Il 2017 di Murray e l’importanza del fattore “L”

Vi ricordate della collaborazione Roddick/Connors? Esatto, di quando il leggendario Jimbo prese sotto la sua ala protettrice il miglior giocatore americano dell’epoca. Parliamo del periodo 2006-2008 e il pentacampione dell’US Open era alla sua prima esperienza da coach.

Il rapporto tra i due, come anche accade nelle normali faccende di vita, fu altalenante. Alcuni ottimi risultati, sconfitte accettabili, dei momenti così così, qualche sconfitta forse evitabile, la fine. Si narra che uno degli elementi che portò al logoramento definitivo del rapporto fosse legato al troppo importante passato tennistico di Connors e alla sua strabordante personalità. Fu lo stesso Roddick, forse involontariamente, a riconoscerlo in una delle sue mai troppo rimpiante conferenze stampa: “Arrivavamo in un posto e gli chiedevo se avesse mai giocato quel torneo. E lui: ma certo, l’ho vinto cinque volte”. Della serie, anche se ti chiami Andy Roddick, hai vinto uno Slam e sei stato numero uno del mondo, puoi subire la personalità del tuo coach quando si chiama Jimmy Connors.

Abbiamo voluto ricordare questo episodio prima di cercare di capire che 2017 sarà quello di Andy Murray, proprio perché siamo convinti che un ruolo fondamentale lo giocherà in questo senso, una volta di più, proprio il suo coach Ivan Lendl. Perché è inutile starci a girare troppo intorno, il miracolo-Murray porta la firma indelebile dell’ex campione ceco. Lo raccolse nel 2012 quando la bacheca dello scozzese latitava ancora di Slam e titoli pesanti. Quattro anni dopo il suo palmares, ancora parziale, racconta di un titolo all’US Open, due a Wimbledon, due titoli olimpici, una Coppa Davis, un Master di fine anno e, ciliegina sulla torta, la tanto agognata prima posizione del ranking. Coppa Davis a parte, tutti successi ottenuti nei periodi di collaborazione con coach Lendl. Un caso? Noi non lo crediamo. Crediamo anzi nell’importanza del lavoro quotidiano che un coach svolge con il suo allievo. Anche se l’allievo è di eccezione, come nel caso di Murray. Lavoro tecnico, fisico e mentale. Tutti egualmente importanti, in parti uguali.

Già, perché il tennis, lo sapete bene, non è fatto solo di dritti e rovesci. Ce ne fornisce qualche esempio lo stesso Murray, proprio in relazione al rapporto col suo super-coach. Dopo la semifinale persa con Djokovic 5-7 al quinto all’Australian Open del 2012, Lendl piombò negli spogliatoi e il discorso fu più o meno il seguente: non esci di qui se non mi dici come pensi di vincere un match del genere la prossima volta. Questo in uno di quei momenti in cui di tutto un giocatore avrebbe voglia di parlare, tranne che di un match così importante perso in quel modo, dopo una battaglia di quattro ore.

Giusto, sbagliato? Non si può dire in assoluto, ma ha funzionato. E, molto probabilmente, ha funzionato proprio per la speciale chimica del binomio in questione.
E pensare che più di qualcuno, anche tra gli addetti ai lavori, all’inizio della loro collaborazione storse la bocca. Ancor di più pensando che il principale obiettivo dell’epoca per Murray era quello di riportare un britannico a vincere Wimbledon “dopo 1000 anni”, come perfidamente ricordò Federer durante una premiazione, dopo una delle tanti finali perse fino a quel momento da Murray. Ma come, si disse, vuole vincere Wimbledon facendosi aiutare da uno che non è mai riuscito a vincerlo?

E qui torniamo, fatalmente, a Roddick e Connors. Alla maledetta pressione che Pandy doveva sentire nel portarsi dietro quella specie leggenda vivente. “Hai mai giocato qui? Si ci ho vinto cinque volte”. “E invece qui? Qui solo tre volte”. Quelle conversazioni dovevano essere diventate un incubo per il povero Roddick. E tutto finì. Paradossalmente invece, il fatto che Lendl non aveva mai trionfato sui sacri prati di Church Road può averlo aiutato non poco. Ve lo immaginate, in futuro, un giocatore presentarsi a Wimbledon con Federer o Sampras nel proprio angolo? Come fare il falegname con la supervisione di San Giuseppe… No grazie, meglio qualcosa di meno impegnativo. Per Murray, al contrario, Lendl è stato un elemento di normalizzazione. Le domande sui mancati titoli a Wimbledon, nel peggiore dei casi, doveva dividerle col suo coach: niente male no?

Ed eccoci finalmente arrivati al 2017 che verrà per Andy Murray. Saremo sinceri, con un altro coach in panchina non gli avremmo dato una lira. Appagamento e stanchezza già in passato hanno fatto vittime illustri. Tanto più che l’anno appena iniziato si presenta molto competitivo, con i ritorni in pompa magna di Federer e Nadal e la voglia di rivincita di RoboNole. Noi siamo invece convinti che non ci sarà alcun crollo, anzi. Se Djokovic e compagnia vorranno tornare a vincere titoli pesanti dovranno ancora vedersela col nuovo Murray. E col suo coach: l’importanza del Fattore “L”.