Caro Djokovic, dimentica Parigi. O anche no

Nel 494 a.C. Il senatore romano Menenio Agrippa placò la plebe romana in rivolta sul Monte Sacro con la nota metafora delle membra e dello stomaco. Il corpo intero si ribella a quell’organo pigro, accusato di star lì a non far nulla mentre ogni altra parte del lavora. Le mani smettono quindi di portare cibo alla bocca, questa di masticare e via così. Dopo l’euforia iniziale però le braccia perdono forza, le gambe si rammolliscono, tutto il corpo si indebolisce e rapidamente si ammala. Tutti capiscono che lo stomaco ha una funzione importantissima perché trasforma il cibo in energia e tutte le parti tornano in armonia fra loro.

Nei delicati e complessi equilibri che presiedono alla forza di un numero uno lo stomaco di Menenio Agrippa è la testa, nel tennis in modo particolare. Nelle battaglie sul campo i punti non sono tutti uguali, si può vincere realizzandone anche sensibilmente meno dello sconfitto ed è in questa particolare situazione che lucidità, convinzione, voglia e coraggio scavano il solco che poi la spada-racchetta difende.

Il Novak Djokovic che dal 2011 in poi ha preso a strapazzare tutti quasi dappertutto dominava proprio con la testa. Non c’era verso, vinceva sempre i punti che doveva vincere, e non solo i match point ma tutti quegli scambi che nel corso di un incontro possono alimentare la fiducia di chi sta oltre la rete. O distruggerla. Nell’arco di cinque stagioni molti hanno giocato grandi partite contro il serbo, correvano a perdifiato a cavallo del loro miglior tennis per due ore o anche più per poi voltarsi e vedere che Nole era solo mezzo passo dietro, rilassato e asciutto come un biscotto. Il finale era noto.

E come Babe Ruth che indicava al pitcher avversario dove avrebbe scagliato la palla, o il comandante del Grande Torino Valentino Mazzola che si rimboccava le maniche della maglietta, allo stesso modo i segni premonitori che l’uragano stava per abbattersi erano un classico.
Le palpebre che sbattevano veloci sugli occhi spiritati accompagnate da smorfie del viso, i monologhi rabbiosi contro sé stesso o il clan in tribuna, la polo strappata poco prima di trasformarsi in Hulk, colpivano l’avversario ben prima dei suoi fendenti sulle righe. Non è possibile dimenticare al riguardo la battaglia selvaggia nella finale di Melbourne 2012 contro Nadal, quello vero, chiusa da un urlo a braccia alzate quando il dritto vincente non aveva ancora toccato terra. E cosa dire della ormai storica risposta d’incontro su prima palla che polverizzò le illusioni di Federer nella semifinale degli US Open 2011?

Tutto questo sembra essere finito dopo la conquista del Roland Garros, il Gronchi Rosa della sua collezione. L’ultima vetta e la paternità ci hanno restituito un uomo più risolto e sereno, forse anche più felice, ma la ferocia non c’è più. E nella civiltà effimera dell’immagine, che vive solo per l’attimo presente, non c’è posto per la debolezza, nessuna riconoscenza per quanto si è dato.

“Dimentica Parigi” diceva Debra Winger a Billy Crystal in una divertente commedia di qualche anno fa, e lo stesso urlano a piena gola le legioni deluse dei suoi tifosi.
Ma sarà meglio ricordare che un campione, per quanto grande sia, è pur sempre un uomo. E la vita è una sola.