Challenge Round. Federer, Wimbledon e l'illusione di un tie-break

TENNIS – DI FABRIZIO FIDECARO – Roger Federer e l’effimera illusione di un tie-break vinto in modo rocambolesco nella finale di Wimbledon con Novak Djokovic.

Un’illusione e nulla più. Questo resterà per Roger Federer il tie-break del secondo set della finale di Wimbledon 2015, vinto su Novak Djokovic. Un momento emozionante da vivere e da seguire, ma soltanto una breve parentesi nell’ambito di un incontro dalla trama complessiva ben diversa.

In quei minuti, però, si ammirano bagliori scintillanti del fantastico repertorio di Fed-Ex. Coraggiosi serve & volley sulla seconda, epiche risposte a tutto braccio, scambi mozzafiato con il cuore a mille. La tensione è palpabile, e anche il numero uno la percepisce in modo nitido. Il suo far rimbalzare la pallina prima del servizio appare più prolungato rispetto al solito, come se patisse la responsabilità del momento. Il pubblico lo rispetta, ma si esalta a ogni punto di Roger.

Al cambio di campo sul 9 pari le telecamere indugiano su Bjorn Borg, accomodato sugli spalti. Viene da domandarsi cosa stia pensando l’Orso svedese. Forse rimuginerà sul tie-break di trentacinque anni fa con John McEnroe, concluso 18-16 per il mancino nato a Wiesbaden. Magari, in cuor suo, sta auspicando che Nole e Roger vadano persino oltre, dato che quella finale è ricordata quasi più per l’incredibile epilogo del quarto set – a lui sfavorevole – che per la sua vittoria nel quinto.

Dopo aver mancato sette possibilità per chiudere (sei nel “jeu decisif”, di cui tre consecutive e due sul proprio servizio), il 28enne di Belgrado si arrende alla seconda chance per Roger, la prima con la battuta a disposizione. Quando il sette volte campione mette a segno la volée che gli regala il 12-10, dalle tribune si innalza un boato. Federer è di nuovo in corsa. Un set pari, e palla al centro.

E poi? Null’altro, o quasi. Nei due parziali che seguono Djokovic si dimostra più forte, solido, deciso. Ora l’elvetico non sembra crederci fino in fondo. Incassa un break nel terzo e due nel quarto e saluta Londra senza essersi messo alle spalle William Renshaw e Pete Sampras nella classifica dei plurivincitori di ogni tempo. È il serbo a conquistare il trofeo battendo in finale il rivale, proprio come dodici mesi or sono.

Con una differenza sostanziale, però. Nel 2014 Roger, che non si guadagnava un ultimo atto Major da due anni esatti, aveva dato tutto, arrendendosi solo al quinto: la sua, per quanto potesse valere (ossia, in fondo, nulla), era stata una sorta di “vittoria morale”. Stavolta non è arrivata nemmeno quella: troppo evidente il calo negli ultimi due set, in cui, ancor più che dal punto di vista fisico, Roger è stato sovrastato mentalmente dall’avversario. Se a questo aggiungiamo l’immediato controbreak incassato nella frazione d’avvio, in cui era avanti per 4-2, ecco che il quadro è completo.

Intendiamoci, è ovvio che con Djokovic si possa perdere senza alcun imbarazzo. A quasi trentaquattro anni Roger rimane un fenomeno assoluto, un serio candidato al titolo di GOAT e tuttora il secondo giocatore al mondo. Però stavolta le prestazioni nei turni precedenti, su tutte quella nella semifinale con Andy Murray, avevano lasciato sperare i suoi innumerevoli fan in qualcosa di più. Insomma, lo Slam numero diciotto non era mai parso così vicino come alla vigilia del match clou.

Il richiamo alla realtà è stato innegabilmente duro. Nella memoria, è vero, resteranno i soliti lampi di classe e, soprattutto, quel tie-break vinto in rimonta nel tripudio generale. Ma per uno come Roger queste sono poco più che inezie e non costituiranno affatto fonte di consolazione.