La valanga ATP Cup sui due circuiti. Il WTA di Brisbane resiste, ma a carissimo prezzo

La situazione non è piacevole, da qualunque lato la si voglia guardare. Ne abbiamo parlato pochi giorni fa all’interno di un articolo che evidenziava i problemi abbastanza elementari avuti dall’organizzazione della nuova Coppa Davis, ma all’orizzonte si ripropone una situazione altrettanto delicata.

L’ATP Cup, il “nuovo mostro” voluto fortemente dall’associazione maschile guarda caso poco tempo dopo la votazione di Orlando che ha rivoluzionato il format della storica Coppa Davis e che sa tanto di opposizione marcata ai piani di ITF e Kosmos, è arrivata a valanga sul calendario tennistico lasciando le briciole e tanta confusione, oltre a qualche sensazione di ingiustizia.

In tantissimi ne hanno fatte le spese. L’aiuto di Tennis Australia, che ha messo sul piatto una marea impressionante di soldi e possibilità, è bastato per ribaltare le prime settimane della stagione. E non sono neppure riusciti ad arrivare a fondo ai loro piani iniziali, pare, perché è saltata la Hopman Cup, è saltato il torneo di Sydney (o meglio, spostato) mentre Brisbane ha retto l’urto anche se si è trovato dissanguato.

Andiamo con ordine. A metà agosto del 2018 Gerard Piqué festeggiava assieme a David Haggerty la fusione ITF-Kosmos che segnava ufficialmente l’inizio della nuova Davis. Le critiche sono divampate da subito e a fine stagione, durante le Finals a Londra, una conferenza stampa annunciava che dal 2020 l’ATP riprenderà tra le mani la vecchia World Tennis Cup che veniva disputata a Dusseldorf, rivista grazie a Tennis Australia che produrrà un evento spalmato in 10 giorni lungo 3 sedi a inizio stagione. La federtennis, inoltre, ha messo sul piatto ulteriori soldi per modernizzare lo stadio di Sydney, il vecchio stadio olimpico del 2000, con l’aggiunta fondamentale di un tetto sia per le giornate con oltre 40 gradi sia per gli improvvisi quanto feroci acquazzoni. Inoltre ha messo ulteriori soldi per ristrutturare l’intero impianto di Adelaide con il centrale anch’esso provvisto di tetto. Quest ultimo è stata in ballottaggio fino all’ultimo con Perth per essere la terza sede e alla fine, neppure troppo sorprendentemte, la località dell’ovest Australia ha avuto la meglio. Stadio più grande, location già nota. Adelaide si è “accontentata” della licenza di Sydney sia per l’evento ATP che per quello WTA nella settimana che precede l’Australian Open.

È sparita la Hopman Cup, e questo è forse un punto piuttosto sottovalutato. Era l’unica esibizione accettata con piacere dai giocatori di entrambi i circuiti, coinvolti in un momento perfetto a inizio stagione che permetteva loro di prendere ritmo partita pur non avendo a che fare con prove ufficiali, e la possibilità di avere un girone da 4 squadre garantiva almeno 3 “sgambate” in una settimana. È durato 41 anni e ha spesso regalato momenti molto piacevoli proprio per questa sua dimensione così diversa e il clima così rilassato rispetto a tutta la stagione, funzionando perfettamente da apripista. Poco tempo fa la notizia che vogliono provare a reinserirla a partire dal 2021 in un’altra location, ma non c’è stata alcuna remora nel momento in cui si è cancellato tutto con una facilità e una noncuranza che non è piaciuta granché. E allo stesso modo, questo enorme carosello di 24 squadre suddivise in sei gironi, due per sede, ha tolto di mezzo i tornei ATP di Brisbane e Sydney, mentre Pune ha cambiato data. E voleva mandare via a calci pure la parte femminile.

I primi rumors parlavano di un evento che volesse gestire in maniera esclusiva tutte le sedi scelte. Il torneo WTA Premier di Brisbane, in qualche modo, pare aver retto a questa ondata sfruttando il fatto che la fase a gironi della ATP Cup nel Queensland partirà venerdì 3 gennaio e finirà il mercoledì della settimana dopo mentre loro, arrivando fino alla domenica, potevano gestire con tranquillità le fasi finali. Il prezzo da pagare, però, è carissimo: da lunedì a mercoledì, infatti, non potranno usufruire della Pat Rafter Arena, il campo principale dell’impianto. Fino a quel momento, i loro punti di riferimento saranno lo show-court 1 e 2, campi esterni, fuori dalle luci principali, provvisti di una copertura ma solo nella parte superiore mentre da quelle laterali, in caso di pioggia forte e vento, l’acqua comunque causerà danni e costringerà le partite a essere sospese. Che senso ha tutto ciò? Perdere tre giorni su una settimana per la WTA, ma lo sarebbe stato anche per la controparte maschile (in un mondo teorico, perché i ruoli paiono piuttosto chiari), è un danno importante, soprattutto pensando al fatto che questo torneo da anni ormai propone soltanto le migliori del mondo e nel 2020 si presenterà con le prime 3 del ranking al via oltre a quasi il 75% della top-20 e, soprattutto, il privilegio di poter essere il torneo di casa della attuale numero 1 del mondo. Soltanto le prime 2 teste di serie (Ashleigh Barty e Karolina Pliskova, al momento) avranno un bye, e questo dovrebbe essere un importante salvagente per gli organizzatori che potranno far attendere Barty fino a giovedì e riservarle un posto sul centrale nella speranza di evitare di dover affrontare il cosiddetto elefante nel salotto, ma da Naomi Osaka in giù saranno tutte chiamate a una situazione strana.

