Fabio, ci sei ancora?

Con la sconfitta per mano di Leo Mayer si è aperta una piccola crisi nell’universo tennistico di Fabio Fognini. Per il tennista di Arma di Taggia si è trattato della decima sconfitta in stagione. Da ricordare comunque che l’italiano ha conquistato un titolo a San Paolo battendo in finale il cileno Jarry, si è trattato del sesto titolo in carriera.
Attualmente Fognini (escluso Madrid) è 16^ nella Race to London in virtù dei seguenti risultati:
Gran Slam: 180 punti (Aus Open)
Master 1000: 45 (Montecarlo), 45 (Miami), 10 (Indian Wells)
ATP 500: 180 pt (Rio de Janeiro)
ATP 250: 340 pt (250 San Paolo, 90 Sydney).

Nella classifica di singolare invece l’italiano prima di Madrid era 19^, nella top 20, un traguardo ritrovato proprio il 26 febbraio del 2018 e che mancava addirittura dal 19 gennaio del 2015 (era 18^). Con la sconfitta di Madrid all’esordio, la seconda da Leo Mayer in stagione (la prima a Buenos Aires, sempre all’esordio), arriverà nuovamente l’esilio dalle prime venti posizioni del ranking.

Se Fabio valga o no il piazzamento tra i primi venti tutto sommato, anche considerato il momento della carriera e l’età, è di relativa importanza. Molto più importante è analizzare i risultati di questo 2018. L’analisi è importante soprattutto perché viene fuori un numero importante dalla media delle posizioni degli avversari che l’hanno sconfitto: 47,9. Ma che significa? Tradotto in parole povere l’italiano ha perso due volte contro un top 20 (Berdych agli Australian Open e Kyrgios a Miami); tre volte contro un top 50 (50^ Mayer in Argentina, 40^ Verdasco a Rio e nuovamente Mayer a Madrid, questa volta 45^); ben quattro sconfitte infine sono arrivate contro tennisti fuori dai primi cinquanta (84^ Medvedev a Sydney; 100^ Chardy a Indian Wells, 61^ Struff a Montecarlo e 59^ Cecchinato a Monaco).
Ma anche vista così può sembrare una mera lista di risultati. Allora proviamo a tradurre in maniera ancora più significativa: Fognini perde contro giocatori con classifica peggiore che inoltre valgono meno di lui. Nel 2017, infatti, i risultati negativi, a questo punto della stagione, erano arrivati per mano di gente come Carreno-Busta, Bautista Agut, Nadal (due volte), Cuevas, Zverev (a Roma dopo aver battuto Murray allora n.1). Certo erano arrivati anche due scivoloni a Budapest e Monaco ma la situazione pareva decisamente diversa.
L’unica gioia della stagione, come accennato, è arrivata a San Paolo con il titolo su Jarry dopo aver battuto Cuevas in semifinale, altro tennista che non rende come dodici mesi fa. E proprio quella su Cuevas resta la miglior vittoria del 2018, come valenza ma non per ranking perché a Sydney è arrivato lo scalpo di Mannarino 28^ al mondo. L’anno scorso invece Fogna si era preso belle soddisfazioni soprattutto contro Tsonga e Nishikori, rispettivamente a Indian Wells e Miami.

Ma cos’è cambiato a distanza di un anno? La condizione fisica? Le motivazioni? Forse un po’ di tutto o forse si tratta di un aspetto semplicemente mentale perché davvero è impressionante come Fognini abbia perso contro tennisti inferiori a lui sotto moltissimi aspetti, anzi quasi nessuno ha il suo talento. Ma chiaro che solo con quello non si vince, eh. Nemmeno al circolo. Gli esempi sono i match con Chardy (che non l’aveva mai battuto in carriera), Struff, Leo Mayer (un altro che prima del 2018 aveva al massimo vinto un set in quattro partite) e anche Cecchinato.
Che sia iniziata la parabola discendente del miglior prodotto italiano degli ultimi dieci anni non se lo augura nessuno, è importante precisarlo anche perché dalle parti di Arma di Taggia sono piuttosto permalosi quando si parla di certi argomenti. L’unica certezza però è che nell’immediato futuro Fabio è chiamato ad invertire la rotta, magari proprio a Roma dove escluso il 2017 ha sempre fatto fatica, mai oltre gli ottavi in dodici apparizioni. Poi arriverà il Roland Garros e chissà proprio sul grande palcoscenico, con la posta in palio più alta, potrebbero arrivare le motivazioni migliori magari anche con una condizione migliore. Avanti Fabio, facciamo che il bello deve ancora venire?