Sharapova, lo scacco della regina

Marija Jur’evna Šarapova ha concluso il suo periodo di squalifica e ha giocato il torneo di Stoccarda, dove è stata sconfitta in semifinale. Naturalmente, la curiosità riguardava solo in minima parte il risultato, visto che le vicende della russa hanno travalicato l’aspetto sportivo per diventare quasi un fatto di costume, qualsiasi cosa voglia dire quest’espressione. Nel periodo intercorso dalla conferenza stampa di Los Angeles del marzo 2016 (con quel drappo che sarebbe stato perfetto nella loggia nera di Twin Peaks) ad oggi, abbiamo letto opinioni di ogni tipo sulla vicenda, pareri prevalentemente colpevolisti, ci pare di aver visto. Poteva mancare il nostro?

Il ragionamento di queste anime semplici è frutto dello stigma ricaduto su Marija in quanto si sarebbe macchiata della colpa più grave per una giocatrice di tennis o una sportiva in generale: essersi dopata. Non ripercorreremo le tappe della vicenda, che più di qualche dubbio ha insinuato nei commentatori meno disposti alla semplificazione “squalificata=dopata”, ma ci limiteremo a fare nostra l’avvertenza di Nietzsche, il quale riteneva che non fosse il caso di fidarsi di uomo indignato.  Ci sembra di maggiore rilevanza il rapporto che il tennis femminile ha con la sua esponente senz’altro più nota e amata. Perché Marija Jur’evna Šarapova non è una tennista qualsiasi ma, in buona sostanza, il testimonial più efficace di una disciplina che arranca terribilmente, priva com’è di qualche ragazza in grado di trascinare le folle.

La trasformazione del tennis da gioco elitario riservato alla classi agiate a gioco popolare in grado di fatturare cifre impensabili appena 30 anni fa, non poteva che essere accompagnata da dinamiche da show business che, eternamente – e con pochissima fantasia, si ripetono sempre uguali e tipiche come nei film western anni ’50. In una cittadella tranquilla arriva un pistolero che vuole imporre la sua legge facendo fuori uno dopo l’altro gli onesti agricoltori e tutti gli spettatori sono col fiato sospeso a sperare nell’arrivo dello straniero senza nome in grado di rimetterlo a posto. E per cominciare a seguire le sue, di gesta. E quindi di volta in volta è arrivato il cattivo, il glaciale, il misterioso uomo dell’est, il ribelle, il noioso, il GOAT, la nemesi, il robot, nel tentativo, riuscitissimo, di tenere sotto una pressione ansiogena lo spettatore, chiamato all’identificazione col giocatore di turno, piuttosto che a godersi una sana partita di tennis.

Un canovaccio simile doveva essere adottato anche dall’altra metà del cielo, abilissimo a sfruttare tutte le possibilità che l’allargamento dello show le offriva. In una finalmente accorta strategia “sindacale” le ragazze sono riuscite a strappare almeno gli stessi montepremi, il che non significa certo raggiungere una qualche forma di parità, visto che lo squilibrio derivante dagli incassi pubblicitari basta e avanza per confermare la diseguaglianza di genere. Ma costretti a concedere questi “privilegi” si doveva costruire un plot narrativo adeguato. Lo scontro tra la spigolosa Navratilova e la Doris Day in racchetta (perfida almeno quanto l’originale); la fragile amazzone tedesca, la ragazzina venuta dalla guerra – e pure accoltellata – le ragazzone degli slums di Los Angeles. I timidi tentavi di concentrarsi sulla bella del saloon si infrangevano contro il muro dell’insufficienza tecnica. Purtroppo, le pulsioni dell’uomo bianco occidentale, consumatore di tennis e prodotti affini, non potevano contare che sulle labbra vagamente indios della Sabatini o sul mito della Venere nera, magari opposta alla Minerva svizzera.  Troppo poco, bisognava dare loro in pasto una bionda, tant’è che Anna Kournikova venne salutata come la ragazza che tutti aspettavano. Peccato per quel piccolo particolare che, per quanto brava, Anna non era certo in grado di vincere degli slam.

Si può quindi facilmente immaginare la reazione di quei sant’uomini appartenenti a tutti i Board che avessero a che fare col tennis quando, il 5 luglio del 2004, una diciassettenne alta, bionda, fortissima e bella come neanche nei sogni più segreti dell’agente di commercio che ha varcato la cinquantina infligge un severissimo 6-1 6-4 addirittura a Serena Williams, addirittura nella finale di Wimbledon. Una vittoria al Superenalotto li avrebbe lasciati senz’altro più sobri. La siberiana era un regalo piovuto dal cielo e anche gli infortuni da cui sarebbe stata martoriata aiutavano la narrazione della splendida ragazza alle prese con avversità di vario genere. Con un personaggio del genere, qualsiasi cosa finiva col concorrere alla creazione del mito, anche – forse soprattutto – le sconfitte, intervallate da resurrezioni destinate a commuovere anche il più scalcagnato contadino del midwest, oltre che il cinico professionista che tirava due colpi in riva al Tamigi.

Quello che è capitato l’anno scorso, con l’affaire Meldonium, non è inverosimile facesse parte di un gioco più grande, con gli atleti russi – e l’intera Russia – alle prese con una vicenda troppo ampia perché il mondo del tennis potesse davvero assumere una qualche forma di autonomia. Ma non era certo improbabile che passata la tempesta si trovasse un modo per riesumare il plot, soprattutto adesso che il tennis femminile è in una terribile crisi di spettatori – o forse sarebbe meglio dire di “appeal”, posto che siano cose diverse.

Naturalmente la Šarapova, il suo staff, è perfettamente consapevole del rapporto che la lega alla WTA, ai tornei e all’intero carrozzone, slam compresi. La russa si è presa la briga di ricordare che «questa storia mi ha insegnato che in fondo stare senza tennis non è una tragedia», cosa che pare più un avvertimento che il racconto di una sensazione. Perché se quest’anno qualcosa ha detto è che forse Marija Jur’evna Šarapova ha bisogno del tennis ma sicuramente il tennis, questo tennis, ha un bisogno terribile di Marija Jur’evna Šarapova.

Così le Wild Card alla russa non sono certo favori concesse ad una reproba, magari dietro la promessa di chissà quale pentimento, ma calcoli perfettamente coerenti con l’idea di tennis che abbiamo da circa vent’anni, forse meno.  E pensare che Marija Jur’evna Šarapova sia alla mercé delle decisioni dei direttori dei tornei è avere le idee un po’ confuse su cosa sia uno sport professionistico.