Il cuore del gigante

Ha battuto Gombos, poi Seppi, Kohlschreiber, Monfils, Federer e Isner prima di perdere in finale con un grande Novak Djokovic che, come se il tempo si fosse fermato a un paio d’anni fa, è sembrato sin dalle prime battute essere il favorito del torneo. Ma Kevin Anderson ha dimostrato una volta ancora di essere un grande giocatore, di incarnare appieno l’evoluzione del movimento moderno, di non mollare mai. 

 

<<Non è passato di qui per caso, è pur sempre il numero 5 del mondo>>, ha ripetuto più volte Paolo Bertolucci durante la telecronaca della finale di Wimbledon, in risposta alle numerose critiche subite dal gioco del sudafricano. Perché Kevin Anderson è alla posizione numero 5 del ranking cosa che, ricordiamo, nel tennis maschile italiano non succede da tanto, troppo tempo. Questo paragone è per rispondere a frasi come: “non sa giocare a tennis!”, “non è bello da vedere!, “non si può giocare solamente con il servizio!”. Ma siamo sicuri di osservare lo stesso giocatore? È vero, serve a oltre 200 km/h anche per cinque ore consecutive ma nel sudafricano, oltre al servizio, c’è di più!

Muoversi come si muove lui non è per forza una cosa scontata se sei alto 203 cm. Kevin Anderson è uno degli esempi dell’evoluzione della preparazione fisica – ce ne sono molti nel basket NBA, dove giganti di due metri portano palla e si muovono con un’agilità disarmante. Il sudafricano ha una velocità di gambe invidiabile, anche perché se non l’avesse, servendo a velocità supersoniche e vedendo tornare la risposta dell’avversario quasi alla stessa velocità, non riuscirebbe nemmeno a entrare nello scambio. 

Anche nella finale con Djokovic, nonostante l’evidente stanchezza dovuta alla maratona con Isner, Anderson, soprattutto nel terzo set ha dimostrato in alcuni frangenti di poter scambiare quasi alla pari con uno degli “scambiatori” più forti di sempre. Ha avuto cinque set point, di cui uno salvato dal serbo colpendo mezza riga. Il quarto set sarebbe stato tutto da vedere perché Anderson ha dimostrato match dopo match, torneo dopo torneo, di non mollare mai!

Kevin è un grande lottatore! Di quelli che mettono il cuore in campo. Se sei sotto due set a zero a Wimbledon contro Roger Federer potresti già pensare alla doccia, al massaggio, al viaggio aereo e a un po’ di riposo. Ma se salvando un match point sul 5-4 esulti come fossi già due set pari – urlo e pugno – allora significa che ci credi veramente! Ed eccola là che punto su punto il gigante scardinava le sicurezze dello svizzero e combatteva fino e a batterlo dopo quattro ore e mezza in campo. E lo stesso è accaduto con Isner, dove si è trovato sotto due set a uno. Non ha mollato, ha vinto il quarto parziale 6-4 e poi via in un’altra maratona da ricordare: 6 ore e 36 di gioco, 26-24 e prima finale a Wimbledon!

E chissà se non avesse giocato oltre undici ore tra quarti e semifinale come sarebbe arrivato ad affrontare Djokovic? Isner, che detiene il record insieme a Mahut del match più lungo della storia del tennis – Campo 18, Wimbledon 2010, 11 ore e cinque minuti di gioco divise in tre giorni e il punteggio finale di 70-68 –  è tornato a sollevare critiche alla formula a oltranza degli Slam. Anderson era evidentemente stanco, quasi imballato per i primi due set della finale, solo dopo è riuscito a trovare continuità al servizio e un po’ di energia e motivazione. Nonostante questo, con il mondo che lo guardava e la paura di essere “asfaltato” da un Djokovic in grande spolvero, ogni punto, anche quando il servizio sembrava inefficace e le speranze di giocarsela quasi nulle, continuava a caricarsi – urlo e pugno –  e non mollava. La reazione nel terzo set è nata proprio dal profondo del suo orgoglio. 

In ogni caso il dibattito sull’inserimento del tie-break nel quinto set degli Slam è come una porta socchiusa, basta un alito di vento per riaprirla. Ci si chiede quanto sia giusto rispettare la tradizione, quanto lo spettacolo ne risenta, quanto sia affascinante vedere quello che forse è il match più importante dell’anno con uno o entrambi i giocatori che faticano a stare in piedi. Ma forse è giusto così, fa parte del pathos di Wimbledon e degli Slam, vince chi è più forte tecnicamente, mentalmente e fisicamente… Forse è giusto, forse no. 

Il trentaduenne Kevin Anderson ha raggiunto la sua seconda finale Slam perdendola di nuovo con un mostro sacro del tennis. Dopo la sconfitta a New York contro Rafa Nadal, sul Centrale di Wimbledon ha trovato un grande Novak Djokovic ma rimane brillante la sensazione di aver visto un combattente vero, un giocatore che serve, risponde e mette il cuore in campo. Rimane la certezza di aver ammirato un grandissimo tennista.