WTA Brisbane, Keys: “Noi americane vogliamo alzare il limite, anche per chi verrà”

photo credit: @Jimmie48/WTA

Madison, come è andata l’off season?
Piuttosto bene, felice soprattutto che dopo tanti anni non sono stata dietro a curare degli infortuni. Ho speso buona parte del tempo in palestra, poi son passata al campo. Ero a Orlando, dove c’è il centro federale della USTA, praticamente seguita giorno per giorno dal mio coach, Juan Todero, e il mio fisioterapista.

Sembra strano, perché ancora hai 24 anni, ma ti vediamo da tantissimo nel circuito. Rispetto agli inizi come è cambiato il tuo modo di allenarti?
È cambiato abbastanza. In generale al termine di ogni stagione c’è tempo per rilassarsi e poi discutere del programma. C’è sempre spazio per rivedere gli esercizi e i programmi di lavoro in generale. Col tempo poi diventi più esperta, più abituata a fare determinate cose e ti concentri su altro. Per esempio ricordo che all’inizio io lavoravo tantissimo sul servizio, adesso invece cerco più di lavorare sulla costruzione del punto e altre esercizi che sono ripetizioni e ripetizioni e ripetizioni.

Nella WTA vediamo casi abbastanza frequenti di giocatrici che finiscono la carriera da junior passando “pro” anche a 15-16 anni, e devono essere in grado di maturare molto in fretta in un mondo complicato da gestire. Per te, che fai parte di quella categoria, come è stato?
Ho giocato il mio torneo “pro” quando addirittura avevo 14 anni. Ero veramente fortunata ad avere un gruppo di giocatrici più esperte, più grandi, che mi hanno in qualche modo mostrato la strada, mi hanno dato tantissimi avvisi, mi hanno seguita in maniera importante. Sono stata veramente fortunata, di nuovo, probabilmente nella gestione dei tornei, nei momenti difficili della singola giornata, senza di loro avrei fatto molta più fatica. Sei lontano da casa, alle volte puoi essere da solo a doverti gestire in giro per il mondo senza grande conoscenza ed esperienza… Quello step è molto delicato, io per fortuna ho avuto questa situazione e son sincera: quando ho avuto 17-18-19 anni mi sentivo già molto  più preparata. Sai, alla fine è anche da questo che ho capito che questa poteva diventare la mia vita, la mia routine al di fuori poi dei risultati. Tra l’altro fino a 18 anni io ero soggetta alla Age Eligibility Rule (la regola che impedisce ai minori di giocare più di un determinato numero di eventi, nda) così c’è comunque voluto un po’ di tempo per avere davvero la prima esperienza completa, cioè con tutta la stagione fatta da adulto, però sì una volta passato il primo anno non ho avuto troppi problemi.

Tra l’altro c’è forte la sensazione che voi americane siate veramente legate.
Sì, penso proprio di sì. Molte di noi hanno giocato assieme e si conoscono da quando avevamo 10 anni. Danielle Collins per esempio: la conosco da quando ho 10 anni. Ed è sempre stata così.
Cioè?
Dai, ci siamo capiti (ride). Lei è veramente piena di energie, è una cosa sua. Estremamente divertente da trascorrerci del tempo assieme, ma in campo ti vuole distruggere, sbattere fuori malamente. Eppure penso sia tra le migliori persone che potrai incontrare fuori dal campo. Poi per esempio c’è Jen (Jennifer Brady, nda). Lei la conosco forse anche da prima di quando avevo 9 anni. È ancora sconosciuta a tanti degli appassionati, ma qui nel nostro mondo è veramente ben voluta da molte persone. Cioè: hai una brutta giornata? vai da Jen, due secondi e ti torna il sorriso e la abbracci dicendole grazie. Alla fine è chiaramente bello avere tutto questo gruppo che cresce con te, con cui puoi confrontarti, avere una cena assieme. E negli ultimi anni sono state tante le americane a far bene, questo anche perché siamo tutte lì che vogliamo alzare il limite, o almeno ci proviamo, anche per chi poi verrà dalla nuova generazione. Sai, lei può farlo, io posso farlo uguale… Si è creato questo rapporto vero che aiuta tanto.

E ora però siamo già a raccontare di progressi di ragazzine molto giovani come Amanda Anisimova, Sofia Kenin, Coco Gauff.
Mi sono allenata con Amanda un paio di volte, ogni volta mi fa sentire veramente vecchia (ride, nda). Quando le avevo viste per la prima volta erano alte “così” (la mano era piuttosto bassa, effettivamente, rispetto al terreno). Kenin aveva forse 9, 10 anni quando l’ho vista la prima volta… già vinceva tutte le partite di categoria. Si vedeva che avevano qualcosa in più.
Ti senti ora nel ruolo che sono state per te quelle persone che ti hanno guidato quando sei arrivata?
Sono veramente felice se posso dare loro qualsiasi consiglio, mi piace come sono e come stanno crescendo, però forse i tempi sono anche cambiati perché ora queste ragazze hanno dei team molto ben strutturati, e soprattutto mi sembrano tutte con la testa ben salda sulle loro spalle. Ma insomma, anche se un po’ a distanza mi piace guardarle e vedere come vivono questi momenti.

E in un anno Olimpico dove solo 4 giocatrici possono qualificarsi per le Olimpiadi? Soprattutto per voi, che avete anche una come Serena, se non anche Venus, a occupare dei posti, c’è una qualche pressione?
Forse, però alla fine è molto sulle nostre spalle. Ci si qualifica vincendo partite e avendo un ranking più alto delle altre, quindi saremo ognuna padrone del nostro destino. La pressione credo ci sia, o ci sarà avvicinandoci alla scadenza, però non è molto diverso da altri casi perché è sempre stato così e se accade urli “yaaaay!” o sennò ci riprovi tra 4 anni (ride, nda).

E come grandi tornei, visto che ci stiamo avvicinando: l’Australian Open. È qui che hai avuto il tuo primo grande risultato… diciamo un po’ di anni fa.
Uhm.
Non voglio ess…
2015, mi pare…?
Esatto.
Wow, 5 anni fa? Oh mio Dio, è già passato così tanto (ride, nda).
Tornando sempre a prima, che cosa ha voluto dire per te quel momento? Più soddisfazione o più pressione? Tra l’altro ci sei arrivata affrontando entrambe le Williams…
Sì è vero, avevo battuto Venus in semifinale e poi avevo perso contro Serena in semifinale (sorride, nda). Non credo ci sia cosa più dura nel tennis che passare dall’affrontare una Williams all’altra. È stato difficile, son sincera, sopportare tutto quello che ne è seguito. Non ero proprio una nessuno, qualcuno mi conosceva, ma sono passata in due giorni dall’essere tranquilla all’essere circondata di attenzioni. Forse in quel torneo ero addirittura fuori dalle teste di serie. Da lì in avanti invece dovevo vincere ogni partita in cui scendevo in campo. Ci ho messo un po’ ad abituarmi, ma adesso se non altro ho capito che se dovesse esserci quel genere di pressione è perché sono io che sto facendo bene. E adesso francamente quella pressione la vuoi: è un segnale di maturazione, alla fine, e bisogna farsi le ossa. Piano piano ce la fai.