La girandola dei coach dell’ATP

Lo scorso anno Milos Raonic, quando cercava di spiegare ai giornalisti come fosse lavorare con tre allenatori diversi nello stesso tempo, si definiva il “CEO della Milos Raonic Tennis”
Il canadese cominciò il 2016 con due allenatori, Riccardo Piatti e Carlos Moya, per aggiungere in seguito il sette volte campione slam John McEnroe quale consulente per la stagione sull’erba.
“Alla fine della giornata, ogni mio coach è in qualche modo un consigliere, ed è un mio personale lavoro, a dispetto di tutto ciò che ascolto, valutare cosa ha peso, importanza ed è meglio per me. Sono il CEO della Milos Raonic Tennis. È così”, disse Roanic ai giornalisti del Roland Garros lo scorso maggio.
Il numero tre del mondo si è separato sia da Moya che da McEnroe, ma comincerà il 2017 con Piatti e Richard Krajicek al suo angolo.

Ai vertici del tennis maschile avere un team composito al posto di un singolo allenatore sta diventando sempre più comune. Nove dei primi sedici giocatori del mondo hanno due o più allenatori al loro fianco.
Il numero nove del mondo Rafael Nadal ha assunto lo scorso mese Carlos Moya per lavorare al fianco dello zio Toni Nadal e di Francis Roig. Roger Federer lavora con Severin Luthi e Ivan Ljubicic, Novak Djokovic ha assunto Dusan Vemic come secondo allenatore insieme a Marian Vajda, mentre il numero uno, Andy Murray, si allena con Ivan Lendl e Jamie Delgado.

L’ascesa dei coach part time è stata una diretta conseguenza della volontà dei top player di cercare un aiuto nei vecchi campioni, un trend cominciato da Murray con Lendl nel 2012: molti ex giocatori, tornando al tennis in questa veste, preferiscono viaggiare con i loro assistiti per un numero limitato di settimane. Per non rimanere senza coach nei periodi restanti, i giocatori assumono un secondo trainer per coprire l’assenza. Se sei un top player puoi permettertelo.
Krajicek, che ha lavorato con Wawrinka per un breve periodo durante la stagione sull’erba lo scorso anno, era ad Abu Dhabi con Raonic e Piatti durante la settimana del Mubadala Tennis World Championship e ha dichiarato che tutto va liscio da quando lavora con il canadese.
“È una buona dinamica. Normalmente se un allenatore non può esserci c’è l’altro, ma in questo caso io sono venuto per un paio di giorni prima di tornare in Olanda e Riccardo, che lo allena da quattro anni, starà con lui fino al primo turno degli Australian Open, io arriverò giusto prima che comincino. In generale va bene, soprattutto nelle settimane di allenamento. La scorsa settimana eravamo a Monaco, Riccardo si è concentrato su alcune parti del gioco e io su altri aspetti. In questo modo cerchi di completarti con l’altro e essere il miglior allenatore possibile.”
Per Krajicek la scelta di diventare allenatore è stata condizionata dalla famiglia. Viaggerà con Raonic 20/24 settimane l’anno.
“È quanto possibile per me,” ha spiegato l’ex giocatore olandese. “Mia figlia partirà da casa il prossimo lunedì, per questo torno in Olanda, la accompagno a Los Angeles, starà lì per venti mesi e mio figlio viaggia molto, ha sedici anni e sta cominciando a giocare a tennis a tempo pieno. Quindi, di colpo, non ci sono più bambini a casa ed è più facile viaggiare per me. Mia moglie è una scrittrice, quindi può portarsi dietro il suo PC ovunque se volesse seguirmi. Per noi il 2017 è un anno diverso e allenare ora è perfetto.”
Raonic spera che Krajicek lo aiuti con il suo gioco d’attacco. I due hanno in comune lo stesso fisico, molto alti e gran servizio, e l’olandese ritiene che la collaborazione abbia un senso. Il canadese ha spiegato ad Abu Dhabi come le cose funzionino nel team.
“Una delle cose che ho imparato è che sono due allenatori molto proattivi uno con l’altro. Loro sono sempre così, ogni cosa che deve essere detta a me è filtrata attraverso tutti; questo è importante perché potresti ricevere più voci diverse ma tu ne vuoi sentire una sola con lo stesso messaggio. Questo è molto importante”.

Andy Murray annunciò per la prima volta che avrebbe lavorato con Lendl alla fine del 2011. La loro collaborazione diede i suoi frutti sin dalla prima stagione, quando lo scozzese riuscì a vincere il suo primo slam (lo US Open) prima di terminare l’attesa di 77 anni dei britannici per vedere un connazionale vincere Wimbledon l’anno successivo.
I due si separarono nel 2014 perché Lendl non poteva coprire tutte le settimane di viaggio di Murray ma sono tornati a lavorare insieme lo scorso giugno, proprio prima che lo scozzese vincesse il suo secondo Wimbledon e terzo titolo slam.
“Quando ho cominciato a lavorare con Ivan mi ha aiutato tanto in questo: mi sento molto nervoso prima delle finali dei major. Lui mi ha parlato nel senso di ‘si a volte vomitavo poche ore prima, lo odiavo, i nervi sono terribili’. Questo ti fa sentire più normale, se qualcuno che ha vinto quanto lui, è stato un grande giocatore come lui si è sentito così” ha spiegato Murray a Doha. “Mentre chi non ha giocato partite di questa importanza, non può saperlo, quindi non può parlarti di questo. Questo è ciò in cui gli ex giocatori possono aiutarti”.
Così come l’influenza di Lendl è stata enorme su Murray, lo scozzese insiste di contare molto anche Delgado che viaggia con lui per tutta la stagione.
“Lui sa bene come mi sento, come colpisco la palla, più di Ivan, proprio perché è sempre con me. Fino a che non stai sul campo a guardare, è difficile sapere esattamente come stanno andando i miei allenamenti, come sto colpendo la palla o le mie sensazioni. Jamie è una parte fondamentale del mio team e del mio successo la scorsa stagione, ma la ragione per cui ho voluto che Ivan tornasse è stata dopo la finale di Parigi. Jamie stava facendo un lavoro fantastico, avevo giocato benissimo nelle ultime 6/8 settimane, la mia miglior stagione sulla terra. Ma avevo bisogno di quell’aiuto in più al termine degli slam, quel poco che ti dà più fiducia e tranquillità, sapere che nel tuo angolo c’è qualcuno che è stato lì”.

