Djokovic, Thiem e quell’ansia da prestazione…

Certe finali somigliano ai duelli intraspecifici del mondo animale, quelli in cui c’è da difendere il territorio, la prole, o la supremazia sociale. Di che razza siano Novak Djokovic e Dominic Thiem non è facile da stabilire. A volte facevano a zuccate, come scalpitanti zebù, per uscirne intorpiditi e barcollanti. Altre si azzannavano, come felini, e lasciavano alle unghie affilate il compito di tracciare origami sulla pelle altrui. Ma che i due rappresentano anche un’evoluzione un bel po’ stramba della specie tennistica, lo si nota dal fervore con il quale si dedicano per gran parte del match a succhiare forze e sangue all’avversario. Chirotteri tennisti, dunque, un po’ pipistrelli, un po’ chissà che altro. Fateci caso, non somigliano un po’ a Batman e Robin?

Di fatto, la finale è andata in porto fra improvvise e non preventivate defezioni fisiche, nelle quali è incappato per primo Novak Djokovic, il vincitore, anzi, l’otto volte vincitore del titolo australiano, uno che a Melbourne non ha mai conosciuto sconfitta nelle finali giocate. L’abbiamo visto ciondolante e tremulo quasi fosse composto da gelatina fra il secondo e il terzo set, quando Robin Thiem ha preso il sopravvento spaccando il campo con i suoi colpi da capogiro. Chissà quanto fosse vera, questa intermittente caducità del serbo, se fosse solo spossatezza, e i problemi fossero tali da titillare i pensieri più negativi, oppure era solo un modo per attrarre il povero moschino austriaco al centro della tela, e lì trasformarsi da Batman in Spiderman? Erano questo tipo di recite, condotte sul filo del “ce fa o c’è davvero?” che mandavano su tutte le furie Andy Roddick, ai tempi delle loro sfide. «Una volta lo sollevai per il bavero», raccontò l’americano in un talk show parlando di un tennista di cui non voleva fare il nome, ma che faceva rima “con Schmovak Schmokovic”. «Cercavo un gancio al quale appenderlo quando intervenne il suo fisioterapista. Lo guardai e mi dissi: mamma mia quant’è grosso questo fisioterapista. E lo lasciai andare».

Piccoli, innocui aneddoti di un tennis che fu. Certo è che se crisi c’è stata, Nole ha avuto la fortuna di subirla per primo, dato che ha avuto poi il tempo per riprendersi e tornare a dominare gli scambi. Ma dopo aver annesso il primo set, con la lucida aggressività che sempre ammanta i momenti migliori delle sue esibizioni, il serbo si è trovato sempre più lontano dai pallettoni che Dominic colpiva con grandi spallate ed è arrivato a perdere il secondo, tenuto desto fino al 4 pari, e poi il terzo, con una sequenza a dir poco stordente di sei game in successione a favore del dilagante austriaco. Una ripresa di vitalità da parte di Djokovic si era notata già sul finire del terzo, e all’inizio del quarto (dopo un medical time out di cinque minuti) la finale è tornata su binari di parità, ma sempre meno agevole per Thiem, che forse non si aspettava un recupero così prodigioso da parte del serbo. Qui Dominic ha pagato dazio, ed è stato lui ad accusare il peso di un match che si è accorto di dover ancora lavorare a lungo per poter vincere. Sul tre pari del quarto, Nole si è staccato, e lo stesso ha fatto all’inizio del quinto, con un break sull’1 pari che Thiem ha poi vanamente inseguito, nel tentativo di recuperarlo.

Otto titoli a Melbourne, uno a Parigi, cinque a Wimbledon e tre agli Us Open, fanno 17 vittorie Slam, a meno tre da Federer. Il successo vale anche il primo posto in classifica, mentre Federer si tiene la sua terza poltrona e Thiem scavalca Medvedev al quarto (Berrettini resta ottavo, 205 punti sopra Monfils e 350 punti su Goffin, Fognini sale invece al numero 11). «C’è molto orgoglio in questa vittoria», ha raccontato Nole. «A questo punto della mia carriera gli Slam sono la priorità, essere nella Storia ha un fascino particolare. Thiem è un tennista che sviluppa una potenza incredibile sui colpi, e io ho avuto un serio problema nella fase di mezzo del match. Per il medico era un problema di idratazione, il che è strano perché ho fatto quello che faccio sempre da quando gioco. Ma l’importante è che mi sono ripreso al momento giusto, anche grazie all’esperienza, che è stata un’arma in più».

Il cambio della guardia resta in sospeso. Thiem è sembrato ormai a un passo da Nole, così come Medvedev era apparso vicinissimo a Nadal nella finale degli ultimi Us Open. Ma la vittoria va sempre “a quei tre”. «Giochiamo contro i migliori di sempre», ragiona Thiem, «ovvio che per noi il compito sia più difficile. Ma non siamo lontani. Non lo sono stato nemmeno io, contro Nole. Certo, la conquista del primo titolo Slam ci manca». Non resta che fargli coraggio… Malgrado la sconfitta, la sua candidatura per il ruolo di 150° vincitore Slam (siamo a 149, da che tennis è tennis), resta più che mai attuale, sebbene più si procede in questa ricerca dei nuovi campioni più ci si accorge che il vero, grande ostacolo per questa generazione non è sconfiggere Nole, Roger e Rafa sulla corta distanza (lì già lo fanno, e con un certo accanimento, a quanto sembra), ma riuscirvi sulla distanza-Slam, il fatidico tre su cinque, che obbliga a mantenere l’attenzione mentale, e la concentrazione, molto più a lungo. Non vorremmo scoprire che la generazione dei cinguettii, così abituata a fare tutto in fretta, abbia seri problemi sulle lunghe distanze, e soffra di una forma di eiaculazione precoce di natura tennistica.