Australian Open, siamo pronti?

Ci saranno problemi?

Una domanda che ha doppia valenza. Va innanzitutto il pensiero ai problemi di ordine pubblico, con la qualità dell’aria di Melbourne ad aver occupato le pagine dei giornali molto più del sorteggio dei tabelloni. L’impressionante scena del ritiro di Dalila Jakupovic ha inquietato il mondo intero, rafforzando dubbi già esistenti sulla sicurezza e sulla possibilità di un posticipo del torneo. Eventualità già di per sé molto complicata, in una programmazione annuale sempre più densa di eventi, ma praticamente impossibile se il torneo in esame è uno Slam, dalle tempistiche molto più dilatate di qualsiasi altro torneo della stagione.

La Rod Laver Arena come l’Olimpico di Roma?

Con la cancellazione vista come extrema ratio che nessuno prenderà mai in considerazione, il fatto può essere appaiato a quello nostrano dell’Olimpico di Roma, costretto a ospitare due partite nell’arco di 24 ore per un’assurda schedule in vista degli Europei di calcio di giugno. Un test che il terreno di gioco ha fallito miseramente, portando ai gravi infortuni del giocatore della Roma Zaniolo e quello della Juventus Demiral. Episodi che rinverdiscono domande sulla linea di demarcazione di quando l’evento sportivo finisce di salvaguardare la salute per proteggere il suo lato economico. In Australia tale linea è stata oltrepassata o meno?

I dubbi del “terraiolo” Thiem

La seconda valenza riguarda, naturalmente, la più grande dittatura che il tennis abbia mai conosciuto. Qualcuno riuscirà a porre il primo mattone di un nuovo palazzo egemonico o anche stavolta sarà discussione a tre, di quei tre? Qualcuno riuscirà a porre dei problemi veri ai Big Three? Se nel resto della stagione ci sono sostanziali spiragli (negli ultimi tre anni, si sono visti dodici Masters 1000 vinti da altri giocatori, otto dei quali al primo trionfo di categoria, e gli ultimi quattro Maestri di fine anno non portano il nome della Trinità), a livello Slam la domanda rimane di asfissiante attualità. A ricordare che il tennis al meglio dei cinque set rimane tutt’altra realtà. Con Murray, Wawrinka e Cilic non più protagonisti credibili, la responsabilità cade tutta sui giocatori che nel recente passato hanno più mostrato armi a disposizione.

Nell’anno che lo porterà al suo 27o compleanno, Dominic Thiem dovrà scrollarsi definitivamente di dosso l’immagine di giocatore da una sola superficie; nel 2019, la vittoria a Miami e la finale alle Finals hanno tentato di incoraggiare quella strada, ma nei major la realtà è stata deprimente, con complessivamente una partita vinta nei tre Slam lontani da Parigi.

Medvedev e l’Australia che non è più America

La dimensione massima per Alexander Zverev rimane un arcano tuttora da decifrare, con i quarti 2018 e 2019 di Parigi come miglior risultato. In quella che è potenzialmente la sua superficie, il cemento, nella scorsa stagione ha subito due scoppole avvilenti da Raonic e Schwartzman.

Proprio dodici mesi fa Daniil Medvedev cominciò a mettersi in mostra, raggiungendo il suo primo ottavo di finale Slam in carriera e togliendosi lo sfizio di togliere un set a Djokovic, che da lì in poi avrebbe lasciato 19 game in tutto il torneo. L’estate americana lo ha reso definitivamente protagonista, ma i dubbi, sia tecnici che mentali, sulle sue possibilità di scalfire la tirannia rimangono. Le sconfitte a New York e Londra con Nadal stanno lì a sottolinearlo.