Negli anni Brisbane aveva sempre messo in mostra un parterre femminile di gran lunga più equilibrato verso l’alto rispetto a quello maschile, anche grazie alla differenza nei valori dei rispettivi eventi. La presenza di Roger Federer per tre anni ha mitigato questo margine e, logicamente, solo lo svizzero da solo generava poi maggiore interesse di ogni altro essere umano che calcava quel palcoscenico, ma è qui che sono passate tutte le campionesse più importanti degli ultimi 10 anni. E nel 2020 il torneo femminile riproporrà al via, molto probabilmente, Maria Sharapova dopo 5 anni, mentre avrà per la prima volta Venus Williams. Tutte loro chiamate a emigrare dal loro habitat naturale per una competizione di cui ancora oggi non si vede il senso effettivo se non, appunto, quello di contrastare la Coppa Davis. E questo scenario non può neanche sorprendere eccessivamente, perché se mette in mostra una forza tramutata quasi in arroganza da parte sia dell’ATP che di Tennis Australia nel decidere e fare, incurante delle circostanze e di chi può essere danneggiato (come la ATP stessa, paradossalmente, che si priva di tre tornei per favorire un carrozzone per pochi che distribuisce un’esagerazione di soldi e punti extra in un mare di incongruenze) dall’altro non si poteva probabilmente arrivare a una soluzione diversa. Perché con 15 milioni di dollari di montepremi complessivo e 750 punti ranking in palio per chi vince da imbattuto, più la federazione locale forte su tutta l’organizzazione, le partite non potevano che essere sui campi principali delle tre località. E il format, uguale identico (che coincidenza) alla Davis attuale, fa sì che ogni giorno ci siano sei partite praticamente l’una dopo l’altra.

A questo punto, poi, i problemi di forma. Allargando il torneo a 24 squadre gli organizzatori, che hanno basato le loro scelte sui primi giocatori delle nazionali presenti nel ranking ATP, hanno chiamato anche paesi come Grecia, Georgia, Moldavia, Bulgaria, Uruguay, che hanno un ottimo rappresentante a testa, ma senza altri tennisti competitivi per questo livello. E i punti che si prendono, dicevamo, sono “extra” e funzionano come quelli delle ATP Finals, ovvero rimanendo parte del ranking come gli Slam ma lasciando spazio a un torneo in più. La classifica mondiale di ogni giocatore e giocatrice si crea sommando i risultati di vari tornei, non tutti però sono uguali. Nel maschile ci sono 12 risultati fissi: quattro Slam, otto Master 1000. Poi ci sono sei risultati a parte che variano nell’arco della stagione, ovvero vengono sempre conteggiati i sei più alti di questa categoria. Le Finals rappresentano un diciannovesimo torneo che ha una sua categoria, e così farà anche l’ATP Cup in una scelta ben poco chiara perché crea un importante discrepanza a favore di giocatori (soprattutto di bassa classifica) ammessi non per meritocrazia di ranking. Un giocatore che vince il torneo da imbattuto prende 750 punti, un bottino pesantissimo perché vale una semifinale Slam. E questo fa gola, come i 15 milioni di dollari di montepremi in palio. Motivo per cui i giocatori difficilmente si esporranno negativamente come fatto per la Davis. L’unico a scagliarsi con molta durezza è stato Reilly Opelka, che l’ha definita “patetica” nella parte più gentile del suo discorso. Lo statunitense è stato convocato come terzo della sua squadra ma ha già detto che non andrà a fare da sparring e di essere furioso di come molti col ranking quasi inesistente possano prendervi parte.

La notizia che le giocatrici WTA verranno quasi sicuramente destinate ai campi secondari per la prima metà della settimana non è arrivata da alcuna entità se non dal sito internet del torneo, che nella pagina ufficiale per comprare i biglietti mostra la suddivisione delle sessioni sulla Pat Rafter Arena. Questo il programma diurno, dove si vede nella colonna di destra che il torneo WTA è presente soltanto da giovedì a domenica.

E per ulteriore conferma, ecco il dato sulle sessioni serali. Come si vede, nella colonna di destra sono disponibili solo due biglietti sui cinque che dovrebbero normalmente esserci.

La cosa che lascia tutti piuttosto interdetti, di nuovo, è la grande facilità con cui l’ATP Cup abbia finito per travolgere un ordine ormai ben consolidatosi nel tempo, danneggiando anche se stessa dovendo trovare due nuove sistemazioni a eventi già esistenti e perdendo del tutto il torneo di Brisbane. La WTA in qualche modo prova a tirare avanti e ancora una volta la morale della favola è che i soldi forse non fanno la felicità, ma possono servire a delineare ruoli di potere.