Un personaggio straordinario chiamato Wimbledon

Quando chiudono il tetto, il Centre Court si tinge dei colori soffusi di una camera da letto.

Guardi la volta mentre si chiude, nel tramestio dei colombi che si affannano verso una via di fuga, e ti sembra che sia così da sempre. Wimbledon è uguale a se stesso anche nelle cose che prima non c’erano. Un immutabile mutante. L’attuale sede, in Church Road, venti anni fa appariva spoglia, quasi essenziale. L’hanno ricostruita in buona parte, e a nessuno verrebbe in mente di definirla “nuova”.

È come se a Wimbledon costruissero vecchi stadi moderni, antichissimi tetti ad alta tecnologia, antiquati maxi schermi digitali, persino l’ologramma a grandezza naturale di John McEnroe che guida il pubblico fra gli stipetti degli spogliatoi di una volta, ricostruiti all’interno del museo, ha un che di eterno. Wimbledon tiene a mente tutto, date e fatti che non dovrebbero interessare ad alcuno, ma che in fondo riscaldano il cuore. C’è chi li ha annotati, trascritti, conservati, considerandoli importanti, forse indispensabili. L’arte della memoria è l’attenzione. Dell’una e dell’altra, Wimbledon ha fatto la propria roccaforte. Ed essere al passo con i tempi, conservandosi, è ormai una sfida.

​Chi abbia voglia di stupirsi, non avrà difficoltà a farlo dando un’occhiata – rapida per quanto consenta un libro che ha ormai superato le seicento pagine – al Compendium, pubblicato con i dovuti aggiornamenti anno dopo anno. Con pari dignità agli sterminati elenchi di vincitori, vengono rubricate tutte le notizie sulla vita del torneo, dall’edizione del 1877 in Worple Road, la prima, fino all’ultima. Alla voce Centre Court Invasions, che può facilmente richiamare immagini di navette aliene atterrate davanti al Royal Box (qui l’humor inglese obbligherebbe ad aggiungere, “e senza nemmeno pagare il biglietto”), si scopre che il primo invasore fu uno scoiattolo, che fece la sua irruzione sul campomartedì 21 giugno 1949, durante il confronto fra l’olandese Van Swol e il francese Abdesselam.

Alle voci The Oldest Competitors e The Oldest Seeds, vi sono due ottime notizie per Federer: nel 1926 il maggiore Ritchie giocò in singolare alla veneranda età di 55 anni e 247giorni; nel 1969, Pancho Gonzales fu testa di serie a 41 anni e 45 giorni. Sempre nel 1926 nacque la consuetudine (oggi, tradizione) di invitare una banda per il giorno della finale. La prima fu la banda della Royal Military School of Music della Kneller Hall… Potremmo proseguire con le pagine sulle condizioni meteo, addirittura straripanti come la peggiore delle showers, ma ve le risparmiamo.

​Per questo non c’è anima viva, al mondo, che si sognerebbe di mettere in discussione una sola delle tradizioni su cui i Championships affondano le proprie radici. È concesso, tutt’al più, di giocarvi contro, meglio se con affetto. Uno zinzino di sarcasmo è tollerato, lo sfottò molto meno, una protesta verrebbegiudicata, prima di tutto, incomprensibile.

La domenica della finale le grandi auto nere che varcano i cancelli con lo stemma verde e viola del Club, procedono lente fino all’ingresso della Member’s Enclosure, la casa dei mille soci (il doppio in lista di attesa) che dà accesso al Royal Box, e dove ogni anno da cinquant’anni si festeggia il Natale con la proiezione del film Lawrence d’Arabia. Le auto proseguono fino a una stradina ricavata nello spiazzo, chiamata “view line”, dalla quale è possibile sbirciare l’andirivieni di marchesi e duchesse e sottolineare con lunghi “ooohhh” e altrettanto lunghi “uuhhhh” di apprezzamento lo sventolio di abitini floreali con cui le signore invitate hanno tappezzato le loro nobili membra.

Si tratta di composizioni audaci, simili a selve inestricabili e coloratissime, o peggio, ai drappeggi di Buckingham Palace. Gli inglesi conoscono sin da bambini, per diritto di nascita, quale sia il momento più opportuno per esternare un “oohhhh” e quale per esibirsi in un “uuuhhh” e chi sbaglia, o va fuori tempo, riceve occhiatacce di rimprovero. La domenica della finale anche i bobbies sembrano più belli e innalzano una coccarda colorata sulle pance da birrai.