Attesa greca

C’è infine l’alternativa più attesa e forse credibile, Stefanos Tsitsipas. Smaltita la sbornia della semifinale australiana con le pessime figure a Wimbledon e agli US Open, il greco ha mostrato segnali decisamente incoraggianti con la vittoria delle Finals. Torneo che però ultimamente sta illudendo non poco: ha, salvo miracoli, sancito la fine della carriera ai piani alti di Murray e Dimitrov e rappresentato un sogno con brusco risveglio per Zverev. Il greco dovrà quindi a essere bravo a non fermarsi al primo sogno e dovrà farlo partendo dal cancellare un vecchio incubo. Lo scorso anno a Wimbledon subì infatti una clamorosa sconfitta al primo turno contro un italiano, Fabbiano, e ora dovrà difendere la semifinale 2019 partendo da un italiano, Caruso. Prima di pensare alle montagne in successione Djokovic (quarti), Federer (semi) e Nadal (finale), farà bene a partire dalle basi.

L’Italia chiamò?

Lasciando stare facili patriottismi, è comunque indubbio che il tennis italiano maschile stia vivendo un momento di splendore. Con Andrea Gaudenzi presidente ATP, Torino e Milano sedi delle Finals “vere” e NextGen, Fabio Fognini arrivato nel 2019 alla consacrazione, Matteo Berrettini n.8 del mondo, semifinalista Slam e Maestro e Jannik Sinner stella nascente di primissimo ordine, forse mai come ora il tennis maschile ha parlato italiano. Manca la corona Slam di Pietrangeli e Panatta ed è presto per porre il paragone con la generazione d’oro delle donne, ma sia a livello organizzativo che agonistico l’Italia è ora una protagonista a tutti gli effetti.

Attento all’entusiasmo, Matteo

La curiosità per questo Slam è quindi enorme anche in ottica nostrana, soprattutto per i due giovani. Berrettini ha sia la pressione di dover confermare i meravigliosi risultati 2019, sia la libertà di affrontare un torneo in cui non non ha punti da difendere. Nella sconfitta 2019 fece però benissimo, togliendo il primo set a Tsitsipas. Il sorteggio da testa di serie porta ingressi decisamente più morbidi e infatti ad aspettarlo ora c’è ora Andrew Harris, wild card australiana. I veri grattacapi per il nostro potrebbero incominciare al terzo turno, con Querrey o Coric, e da lì la strada si farebbe piuttosto complessa: Fognini agli ottavi e Federer ai quarti. Affrontare nuovamente lo svizzero sarebbe già un grandissimo risultato.

Sinner e la semi NextGen

Gli Australian Open di Sinner saranno all’insegna di compito peculiare e difficile. Sinora, infatti, il vincitore delle NextGen Finals è stato in grado, a Melbourne, di issarsi fino alla semifinale. C’è riuscito Chung nel 2018, c’è riuscito Tsitsipas nel 2019. L’impresa dell’azzurro sarebbe più incredibile, data l’età ancora più fresca rispetto al sudcoreano e al greco nell’anno di riferimento, ma appunto molto meno probabile.

Anche per Sinner il torneo inizierà con un padrone di casa, Purcell, ma già al secondo turno ci sarebbe una prova di maturità importante, contro Denis Shapovalov.

L’attenzione di Fognini dovrà invece già essere altissima all’esordio, dato che solo pochi mesi fa Reilly Opelka lo sgambettò al primo turno degli US Open. Lo statunitense rappresenta la tipologia di giocatore che l’italiano forse più soffre: esplosivo e dal piano tattico improntato sull’uno-due. Il ritmo che Fognini cerca dovrà trovarselo da solo.

Qualche altra zampata?

Si tende a semplificare e banalizzare la complessità di un tabellone con una poverissima manciata di nomi. Ma d’altra parte come fare altrimenti, data la già citata tirannia che monopolizza il tennis maschile da tempo immemore? Eppure, sia tra i nomi nuovi che tra i vecchi, ci sono giocatori da non sottovalutare. Tra i nuovi l’imprevedibile Rublev e Auger-Aliassime (esordio con Gulbis), tra i vecchi soprattutto Bautista Agut e Goffin. Senza dimenticare naturalmente Stan Wawrinka, che alla Rod Laver Arena ha scritto alcune delle pagine più destabilizzanti della storia recente.

Il grosso punto di domanda riguarda però su quanto possano sorprendere questi giocatori, sì bravissimi, ma fino a una certa soglia di elevazione. Ci sarà insomma qualcuno capace di disintegrare certezze dell’ennesimo tabellone Slam morto prima ancora di nascere?