Matteo e i grandi, la distanza si è (comunque) accorciata

Da Londra

 

Sono in corso le misurazioni. Quanto fa Berrettini in centimetri? E quanto faceva a Wimbledon? Si sono avvicinati lui e Federer? È lavoro per agrimensori, più che per giornalisti, stabilire quanto e come i due abbiano accorciato le distanze, e se l’abbiano fatto davvero. Ma è un modo come un altro per dare una dimensione alla crescita di Matteo, che è stata perentoria, in un modo che noi italiani non siamo abituati a prendere in considerazione, almeno per quanto riguarda il tennis.

Ci sono i complimenti di Federer. «Ha giocato un gran primo set, aver vinto il tie break, ed essere andato subito in vantaggio nel secondo, per me è stata una liberazione. Ma Berrettini è forte, molto forte». In fondo, tutto cominciò da loro due, dal Centre Court e da una giornata di quelle infide e sdrucciole, nelle quali i panini cadono dal tavolo sempre dalla parte appena imburrata, come recita il primo articolo della Legge di Murphy. Matteo si era appena scoperto erbivoro (vittoria a Stoccarda, semifinale ad Halle, tre turni superati a Wimbledon…) , e sebbene ora rivendichi che quella fu una delle svolte più incoraggianti della stagione, tale da spingerlo a considerazioni quanto mai benevole sui passi avanti fin lì compiuti, è difficile dimenticare come il nostro, allora, recitasse in un ruolo da attor giovane, a un passo dalla Top20, eppure ancora mille miglia lontano dagli sfarzi di un invito a corte, quale di fatto è avvenuto con questa prima partecipazione alle Atp Finals.

Erano gli ottavi di finale sull’erba dei Championships, la prima volta contro Federer, la prima in un torneo del Grand Slam, la prima sul palcoscenico del Centre Court, «il più bello che vi sia». Insomma, la prima in assoluto. Ci provò, Matteo, e Federer lo ridusse a un pizzico: cinque game in tre set, quanto basta per andarsi a nascondere sui monti. E invece, da quei fatti è nato il Matteo che conosciamo oggi, quello della vorticosa scalata alle posizioni di rilievo del ranking. Numero otto, figurarsi… E maestro fra i maestri a Londra. Alla faccia di chi non lo riteneva possibile.

Dunque, è vero, da un match contro Federer all’altro, per giunta entrambi giocati a Londra, si può cogliere la misura del cambiamento e del miglioramento di Matteo. Il ragionamento non fa una grinza. E il risultato nemmeno, dato che stavolta le differenze sono sembrate decisamente ridotte, non ancora minime, ma certo contenute. Tali da far apparire lontanissimi i due eventi, assai più di quanto non dicano i chilometri che separano la O2 Arena sulla Greenwich Peninsula, a est, dall’All England tennis, a sudovest. Lì un Matteo in crescita, ma ancora sottomesso a Federer. Qui un Matteo ormai sicuro di potersi misurare alla pari con i più forti, magari con qualche emozione di troppo, da tenere a bada, al contrario di quanto mostrato l’altro giorno con Djokovic, ma nella convinzione che, finito l’apprendistato, le distanze con i maggiorenti del nostro sport sembreranno più accessibili.

«Grandi rimpianti non ne ho», mette le carte in tavola Matteo. «Qualche punto, qui e là, avrei potuto giocarlo meglio, con più attenzione. Ma tirando le somme, ho disputato un buon match. Roger ha ritrovato tutto il suo tennis nel tie break del primo set, insomma, quando il gioco si è fatto duro, subito gli sono spuntati gli artigli, ma nella seconda frazione, dopo aver perso il game d’avvio, sono stato io a procurarmi tre palle break. Le differenze con il match di Wimbledon? Bè, oggi ero più pronto, avevo una strategia di vittoria, sapevo che cosa fare. Sto giocando con i migliori tennisti del pianeta, li osservo da vicino, in continuazione. Mi sbaglierò, ma credo sia giusto sentirmi orgoglioso di quanto sto facendo. E sono convinto che il prossimo anno il mio livello potrà crescere ancora».

La vittoria di Thiem su Djokovic (tre su Roger e due su Nole per l’austriaco) mette fuori gioco Matteo. Resta il sogno di una vittoria nel Masters, la prima per un italiano. Ci proverà domani proprio contro Thiem, terzo incontro dell’anno, 1-1 la situazione. Federer va stanare Djokovic. Non è il miglior Federer, non ancora, ma a questo punto poco importa. Match spareggio. Chi vince va avanti.