Tra ciclopi e pescatori dimenticando Wimbledon

La settimana che precede i championships, il graal per chiunque abbia mai preso una racchetta in mano, per i giocatori di club è un periodo come gli altri. Se poi fuori ci sono 700 gradi – non credeteci quando dicono che sono solo 41 – osservare volenterosi e distinti signori brizzolati, alternati ad eleganti signore vestite con maggior gusto di Angelique Kerber o Serena Williams non è l’alternativa che andate cercando. Ma almeno non badate al sudore che vi scivola da tutte le parti, mentre vi fate domande che non potrete mai raccontare, cercando di capire dove siete finiti, abbandonando ben presto la speranza di sapere perché. Siete passati da uno splendido borgo marinaro, che persino Visconti non riuscì a ignorare, e avete dato la giusta occhiata alla casa che nella fantasia di uno scrittore era il luogo dell’anima da cui partire e da cui essere scacciati, e avete persino compreso che quel rudere fu una volta castello e chissà cos’altro, visto che siete in Sicilia. Con l’animo in pace avete preso viale Ulisse (e vabbè) e siete entrati con circospezione. I campi in terra rossa sembrano abbastanza ben tenuti, ci sono gli alberi – pura illusione: il caldo rimane imbarazzante – il solito baretto, i signori più anzianotti che giocano a carte. Sembra di sentire l’esperto del luogo dire “ma come si fa a stabilire se era più forte Laver o Borg?” e gli altri annuire tra una deprecatio temporum “sparano tutti pallate, nessuno sa giocare a tennis” e una qualche forma di correzione “anche Federer?” Davanti a loro una pletora di doppi misti, con i giocatori incerti se fare quel che si deve – mirare alla signora – o ripiegare su un più educato palleggio a campana, cercando l’ultimo metro di campo.

La signora Silvana sta facendo qualcosa a metà tra una partita e una lezione. Interrompe il movimento del servizio, realizza che non ti ha mai visto e corre a invitare a leggere la struggente lettera che Candido Cannavò scrisse al padre, il fondatore del club che porta il suo nome e, si scoprirà, di chissà quante altre cose. La promessa di farlo viene ricompensata da un biglietto da visita che sembra valga dieci lezioni, peccato che con questo caldo sarebbe una punizione supplementare. Magari in autunno; o magari meglio cederlo a qualcuno più avventato.

Nei campi in cemento, un blu che ricorderebbe Melbourne se in lontananza non si scorgessero (o immaginassero?) i massi che Polifemo scagliò sul povero Aci, si danno battaglia due ragazze che alternano risate a gemiti di sofferenza. Qui, lontani dalla più nobile terra rossa, il miracolo agonistico si fa strada anche tra due che si sa, e se non si sa si capisce, che sono amiche. Due racchette, una pallina e un rete e la risata conta fino ad un certo punto perché c’è una partita da vincere. Una delle due ha un rovescio che riesce a colpire con buona coordinazione, del resto mastro Tommasi lo diceva che era il colpo più naturale. È dalle parti del dritto che le cose vanno maluccio, anche perché muoversi è un’impresa e si scambierebbe volentieri qualche giorno di vita per avere un braccio lungo abbastanza da farti risparmiare un paio di passi. Dall’altra parte la sua avversaria è un misto di arrendevolezza e orgoglio, perché perde il servizio e diventa più attenta, pareggia e sembra concedere il game con generosità. Ma soprattutto non vuole chiudere in svantaggio, nonostante siano sfinite chiede di fare l’ultimo game, poi di chiudere il set, poi almeno un altro ancora. Quante volte si sono viste, da Parigi a New York, scene simili? È il momento di chiudere, di chiedere all’esperto qualcosa, peccato che l’esperto non sappia cosa dire, farfuglia cercando un improbabile mediazione tra quello che pensa e quello che gli sembra giusto dire, se la cava con la solita esperienza. Per fortuna gli avevano detto che tra loro si chiamano “Svitoline” e questo gli consente di cambiar discorso, dire che lui c’era quando a Roma vinse proprio Elina, naturalmente il nome di battesimo di una delle due, quella che, proprio come l’ucraina, sembra non essere troppo contenta di perdere. Ah Roma, come sarebbe bello andarci! L’esperto si permette di consigliare Wimbledon, le ragazze non sembrano tanto convinte, Binaghi funziona, ci si deve stare.

L’acqua, qualcosa di fresco, la ricerca della lettera, dov’è che siamo qui? ah la scogliera? Il circolo Umberto ecco la lettera di Cannavò. Il signor Umberto a cui è intitolo il Tennis Club – e non serve nient’altro, basta la parola – deve aver molto impressionato l’ex direttore della Gazzetta. Lo definisce “un personaggio che […] sembrerebbe un invenzione letteraria ed è invece un inno alla bellezza della vita “. Cannavò svolazza more solito, ma si intravede che nel concittadino rivede un amore per Catania forse a lui meno conosciuto. E il calciofilo Candido non può non associarlo al tennis, “tennis che per lui era passione, materia di insegnamento, perché nella vita secondo la filosofia umbertiana l’unica cosa importante è la vita stessa, la capacità di onorarla in ogni momento come un bene supremo”. E il trasferimento dell’amore per il tennis a quello per il club, per i campi del club, “i campi Umberto, amati, oltre che frequentati. Da un popolo che non lo dimenticherà mai”.

La signora Silvana si raccomanda ancora: “chiamami, ho un sacco di cose da raccontarti!” arrivano le ombre della sera, il sole si abbassa, il tramonto e insomma e il momento di andare. A Wimbledon ci sono già le qualificazioni, ma che ne sanno dalle parti di Church Road di un sangue trasformato in fiume grazie al quale Galatea potrà amare Aci per sempre?