Forse Carlos Moya cercherà di fare di qualcosa di simile con Nadal nel tentativo dello spagnolo di scalare nuovamente la classifica mondiale.
Nel team Nadal ci sono molti delicati piani logistici per coordinare i suoi tre allenatori. Toni Nadal, Moya e Roig hanno tutti e tre famiglia e saranno col giocatore solo in determinate settimane. Nadal ha detto che un calendario c’è, ma di essere ben cosciente che potrebbe essere modificato se necessario. “Abbiamo il nostro programma di base ma le modifiche sono sempre possibili, dipendono dai risultati, dalle sensazioni di ogni momento. Non dimenticate che mio zio ha tre figli, Carlos anche e Francis uno: devi essere elastico per tutti questi motivi.” Per ora tutto quello che lo spagnolo ha confermato è che Moya e lo zio Toni saranno con lui in Australia.

In ogni caso avere più allenatori in squadra non funziona per tutti.
David Goffin ha avuto un 2016 in ascesa lavorando con l’ex vincitore degli Australian Open 2002 Thomas Johansson e Thierry van Cleemput. Ha raggiunto l’undicesima posizione mondiale e il suo primo quarto di finale slam a Parigi. Quest’anno però, Goffin ha deciso di lavorare solo con Van Cleemput. “Non era facile- ha spiegato Goffin riguardo all’avere due allenatori – e per il 2017 ho deciso di averne solo uno, è stata comunque una bella esperienza. Per me è stata la prima volta. Come potete vedere ci sono molti giocatori che hanno due allenatori e qualche volta è bello. Ho voluto lavorare con Johansson perché aveva vinto uno slam ed è stato top-ten. Quindi era piacevole allenarmi con lui, ma sono voluto tornare indietro con un solo allenatore e vediamo come andrà il 2017”.

Il numero dieci del mondo Thomas Berdych spera finalmente di interrompere la sua sorte negativa negli slam sotto la guida di Goran Ivanisevic, ex campione di Wimbledon che ha aiutato Marin Cilic a vincere lo Us Open 2014. Potrebbe non essere facile apprendere un’altra filosofia all’eta di 31 anni dopo aver passato gli ultimi sedici nel circuito ma Berdych insiste di essere aperto alle idee di Ivanisevic e disposto a fare il necessario per progredire. “Si tratta di conoscere la persona, in primo luogo la sua idea sul mio tennis, perché questo è ciò che mi piace e che cerco dagli allenatori” ha detto Berdych. “Voglio conoscere la loro idea sul mio tennis non dire loro voglio fare così, così e così…se no, alla fine, a che ti serve un allenatore? Se sai tutto ciò che devi fare prendi uno sparring e stop. Quello che è ottimo di Goran è che la sua idea coincide con quello che stavo cercando. Ora dobbiamo vedere in quanto tempo e in senso positivo possiamo portare il tutto sul campo. Lui prende le cose in maniera semplice e lineare, niente di complicato, ed era ciò che cercavo per il mio tennis”.

Il numero dodici del mondo Jo-Wilfred Tsonga ha lavorato per due stagioni con la coppia francese Thierry Ascione e Nicolas Escude, prima di separarsi da quest’ultimo. È rimasto Ascione, un ex professionista arrivato al numero ottantuno del mondo, ma Tsonga ha dichiarato di essere alla ricerca di una leggenda, di un “super coach” come vengono chiamati, che lo aiuti. Ma c’è un problema:“lo sto cercando, ma al momento non è facile. È qualcuno con cui devi amalgamarti, in primo luogo, c’è la lingua e qualche volta non è facile per me. Ma è anche perché io sono… sono un sensibile, devo avere intorno persone che mi facciano sentire bene. È questo. Per me è difficile avere qualcuno che sia bravo ma che non mi piace” ha detto Tsonga.
I primi sedici giocatori del mondo e i loro allenatori:
Andy Murray
Ivan Lendl, Jamie Delgado

Novak Djokovic
Marian Vajda, Dusan Vemic

Milos Raonic
Richard Krajicek, Riccardo Piatti

Stan Wawrinka
Magnus Norman

Kei Nishikori
Michael Chang, Dante Bottini

Marin Cilic
Jonas Bjorkman, Ivan Cinkus

Gael Monfils
Mikael Tillstrom
Dominic Thiem
Gunter Bresnik

Rafael Nadal
Toni Nadal, Francis Roig, Carlos Moya

Tomas Berdych
Goran Ivanisevic, Luka Kutanjac

David Goffin
Thierry Van Cleemput

Jo-Wilfried Tsonga
Thierry Ascione

Nick Kyrgios
Nessuno

Roberto Bautista Agut
Tomas Carbonell, Pepe Vendrell

Lucas Pouille
Emmanuel Planque

Roger Federer
Severin Luthi, Ivan Ljubicic

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