Che il 2016 sarebbe stato un anno diverso dal solito per Serena Williams, lo si era capito agli Australian Open, il primo torneo dell’anno giocato dall’allora numero 1 del mondo. Era il torneo del rientro dopo quattro mesi di assenza, il primo torneo dopo quella clamorosa sconfitta contro Roberta Vinci agli US Open 2015. Già dopo quella sconfitta, si era ipotizzato che il Grande Slam sfumato a tre passi dalla realizzazione avrebbe avuto delle ripercussioni nel futuro della statunitense.

Il rientro agli Australian Open sembrava però dire il contrario. Eccezion fatta per un primo turno complicato con Camila Giorgi – e qualche esitazione era pure comprensibile – Serena arrivò in finale con i punteggi soliti: 6-1 6-2, 6-1 6-1, 6-2 6-1, 6-4 6-1, 6-0 6-4. Per quelli pochi bravi con la matematica, fanno 17 game persi in cinque partite, le ultime due giocate contro Sharapova e Radwanska. La finale contro Angelique Kerber, che debuttava in una finale Slam a quasi 28 anni, sembrava la classica formalità e tutti quanti avevano già preparato i titoli sul sospirato 22mo Slam, l’aggancio a Steffi Graf, la caccia al Grande Slam che riparte eccetera eccetera.

Come è andata lo sappiamo tutti, e dodici mesi dopo quella partita si può dire senza troppo timore di sbagliarsi che il circuito WTA ha subìto lo scossone che stava attendendo ormai da troppo tempo. Serena ci ha messo qualche altro mese per scendere dal trono, visto che il suo 2016 è stato tutt’altro che disastroso: ha raggiunto la finale a Indian Wells (dopo un percorso perfetto, simile a quello di Melbourne), ha vinto a Roma, raggiunto la finale al Roland Garros e vinto a Wimbledon, terminando quindi la rincorsa al record di Graf. L’impressione, per tutto l’anno, è stata quella di una Serena capace di tamponare la delusione di fine 2015 ma incapace di tappare tutte le falle.

Nella finale di Melbourne abbiamo assistito a qualcosa di inedito: Serena, spesso buia in volto quando trovava qualcuno più forte di lei, dispensava sorrisi a tutti, compresa la sua avversaria. «Lei ha un atteggiamento da cui tutti dovrebbero imparare, è stata d’ispirazione anche per me. Se non devo essere io la vincitrice, allora sono felice che lo sia lei». Parole inusuali, anche perché l’impressione è che Kerber, indubbiamente migliorata nel tennis e nell’atteggiamento in campo, sia diventata numero 1 anche perché è maturata nel momento perfetto, proprio quando il potere di Serena cominciava a indebolirsi.

Correzione del 9 gennaio: una precedente versione di questo articolo riportava che Serena ha raggiunto la finale a Miami, invece il torneo era Indian Wells.

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