Muguruza o Kenin: l’Australian Open attende la nuova regina

Garbine Muguruza o Sofia Kenin. La prima volta della statunitense o il rientro, col botto, della spagnola che metterebbe fine a un digiuno di tornei importanti dall’estate 2017 quando, dopo Wimbledon e Cincinnati, si prese la vetta del ranking WTA.

Chiunque delle due vinca la finale di sabato, sarà per la prima volta campionessa dell’Australian Open. Un traguardo che proietterebbe Kenin al numero 7 del mondo, mentre Muguruza salirebbe dalla trentaduesima posizione alla numero 12, di nuovo a ridosso delle prime 10.

Il torneo di entrambe è stato oltre le righe ma probabilmente chi merita una lode in più è la spagnola, sparita completamente dai radar dopo anni veramente molto difficili tra tanti problemi, non ultimi una relazione con l’ex coach Sam Sumyk rovinata da ormai tantissimo tempo eppure continuava a rimanere in vita. La spagnola, dopo essersi separata alla fine dello scorso torneo di Wimbledon, ha atteso che la stagione arrivasse alle battute finali per guardarsi intorno e, quando ha cominciato a circolare voce che Karolina Pliskova e Conchita Martinez stavano arrivando alla fine del loro rapporto ha colto la palla al volo per non farsi sfuggire l’occasione.

Con la connazionale, Muguruza aveva vissuto i momenti più felici degli ultimi anni. Prima le due grandi settimane di Wimbledon 2017 quando Sumyk non era presente e Conchita lo ha sostituito alla grande, portando Garbine al titolo. Poi nel 2018, quando era stata nuovamente aggiunta al team, seppur per 2 mesi, e in quel periodo comunque Muguruza era sembrata ritrovare parte di quell'”happy place” che sia prima che dopo non aveva mai avuto. Senza tranquillità, con un nervosismo molto accentuato e tantissima fatica in campo, la spagnola era l’ombra di se stessa. Da quando Conchita è rientrata, malgrado poi nei primi tornei dell’anno non avesse fatto qualcosa di eccezionale, a Melbourne si è intravisto fin dal secondo turno come ci fossero i segni, qua e là, di una giocatrice diversa.

La parte più bella, di queste due settimane, è stata vedere come l’intesa con Conchita sia già tanto forte. La stessa allenatrice, campionessa a Wimbledon nel 1994, dopo i quarti di finale raccontava in conferenza stampa a chi le diceva che erano in tanti a volerle di nuovo assieme: “Sì è vero, le ho sentite anche io… è così per le coppie. Per esempio noi tutti vorremmo che Brad Pitt e Jennifer Aniston tornino insieme, no?”. Probabilmente ci siamo, se non sarà abbastanza per vincere questo trofeo comunque Garbine ne esce con uno spirito molto diverso rispetto a tutti i tornei precedenti. E lei stessa qui sta parlando come una “on a mission” (in inglese, perché fa più effetto): non vuole andarsene senza aver preso quel trofeo che la porterebbe a tre titoli Slam in carriera. Conchita oggi in conferenza stampa lodava tantissimo l’atteggiamento imposto fin dal match contro Elina Svitolina: “Per come colpisce, per come sta in campo, sono felicissima di questo. Sono felicissima di vederla così, mi piace vederla così concentrata e determinata”. E nello sguardo di Muguruza a fine partita, molto più vivo rispetto al passato, c’è sempre lei.

È stata magari questione di dettagli, piccoli elementi. Conchita oggi non ha parlato di stravolgimenti nella off season, ma di una normale preparazione perché aiutata in parte dalla giocatrice che aveva di fronte: già conosciuta, ma soprattutto dalla base di alto livello e quindi con tanti meccanismi già chiari. Ha saputo toccare le corde giuste. Non ha detto in che cosa c’era maggiormente da lavorare, ma ha fatto capire che diverse parti del suo gioco erano un po’ in difficoltà. E d’altronde in campo lo si vedeva.