Essendo Wimbledon immutabile nel tempo, è probabile che la stessa atmosfera accolse, nel 1957, una delle prime visite di Elizabeth, non ancora regina e non ancora costretta a indossare abiti dai colori terrificanti (giallini, verdognoli, celestini), utili però a non perdere contatto con la sua sacra persona dagli elicotteri della Security che le svolazzano sulla testa. Fu quella l’occasione scelta dalla giovane erede al trono per mostrare il suo ultimo acquisto, di cui andava particolarmente fiera e per il quale, pare, aveva dovuto battere i regali piedini per terra: una RollsRoyce Phantom IV di colore bordeaux così scuro da sembrare nero in lontananza.

L’aveva voluta diversa dalle altre Phantom, e Mulliner, lo stilista di automobili più famoso in quei tempi, si era sottoposto volentieri a quella regale vessazione: le aveva alzato il tettuccio, di modo che la prossima regina non dovesse togliersi il cappello per entrare, e sulla calandra, al posto della statuetta dello Spirit of Ecstasys divenuta il simbolo delle auto dei signori Henry Rolls e Jaime Royce, aveva montato una più audace composizione scultorea, con un San Marco particolarmente incavolato che combatteva contro il drago. I solerti funzionari dell’economato di Buckingham Palace colsero in quella giovanile ostentazione di Elisabetta una precisa indicazione pratica, e forse per compiacerla forse perché abituati a prendere troppo alla lettera i voleri dei propri sovrani, nel giro di quattro giorni rinnovarono tutta la reale autorimessa, svendendo le lussuosissime Daimler per sostituirle con altrettanto lussuosissime Rolls. Dodici in tutto, una spesa che fece gridare allo scandalo anche il più devoto dei sudditi del Regno.

Il Royal Box è composto da 75 poltrone. Le partite che contano sono annunciate dal lieto brusio del palco che si riempie e dalla diligente partecipazione, a quel riempirsi, dei 14.997spettatori che sbirciano con i cannocchiali. L’ufficio stampa fino a qualche tempo fa era tenuto a far conoscere in tempo reale la composizione del sacro Box, nel quale regna, sotto le necessarie apparenze di compostezza, una frenetica e diabolica attività. Lord Hemsley, rigonfio di squisitezza, intende cedere il suo posto, di due poltrone più centrale, alla gentilissima Lady Gold, che ovviamente ama farsi pregare e tentenna un bel po’ prima di accettare.

L’onorevole Nicholas Soames non è da meno e obbliga Lord Hemsley ad accettare il suo posto, andando a rifugiarsi in una poltroncina più in alto, dove avrebbe dovuto sedere tale mister Presley che, a quel punto, prende a girovagare cercando un posto libero, e lo trova in prima fila, al fianco dei duchi di Kent,scatenando le proteste di tutti. In una finale dei primi Novanta,nell’inseguire tutto quel tramestio, l’ufficio stampa fu capace di emettere nel breve volgere di pochi minuti, la bellezza di diciannove comunicati di aggiornamento sulla composizione delbox. L’ultimo giunse a incontro già cominciato, scritto a mano, in evidente stato di confusione mentale.

Altre tradizioni… Nove, sei, cinque, quattro, è il conto alla rovescia delle fragole che dagli anni Ottanta a oggi sguazzano nel loro bravo intingolo di panna acida. Però sono più grosse, dicono. Chissà da dove le fanno arrivare. Forse dallo Zimbabwe, il Paese trascinato nella storia di Wimbledon da John McEnroe, quando dichiarò che a lui i Championships piacevano moltissimo, ma se si fossero giocati nello Zimbabwe gli sarebbero piaciuti molto di più.

I Championships nacquero nel 1877, cento quarantadue anni fa. L’All England Croquet Club undici anni prima, il 23 luglio 1868, per iniziativa di John H. Walsh e di altri cinque gentiluomini, il capitano R. F. Dalton, il reverendo A. Law, Walter Jones Whitmore, S. H. Clarke Maddock e J. Hinde Hale. I sei si riunirono nell’ufficio di Herbert Cox, editore di The Field, al 346 Strand di Londra, e stabilirono ruoli e incarichi del nuovo Circolo: Walsh che era anche il proprietario del “Field” sarebbe stato il presidente, Whitmore il segretario e Maddock il tesoriere. Data vita sulla carta al nuovo Club, occorreva procurargli una dimora. A condurre la ricerca furono lo stesso Walsh ed Henry Jones, uno dei suoi giornalisti.

