Il Diavolo veste Djokovic

Nel tennis il diavolo si presenta sotto mille forme, ma non è mai in esclusiva. Per quanto un giocatore possa lamentarsi di questa sulfurea presenza che avverte al proprio fianco, che gli sfiora la spalla e gli aleggia d’intorno, suggerendogli all’orecchio osceni rimedi alla sua già traballante certezza, è assai probabile che mentre il poveretto lo ritenga impegnato a prendersi gioco di lui, il satanasso sia indaffarato anche con l’avversario.

O forse no, ma l’importante è che lui, l’avversario, sia convinto del contrario. Quanto sia opera del diavolo il verdetto di questa finale dei Championships è dunque materia opinabile, dato che sia Federer, sia Djokovic, ne avranno avvertita la presenza incombente, di certo ogni qual volta l’altro si è allontanato nel punteggio o ha avuto dalla sua un nastro favorevole, una mezza riga lambita da un ace, uno strambo rimbalzo che gli ha tolto il tempo per centrare un passante. Malgrado ciò, da qualche parte lo zampino vi deve essere, perché sono davvero poche le finali concluse con la vittoria del tennista che per i primi quattro set ha meritato di meno, nel quinto ha salvato due match point, e nel tie break finale ha potuto assistere al suicidio sportivo del rivale.

La finale più lunga nella storia dei Championships. Quattro ore e 57 minuti. Più lunga della finale del 2008, tra Federer e Nadal, 4 ore e 48 minuti. E Roger le ha perse entrambe. Se la porterà dietro a lungo, Roger, questa mancata vittoria, e se la pensione non è così lontana (come potrebbe, a quasi 38 anni?) avrà molti anni davanti a sé per ripensarci. Dite che non succede? Che tutto diventi rapidamente polvere, e restino al massimo i ricordi delle vittorie? Sbagliate. A un passo dai sessanta, John McEnroe vi potrebbe intrattenere per ore sulla sua mancata vittoria al Roland Garros, avanti due set su Ivan Lendl. Come accadde, perché accadde e tutta la sfilza di scuse che Big Mac riesce ancora a snocciolare per spiegare come mai non fu colpa sua, sono niente a fronte della sconfitta subita da Roger, passato nel breve volgere di pochi game dal cogliere l’impresa più bella della sua carriera, al gramo sorriso con cui ha accolto il piatto d’argento del secondo classificato. Dal nono successo a Wimbledon, contro il tennista che meno ama (per colpi e tecnica, ça va sans dire) e che per gran parte della finale si è limitato a succhiargli la ruota, come il più furbo dei gregari che voglia spezzare il ritmo dei fuggitivi, al nulla.

Eppure, Federer ha perso, malgrado abbia giocato meglio, con il pubblico tutto dalla sua, e con due match point a favore. Ha perso pur avendo tutti i numeri del match a favore: gli ace, 25-10; i doppi falli, 6-9; addirittura le risposte vincenti di rovescio, 48%-41%. E poi i punti a rete, 78%-63%, persino i punti vinti in totale, 218 a 204. Ma ha perso, dunque è difficile che non abbia le sue brave colpe. Una su tutte, ma fondamentale e sconquassante per il giudizio che Roger ha di sé e del suo tennis: ha giocato di peste tutti i momenti decisivi dell’incontro, i tre tie break e i due match point. Non è poco, diciamolo… Anche perché è assai probabile che a fargli lo sgambetto, in quei momenti in cui si è deciso il match, sia stato l’aumento della pressione, quella che fa tremare i polsi come nacchere, mentre le ginocchia tengono il ritmo cantando “giacomo giacomo”.

Capita anche questo, superate le 37 primavere, quando tutto ciò che gira intorno al tennis dovrebbe essere conosciuto, esplorato, al punto da renderti insensibile a ogni possibile evento contrario? Eccome se capita. Federer ha spesso mostrato un animo tenero, nei momenti caldi della sua carriera, e non deve ingannare l’aspetto da freezer che assume sul campo. Dentro ribolle, è un fuoco. Figuratevi di fronte a un’impresa come quella che stava prendendo forma ieri sul Centre Court. I due match point, giunti sull’8-7 e servizio, 40-15, se ne sono andati su una palla sparata a lato, e su un attacco mosso più dalla disperazione che dalla convinzione di poter creare un problema a Djokovic. Quel game si è trasformato in una trappola mortale, ha restituito a Djokovic non solo la parità nel quinto set, ma anche la convinzione che vi fosse ancora una speranza per lui. Nole vi si è aggrappato, e ha ritrovato forze che a quel punto sembravano smarrite.

È il quinto titolo a Wimbledon per Novak, e il sedicesimo Slam. È a meno due da Nadal e a meno quattro dallo stesso Federer. Non solo, è sempre più convinto di poter superare l’uno e raggiungere l’altro. Può farcela benissimo, ma non può adontarsi se il pubblico tifa Federer. Roger offre emozioni, colpi che sono invenzioni, lascia stupiti, è la recita tennistica più bella che vi sia. E anche domenica lo è stata. Funestata però da quei tre tie break cominciati malissimo, nei quali è sempre stato costretto a inseguire i suoi stessi errori. Nole si è trovato avanti di un mini break già dai primi tre punti, difficile andarlo a riprendere. Potrà non piacere del tutto al pubblico, perché ha un gioco d’attesa che tende a gonfiarsi degli errori altrui, più che delle sortite da lui firmate, ma è maestro in arti difensive, ha gambe capaci di arrivare ovunque, sa recuperare colpi impossibili snodandosi. È fatto di gomma, forse di caucciù, comunque di materia resistente alle più alte temperature, persino al fuoco…

Già, e se fosse lui il diavolo tennista? Di certo Federer se lo è chiesto, ed è probabile che un brivido lo abbia attraversato. Magari proprio mentre sprecava le due opportunità di mettere la sua firma sull’impresa che desiderava più di ogni altra, il nono titolo a Wimbledon.