La rinascita di Garbine, giunta alla finale eliminando tre top-10 lungo il percorso tra cui Simona Halep, apparsa tra le semifinaliste come grande favorita alla vittoria finale, dovrà passare ora anche per la quarta giocatrice da prime 10 del mondo. Le sue vittorie contro Elina Svitolina e Kiki Bertens varrebbero, in proporzione, molto meno di quelle contro Halep e Kenin, che da lunedì sarà almeno numero 9. L’ucraina è ancora lontana parente della solida giocatrice che fa muro da fondo campo, e Bertens ha giocato con problemi al tendine d’achille e anti dolorifici, con fasciature e allenamenti interrotti dal dolore nei giorni precedenti. La battaglia vinta contro Halep è stata sorprendente e frutto di una resistenza mentale che non aveva mai mostrato così forte negli ultimi anni. Domani, contro Kenin, ce ne vorrà altrettanta.

Sofia, lo sta dimostrando ormai dallo US Open 2018, è una giocatrice in crescita costante. Lo sottolineava la stessa Conchita oggi: “Il suo non è un exploit casuale, è il risultato di un processo nato da quando l’ho vista a New York contro Pliskova. È una giocatrice ottima, molto grintosa in campo, sa come giocare e sa come usare la testa”. Kenin, da quando ha cominciato a dare fastidio alle giocatrici in top-20, si è fatta sempre più vicina a quel limite infrangendolo nel finale della scorsa stagione. Un rovescio che è bellissimo da vedere per la pulizia del colpo e la velocità che imprime, come l’angolo molto stretto che è capace di trovare. E poi, effettivamente, sembra una che non ha pause. Tra un punto e l’altro è sempre in movimento, instancabile, come quando palleggia dove da grande sensazione di frenesia. E nel suo tennis c’è buona potenza ma anche margine. Non colpisce necessariamente per spaccare, ma per eseguire un piano, che può essere il tentativo di chiusura in tre mosse o una costruzione più chiara delle proprie chance.

La sua storia è molto particolare, anche se in linea con quella di tanti emigrati. Papà Alexei, assieme alla moglie, hanno mollato tutto e si sono trasferiti in America nel 1997. Sofia nascerà un anno dopo, e i genitori hanno deciso di farla nascere a Mosca per avere contatto con la famiglia, i nonni, prima di rientrare poi negli Stati Uniti. Nazionalità statunitense, mai in dubbio se rappresentare gli USA o la Russia (“Lei si sente molto legata agli Stati Uniti, i suoi rapporti con la Russia sono praticamente inesistenti” raccontava il padre in conferenza stampa oggi), ha avuto una storia simile a quella di Amanda Anisimova i cui genitori si sono trasferiti più o meno negli stessi anni nel New Jersey dalla Russia. Entrambe le famiglie volevano dare un futuro migliore ai propri figli, prospettive diverse e uno scenario più ricco in cui crescere. Papà Alexei raccontava come i primi tempi Sofia fosse piuttosto incuriosita dalle racchette che c’erano in casa e un giorno la portò a giocare: “Aveva quattro anni, più o meno. Io le passavo la palla, nelle prime volte non la toccava, poi c’è riuscita. Da lì è nato tutto”. I primi tempi non sono stati facilissimi, lui stesso ha raccontato di come abbia cercato di spingere perché la propria figlia venisse ammessa ai gruppi di scuola-tennis nei circoli vicino a casa loro e quando ci riuscì il maestro che la seguiva rimase abbastanza colpito. In breve Sofia stava già battendo i ragazzi più grandi, però per poter aiutarla nella propria crescita Alexei dovette sobbarcarsi una vita abbastanza delicata: di giorno doveva occuparsi della famiglia, e perfezionare l’inglese, e di notte fare un secondo lavoro che lo vedeva impegnato in un autonoleggio, dove faceva l’autista.

Kenin, qui a Melbourne, si è disimpegnata in una zona di tabellone che doveva essere, anzitutto, di Naomi Osaka e Serena Williams. Nulla di “regalato”, perché già al sorteggio la sensazione che un ottavo di finale tra lei e la giapponese avrebbe detto tantissimo dell’esito della parte alta. Osaka ha buttato la partita contro Coco Gauff, brava comunque a gestire la situazione favorevole, e ha offerto una chance enorme a Kenin, che non solo vedere Serena dall’altro lato uscire per mano di Wang Qiang ma vinceva la battaglia contro la stessa Gauff e da lì si involava fino alla semifinale contro Ashleigh Barty vinta di testa, carattere e gioco. Domani qui a Melbourne avrà il suo primo grande appuntamento della carriera sportiva. Potrà forse sentire un po’ di tensione, ma sa che le chance ci sono.