Scartate le ipotesi più vicine a Londra, la scelta prese forma definitiva nell’ottobre 1869: quattro acri di prato in Worple Road a Wimbledon, affittati per una cifra “a crescere” di 50, 75 e 100 sterline, per tre anni. L’anno dopo, il 1870, per una spesa supplementare di 425 sterline, il circolo fu dotato di una modesta Club House, e aprì definitivamente i battenti. Il tennis era ancora nelle migliori intenzioni del Maggiore Wingfield, al riparo nella scatola di legno con rete, palle e racchette, che aveva posto in vendita con il nome di Sphairistiké. Veniva considerato al più un gioco da scampagnata, seppure dai trascorsi nobiliari, ed entrò a far parte della vita sociale del club solo nel 1877, l’anno del primo torneo e del definitivo conio: All England Lawn Tennis and Croquet Club, AELTC l’acronimo.

Erano gli anni in cui lo sport (tutto) veniva codificato. Si davano regole definitive al calcio, al rugby, e anche al tennis (fu una commissione del Marylebone Club nel 1875 a dare forma scritta al tennis). L’attenzione verso l’attività fisica all’aperto faceva parte del progetto di appropriazione di tutto ciò che fosse appartenuto alla nobiltà, che l’emergente borghesia industriale conduceva con il fervore che l’ha spesso contraddistinta. Terre, modi di dire, comportamenti, certi agi tipici di chi se li poteva permettere. I soldi erano già passati di mano, su mode e tradizioni, invece, i borghesi alacremente lavoravano per portarli a sé e imporsi del tutto sulla scena.

Il positivismo era la filosofia che faceva da carburante, perché poneva l’uomo al centro di ogni progresso, con cinismo e senza troppe sottilizzazioni. E lo sport che proponeva sfide fra uomini si ritrovò presto in prima pagina. Anche la vittoria di Gore, la prima ai Championships… Fu celebrata sulle pagine del Fields, esaltando il vincitore, l’uomo, il suo sforzo, la sua attitudine, il suo ingegno. Del resto, come si è visto, il Fields a Wimbledon giocava in casa.

Quei brevi articoli sul tennis, pubblicati di fianco a quelli sul calcio e sul rugby, segnarono la nascita di un mestiere e più avanti di un genere letterario, malgrado su quest’ultimo aspetto non tutti gli storici della letteratura riuscirebbero a darci ragione. Era la nascita del giornalismo sportivo e di un modo di scrivere sui vincitori che attingeva a piene mani dall’epica, genere letterario sepolto nell’anno Mille con i primi aneliti di quella Langue d’Oilche condusse verso il romanzo. Quest’ultimo scandisce i tempi della vita, creando personaggi e dialoghi in divenire. L’epica poneva al centro di tutto l’eroe, divinizzandolo. La scrittura dello sport collegò i due generi, trattò in divenire la cronaca e concesse sembianze divine ai vincitori.

I motivi che spinsero i soci a organizzare il primo torneo di tennis restano ancora avvolti nel mistero. C’è chi sostiene che la possibilità di doversi nuovamente autotassare per acquistare un nuovo rullo utile a spianare i campi, consigliò ai soci a compiere il passo, in modo da potersi ripagare con i biglietti venduti. Di fatto il torneo andò in porto. Il 9 luglio di quello stesso anno, lunedì, otto righe a pagina 11 del Times, in coda a un lungo articolo sul match di criquet tra Middlesex e Nottingham, davano notizia dell’inizio del torneo. Aggiungevano la data della finale, il 16 luglio, il numero dei partecipanti, 23, e il costo del biglietto d’ingresso, fissato in una sterlina e uno scellino. Nasceva così la più bella storia del tennis mondiale.

Se la storia è nota, meno conosciuti sono i risvolti che da quella presero forma. Wimbledon è un laboratorio di scienza, oggi autorevolissimo, al centro di grandi attenzioni dal mondo dell’agronomia per le macchine che ha inventato (nebulizzanti, a getti d’aria, assorbenti), e per le teorie sulla composizione di un prato perfetto. La storia del torneo è fatta di poa pratensis, di oregon bruna, oggi di segale. Misture che hanno permesso di stendere prati robusti e conformi ai voleri degli organizzatori. Dall’erba sconnessa e sdrucciolevole, che imponeva di giocare al volo per evitare pericolosi rimbalzi della palla, a quella compatta e più lenta di oggi, che ha suggerito il conio di “erba battuta”. In realtà, una via di mezzo alla fine è stata trovata, confermando la linearità dei rimbalzi, ma con una maggiore concessione alla velocità della palla. Il tutto attraverso la scelta accurata delle sementi (sono stati appena nove, in 140 anni, i capi giardinieri a Wimbledon) e dei millimetri su cui operare il taglio. Da quattro ai cinque.

Restano detti antichi… Un buon prato si fa con un anno di lavoro, e cento anni di piogge. Ed è forse vero. Di sicuro, per una buona carriera basta un anno da protagonisti a Wimbledon. Anche per questo ai Championships tutti si presentano cercando qualcosa. Quest’anno più che mai.