Roger dei miracoli e la sfida numero 50 contro “Darth” Djokovic

Federer raggiunge la 15a semifinale agli Australian Open con una prestazione commovente. Ora la sfida impossibile: Djokovic.

Accanimento terapeutico dei miracoli

Ai miracoli ci crede. Roger lo dice con la grazia naturale di chi se li può permettere. Del resto, perché non dovrebbe crederci? Ne ha appena fatto uno. Ha vinto un match che non era più possibile vincere. Semplicemente… Qualcuno pensava che i miracoli sportivi prendessero forma da infinite complicazioni? Bene, non è così. Roger era a un niente dal ritiro, ma è rimasto in campo a inseguire non si sa bene che cosa.

O meglio, ora lo sappiamo di cosa si trattasse: un’altra vittoria nello Slam, una nuova semifinale, la 46ª (15 in Australia) di una serie infinita. Ma lì per lì, sembrava una follia, un’insensata ribellione al dolore che lo aveva costretto a un lungo “medical time out” nello spogliatoio, unico rifugio possibile quando sono interessate quelle parti che non è bene mostrare in pubblico. Fondo schiena o inguine? Si era alla fine del secondo set, e l’avversario di giornata, Tennys Sandgren, dava l’impressione di poter ormai dilagare, dopo aver consegnato senza pretese la prima frazione. Match finito, alzi il dito mignolo chi fosse convinto del contrario. Bastava vedere gli sguardi appannati nel box di casa Federer per farsene una ragione.

Le parolacce del positivista Federer…

Vedete, i miracoli nello sport sono fatti di centimetri, di gesti, d’intenzioni, sono miracoli di carne e ossa. Non c’è niente di mistico in essi, e se la fede ha una qualche parte nella recita che tiene avvinti gli spettatori, essa molto somiglia a quella, umanissima, descritta dai positivisti di fine Ottocento. È la fede dell’uomo in se stesso, nei suoi progetti, nel suo progredire, nella sua voglia di superarsi e di resistere. Niente che possa scomodare l’ordinamento divino. Anzi, il miracolo terreno di Federer ha preso le mosse in modo a dir poco prosaico, da una parolaccia urlata al vento, che gli è costata uno dei pochissimi “warning” subiti in carriera. Ebbene, sì, un potentissimo “Fuck” urlato quando Roger ha sentito qualcosa cedere dentro. «L’inguine», ha rivelato poi, «l’ho sentito andare in trazione. Ho avvertito un po’ di dolore e ho pensato: sono fregato». E poi? «E poi, non so, sono rimasto in campo, un po’ titubante, ho perso il secondo set, poi il terzo e sono andato sotto anche nel quarto, 3-0 mi sembra. Ma via via avvertivo che il muscolo si stava sciogliendo. Provaci ancora, mi sono detto. E da capo, di lì a poco: dai, continua, magari qualcosa cambia».

… e le mezze bugie dell’ottimista Sandgren

È cambiato il match, se vi pare poco. Ma non è tornato direttamente nelle mani di Roger. È Sandgren che ha cominciato a crederci di meno. Ha avuto tre match point sul 5-4 del quarto per chiuderlo, ma Federer gli è rimasto attaccato addosso. E altri quattro nel tie break. Sette in tutto, e tutti falliti. «Ma sei sul servizio di Federer», si lamenta l’americano, che sa di averla fatta grossa, anche perché quel famoso servizio superava a malapena i 170 orari. «Vero, ma avete visto come me lo tirava? Mai una palla uguale all’altra». Ci sta. Nella rissa finale Federer si stava dimostrando più lucido dell’avversario. È venuto il primo set point, di fatto, e ne è bastato un altro per pareggiare il conto. Folla in delirio. Follia in cattedra. Bello il tennis quand’è così…

Morto un miracolo, se ne fa un altro?

Il quinto set ha rimesso le cose a posto. Break al sesto gioco e via fino alla fine… «Giocherò la semifinale? Chissà… Ci proverò, ma aspettiamo le prossime ore. Magari, qualche buona ora di sonno rimetterà le cose a posto». Il pubblico lo applaude. I miracoli in diretta sono quelli che piacciono di più.

Semifinale contro Djokovic, tanto per alleggerirsi la vita. Era in calendario, ma sembra incredibile come Federer vi sia arrivato. Prima di Sandgren c’era stato Millman. E anche lì, cinque set e difficoltà a non finire. Sarà un problema incontrare il serbo non al meglio, ma Roger certi calcoli non li fa, non li sa fare. Djokovic ha regolato Raonic, ha rischiato due break ma il canadese non ne ha centrato manco mezzo. Nole ha giocato sedici palle break trasformandone appena due. Ma il match è stato a senso unico, in pieno Djoko Style se vi è chiaro che cosa intendiamo dire.