro una statunitense, incapace di vincere un game dallo 2-1 0-40 nel set decisivo. In mezzo a questi due estremi a stelle e strisce c’è stato tantissimo di positivo, come non mostrava da tempo. La nonchalance con cui ha battuto Svitolina, Bertens, Pavlyuchenkova e Halep ha ricordato quanto Muguruza annusi il sangue nei grandi eventi: può giocare male per mesi, Slam compresi, ma se riesce a entrare nei momenti “caldi” di un torneo, è una protagonista indiscussa del panorama attuale. In finale è però mancata in maniera abbastanza grave, schiacciata dalla personalità (ancor prima che dal gioco, senza dubbio scomodo per le sue caratteristiche tecniche) della Kenin, tanto che sembrava lei l’esordiente. Neppure la vittoria del primo set le ha liberato la testa dal peso di favorita della vigilia. Comunque un bel ritorno, sebbene lei abbia affermato di non essersene mai andata.
PAVLYUCHENKOVA 7
A proposito di bei ritorni. Il rapporto tra la russa e il cemento australiano urla “amore” a squarciagola, se si pensa che i risultati Slam degli ultimi tre anni dicono primi e secondi turni negli altri major, mentre a Melbourne, a parte il fallimentare 2018, solo quarti di finale. Battere Pliskova e Kerber non capita tutti i giorni e a differenza dello scorso anno, quando perse con Danielle Collins, contro la Muguruza non ci sono rimpianti.
BARTY 7
Poteva andare meglio, come non pensarci. Ma poteva andare anche molto peggio, se si considera un risultato comunque storico (prima australiana a raggiungere la semifinale nello Slam di casa dal 1984) e che la vittoria contro la finalista 2019 Kvitova (voto 6,5) ha sfatato il suo tabù Slam contro le top 10: in cinque precedenti, non aveva vinto una partita.
HALEP 6
Rimane una campionessa e rimane fragile. Queste due anime non fanno che continuare a convivere in una giocatrice che potrebbe vincere tanto di più, se riuscisse a liberarsi da patemi caratteriali che nei momenti veri troppo spesso in carriera l’hanno bloccata. Arrivata in semifinale senza aver affrontato avversarie davvero probanti, contro la Muguruza ha lottato e perso i punti che contavano. Il voto basso per una giocatrice comunque arrivata in semifinale implica il vederne potenziale inespresso.
WILLIAMS 5
Non faceva così male in Australia dal 2006. Peggio c’era riuscita solo nel 1998, quando perse al secondo turno contro Venus in quello che fu il suo esordio Slam e il primo Sister Act della storia. Ma nonostante il precedente di qualche mese fa, agli Us Open, dove lasciò un solo game, la sconfitta contro Qiang Wang è sorprendente fino a un certo punto, considerate le grandi qualità atletiche della cinese, ex n.12 del mondo, e la forma sempre precaria della statunitense, che soffre particolarmente quando trova giocatrici (Halep e Kerber, ad esempio) che evidenziano queste sue ormai costanti lacune. Serena non può più permettersi di considerare la prima settimana Slam come periodo di allenamento in vista della seconda.
OSAKA 5
Anche stavolta ha fallito malamente il torneo da defending champion. Per quanto Coco Gauff ha ancora una volta dimostrato qualità caratteriali e tecniche fuori dal comune, l’ex n.1 ha concesso troppo passivamente la rivincita alla bimba americana. Mai in partita, mai capace di fare sentire la propria presenza, di dare l’impressione di poter svoltare la giornata. In una parola, abulica. La giocatrice di ghiaccio capace di gestire momenti delicatissimi in finali Slam contro Kvitova e Williams è ora come ora un lontano, lontano ricordo.
ITALIANE 6
Un torneo che rispecchia lo status quo. Camila Giorgi è stata anzi protagonista di performance più che dignitose, contro Kuznetsova e Kerber. Per il resto, Martina Trevisan il suo torneo lo aveva vinto contro Eugenie Bouchard nell’ultimo turno di qualificazione, approdando per la prima volta in un main draw Slam, così come la Cocciaretto: se poi hanno pescato rispettivamente Kenin e Kerber, nulla di male. Anche la Paolini contro la Blinkova partiva sfavorita. Il tennis italiano femminile è attualmente questo, chiedere altro significherebbe esigere standard non appartenenti alla realtà.
TOP TEN 4
Il dato è eloquente: per la prima volta nell’Era Open, la finale degli Australian Open si è giocata tra due giocatrici fuori dalle prime dieci. Poco importa se è un dato falsato dal reale valore delle due contendenti, perché anche questo major ha confermato la totale anarchia vigente: sei delle prime dieci teste di serie sono uscite al terzo turno, due delle quali (Svitolina e Bencic) con prestazioni a dir poco scoraggianti. Allargando la panoramica alle top 15, con la roboante eccezione della Kenin, il verdetto è ancora più deprimente, con tre primi turni e un secondo. Se a ogni vigilia di Slam i bookmaker devono improvvisarsi Nostradamus, un motivo ci sarà.