Wimbledon, la difesa dell’erba

Ci sono cose che ogni anno non mancano mai, puntuali come il pranzo di Natale o il rituale “se ne riparla a Settembre”, molto italiano, per prorogare impegni di qualunque tipo nel periodo estivo.

A Wimbledon, durante i primi giorni del torneo, di certo non mancano le polemiche: hanno iniziato Nadal e Djokovic storcendo il naso, come arrivasse di sorpresa, sull’algoritmo usato da Wimbledon per definire le teste di serie; hanno proseguito oggi altri giocatori sulla superficie londinese.
“È molto lenta”, hanno protestato alcuni. Una tiritera che si perpetua ogni anno, come fosse la prima volta che si scoprisse del rallentamento di una delle superfici più controverse.

Sono quasi 20 anni ormai che gli organizzatori dell’All England Club hanno deciso di rallentare l’erba non seminando più la festuca ma solo il loglio e tagliandola diversamente in modo da non favorire il “tiro al piccione” tanto caro agli anni ’90 e ai grandi servitori dell’epoca. Specie in un clima poco umido e poco piovoso, con le palline maggiormente pressurizzate, le condizioni si sono così rallentate facendo fede ad una volontà generale di omologazione delle superfici che va avanti da inizio anni 2000.

Eppure, eppure.
Eppure l’erba non è come tutte le altre superfici, neanche quella di Wimbledon, che è notoriamente più lenta rispetto ai tornei pre-Championships: è ancora favorito chi sa servire bene (soprattutto variando), chi sa usare bene lo slice, chi risponde anticipando e specie durante la prima settimana, il modo di muoversi è completamente diverso. Non sono consentite le celebri scivolate ormai frequenti anche sul cemento, non paga un gioco prettamente difensivo.

È altresì vero che sia più facile adattarsi per chi ci ha giocato poco o niente, tuttavia le aperture ampie e la scarsa confidenza con il gioco d’attacco vengono penalizzate.

Diffidiamo da quelli che ormai sono diventati luoghi comuni: chi gioca e vince sull’erba è perché sa giocarci e ha caratteristiche che ben si sposano alla superficie o semplicemente ha saputo adattarsi meglio, seppur con qualche “aiuto”.