Del Potro e i suoi fantasmi, la sfida continua

Il 2018 sembrava rappresentare il tanto atteso lieto fine di una storia fatta di passione, paure, sofferenze, sacrifici e tenacia. Invece, proprio quando il peggio sembrava definitivamente passato, e il ricordo di ospedali e medici andava sbiadendo sempre più, ecco tornare i fantasmi: potrebbe riassumersi così la stagione appena trascorsa di Juan Martin del Potro, nell’annata in cui finalmente era tornato ai livelli raggiunti poco prima che la sua vertiginosa ascesa si interrompesse bruscamente a causa di quei maledetti polsi.

Stavolta, per sua fortuna, la situazione non è la stessa che lo ha costretto ad anni di consulti medici, operazioni chirurgiche (ben quattro, una a destra e tre a sinistra), riabilitazioni e timore di chiudere anzitempo la carriera, anche perché i tanto fragili legamenti (per adesso) rimangono sani. A Shanghai, nel momento migliore dal lontano 2009, scivola in partenza nel tentativo di inseguire una smorzata di Borna Coric e picchia violentemente la rotula contro il cemento. Sembra solo una forte contusione in prima battuta, ma dopo un paio di punti il dolore cresce e persiste. Si ritira a fine primo set per ricevere le prime cure e ottenere la diagnosi, che però lo gela: la rodilla è fratturata, finire sotto i ferri per la quinta volta negli ultimi otto anni è una concreta possibilità. L’annuncio alla stampa e al mondo lo dà proprio il diretto interessato, in una straziante conferenza stampa post match nella quale, a caldo, mostra tutta la fragilità di una campione che non si sente pronto a rivivere il calvario che ha quasi stroncato i suoi sogni: “È un colpo molto duro che mi lascia senza forza. È molto difficile per me pensare a un nuovo recupero”, dichiara sconsolato.

Per fortuna, per la “Torre di Tandil” basterà solo un trattamento conservativo e, salvo sorprese, sarà ai blocchi di partenza della stagione 2019, (quella della rivoluzione dei ranking, del rebranding ATP e del debutto della nuova Coppa Davis “in salsa Piqué”) ripartendo dalla consueta edizione pre Australian Open del Kooyong Classic. Ma sicuramente, in quella giornata di metà ottobre, tutti gli appassionati hanno pensato almeno per un secondo di aver assistito al canto del cigno per il gigante argentino. Ma sarà davvero così?

Dipende dalla reazione fisica ed emotiva che avrà il sudamericano a questo ennesimo sfortunato acciacco. Se le lotte del passato lo hanno reso molto più vulnerabile quando gli infortuni bussano minacciosi alla sua porta, dall’altro lo hanno reso realmente consapevole di ciò che lo attende, e stavolta, in confronto a quanto già vissuto, questo recupero è una passeggiata. Ecco perché, raggiunti i trent’anni, Juan Martin potrebbe ricominciare da dove aveva lasciato: il 2018 è stato senza discussioni la stagione migliore della sua carriera dopo quel glorioso 2009 in cui entrò ufficialmente nell’élite del tennis, sbaragliando Federer e vincendo a sorpresa gli US Open.

Del resto (e suo malgrado), non sarebbe neanche un’analisi così ardua da effettuare: basta constatare come, dal 2010 al 2015, la sua presenza nel circuito sia stata eufemisticamente discontinua. Il suo processo di rinascita parte infatti dal 2016, in cui finalmente torna protagonista in uno di quegli appuntamenti per cui vale la pena vivere e soffrire: la cavalcata olimpica in nome dell’orgullo albiceleste è memorabile, elimina al primo turno Djokovic (numero 1 del mondo ma all’inizio della crisi) e in semifinale anche Nadal dopo aver fatto incetta di iberici (cadono sotto i suoi colpi anche Joao Sousa e Bautista Agut). Cede solo dopo una battaglia epica contro Andy Murray che fa sfumare il record di primo oro olimpico tennistico nella storia del suo paese ma rendendo comunque orgogliosa l’intera Argentina, mai così unita e calorosa ai Giochi dalla medaglia d’oro di Ginobili e compagni ad Atene 2004; sarà comunque il primo del suo paese a vincere una medaglia nel tennis, e il vecchio Delpo, con tutti i pregi e i difetti del caso, sembra tornare.

Dopo un 2017 di ulteriore crescita, il 2018 è finalmente il primo anno “a pieno regime”: gioca tutti e quattro gli Slam e già è una notizia (non succedeva dal 2012), ma la spedizione di Melbourne si conclude con una deludente eliminazione ai sedicesimi per mano di Tomas Berdych. Nonostante l’avvio tutt’altro che entusiasmante la svolta non tarda ad arrivare. A Marzo l’argentino torna ad essere l’irresistibile bombardiere dello scorso decennio, torna da Acapulco con la “pera del vincitore” dopo aver sconfitto due top 10 (Zverev e Anderson) e ad Indian Wells compie un’impresa che sa di deja vu: batte Federer al termine di una battaglia durissima, vince il primo Masters 1000 in carriera e cancella il suo nome dal particolare elenco di campioni Slam mai trionfanti negli eventi da mille punti per il vincitore.

Delpo continua a stupire anche al Roland Garros e a Wimbledon, su due superfici mai amate e incapaci di rendere giustizia al suo gioco piatto, potente e con poche varianti; chinando il capo in entrambi i casi solo dinanzi a Rafa Nadal ma mostrando un gioco più efficace maturo rispetto al passato. Il ritorno al futuro è dietro l’angolo.

Infatti, il vero capolavoro di stagione arriva nella città che lo ha reso grande, grande come la mela che nell’immaginario collettivo rappresenta la città di New York. Sui campi degli US Open, a nove anni di distanza dall’unico trionfo Slam, “Palito” gioca un tennis meraviglioso e conferma di essere tornato quello di un tempo, se non addirittura migliore: non sorprende il diritto, come al solito implacabile, ma gli altri fondamentali sì. I miglioramenti più evidenti, sulla falsa riga di quanto visto nei mesi precedenti, si registrano dal lato del rovescio: a tratti dimostra un evidente miglioramento nella solidità del colpo, garantendogli la possibilità di spingere di più ed aumentare la sua incisività con il “bimane” anche in fase offensiva. Il tutto condito dal solito grande cuore ed una buona mobilità per un uomo della sua stazza.

Nonostante l’exploit americano, purtroppo per Delpo è l’anno di RoboNole 3.0: il secondo deja vu stagionale, quello che doveva vederlo alzare nuovamene al cielo il trofeo degli US Open, si infrange sul serbo, ma l’argentino può finalmente urlare a pieni polmoni: “sono tornato!”. Già, perché nel 2018 della rinascita di Djokovic, dei venti Slam di Federer, dell’undicesimo Roland Garros di Nadal, del Maestro Zverev e della vendetta tennistica della Croazia sulla Francia, del Potro ha dimostrato di avere ancora tanto da dare al tennis mondiale e di non essersi mai arreso di fronte ad avversità apparentemente insormontabili. Gli evidenti miglioramenti sui punti deboli mostrati nell’ultima stagione devono essere la base tecnica per ripartire in vista di un 2019 ormai alle porte in cui vuole essere ancora protagonista a dispetto dell’infortunio che lo ha semplicemente mandato in vacanza in anticipo, ma che stavolta non è riuscito ad avere la meglio sulla sua carriera.

Perché la Torre di Tandil, un po’ come quella di Pisa, potrà anche inclinarsi ma non ha nessuna intenzione di crollare.