Australian Open: Na Li, cinese… ma non troppo

di ANGELICA FRATINI

MELBOURNE. Li Na ha cominciato il 2013 con la finale all’Australian Open, persa contro l’allora numero uno Azarenka, e ha chiuso il 2013 con la finale al Wta Championships persa con Serena Williams, l’attuale numero uno. Da una numero uno all’altra, nell’ultimo torneo è riuscita ad arrivare al numero 3 del ranking, sua migliore classifica di sempre e suo obiettivo del 2013…

Se le chiedete perché il suo obbiettivo fosse la terza posizione e non la seconda o la prima, Li Na risponde con una sua logica: «Perché non avevo mai avuto una classifica migliore del numero 4. E il 3 viene prima del 4».

Ma dopo una stagione così, la cinese può essere considerata davvero la terza forza del tennis femminile? Con Sharapova fuori dal circuito negli ultimi mesi, probabilmente ancora no. Però per il suo allenatore Carlos Rodriguez, coach storico di Justine Henin, ci sono due gap differenti fra Li Na e Serena Williams: «Uno è tennistico, Ma Li Na non è così lontana dal livello di Serena. L’ altro è mentale e quello sì, è ancora molto grande».

Ed è soprattutto su quello che sta lavorando l’argentino, con l’intento di far diventare la campionessa del Roland Garros 2011 un po’ meno cinese e, almeno nel modo di vivere le emozioni, un po’ più occidentale.

La vittoria al Roland Garros, la prima vittoria in un torneo dello Slam per un’atleta dell’Asia, vista in tivvù da 116 milioni di cinesi (circa 2 volte la popolazione italiana), ha passato un periodo in cui non trovava più il modo di concentrarsi sul tennis. Troppe cose succedevano fuori dal campo e influenzavano negativamente i suoi risultati. Con i risultati negativi è maturata anche la convinzione, anzi la necessità, di avere un nuovo coach. A metà dello scorso anno, il suo agente Eisenbud (storico manager anche di Maria Sharapova), le ha proposto una lista di nomi. Li Na ha scelto senza esitazioni Carlos Rodriguez. L’argentino è stato il coach per tutta la carriera di Justine Henin e dopo il ritiro della belga ha aperto un’accademia a Pechino. Se ha fatto diventare la belga una campionessa, ha pensato Li Na, può aiutare anche me.

Il lavoro di Rodriguez, si basa sul migliorare la parte fisica, quella tecnica e quella mentale. Il piano di allenamento del nuovo coach, è talmente duro che Li Na si è trovata a chiedersi come avesse potuto Justine lavorare con Carlos per 15 anni. «Io ero morta solo dopo tre giorni di lavoro insieme! Ma il lavoro paga, non sono mai stata così veloce e forte in tutta la mia carriera L’unica differenza è che ora ci metto un po’ di più a recuperare rispetto a quando ero più giovane».

È un fatto: dopo la prima settimana con il nuovo coach, Li Na gioca la finale a Montreal nel 2012 e la settimana successiva vince Cincinnati. La prima vittoria in 15 mesi dopo il Roland Garros.

Rodriguez sta spingendo Li Na a scendere a rete più spesso. Questo l’aiuterà a concludere prima i punti, a sprecare meno energie, e a inserire nel gioco anche un elemento di sorpresa. Dopo la finale di Istanbul l’argentino era soddisfatto del tennis espresso dalla sua giocatrice: «Non lo so se ci si rende conto di quanto sia difficile per lei andare a rete. E non contro una Jankovic per dire, ma contro Serena Williams. La migliore giocatrice dell’anno. Il coraggio che ci vuole per giocare servizio e volée con successo e costanza, richiede mentalmente tantissime energie nervose, perché per lei non è un’istintiva. Quando ha delle occasioni pensa… Che faccio ora? Scendo rimango a fondo?».

Evoluzione e dubbi

Questa evoluzione tecnica per Li Na non è stata priva di dubbi. «All’inizio ero riluttante. Ma se non ci provo ora, mi sono detta, forse lo rimpiangerò quando smetterò di giocare. Carlos mi ha detto: “Se non ci provi non saprai mai quanto puoi essere brava”. Sono contenta di come ho giocato la finale di Istanbul. Sono contenta di quanto sono stata coraggiosa».

Coraggiosa, dice proprio così. Attenzione perché è  qui che entra in gioco il lavoro che Rodriguez sta facendo. Un lavoro quasi da psicologo: «Il problema è come deve comunicar con me, come darmi le corrette informazioni così che io possa aiutarla. Cosa è successo nel terzo set, perché è crollata drammaticamente? Ho bisogno delle informazioni corrette per poter fare il mio lavoro». E per fare questo c’è da scavare a fondo nella personalità di una atleta che si è ribellata al sistema nazionale sportivo cinese ed al suo metodo di allenamento.

«Li Na», prosegue Carlos, «non ha mai sentito una parola positiva negli ultimi 10-15 anni. Ancora adesso può trasformare un momento negativo in una forma quasi di disgusto verso se stessa. Anche Justine una volta era psicologicamente molto fragile ma ho lavorato con lei da quando aveva 13 anni. Li Na ha 31 anni e un carattere formato quasi esclusivamente dal sistema cinese dello sport».

La parte più difficile, per Rodriguez,  è quando le chiede come sta… «Quasi mai mi dice qualche cosa di buono. Devo costringerla a dirmi cosa sta facendo nel modo giusto».

Fa parte dell’educazione cinese non parlare con “estranei” dei proprio sentimenti. In Cina nessuno le aveva mai chiesto come si sentiva, nessuno le chiedeva di esprimere anche sul campo quello che provava così da poter poi affrontare il problema.

Per Rodriguez, invece, «Tutti i suoi ricordi tristi, le esperienze negative sono come impresse dentro di lei. Non potranno mai essere cancellate ma lei deve affrontarli, deve avere coscienza che quelle esperienze l’hanno fatta diventare la persona e la giocatrice che è oggi».

Lavoro e psicologia

Per Li Na questa è la parte più dura, molto più dura degli allenamenti a cui l’argentino la sottopone. «Credo che  la ragione per cui non mostro quello che provo dipenda dal modo in cui sono cresciuta. A tennis non potevo mostrare quanto fossi brava, perchè quando vincevo un torneo il coach era sempre molto dura con me. Se facevo un errore in allenamento di sicuro mi avrebbe detto: “E allora? Hai solo vinto un torneo, Credi forse di poterne vincere un altro? Perché non ti alleni più duramente?”. Mi puniva tutta le volte. Io non avevo la fiducia di far vedere che ero brava».

Parlare di questo con Rodriguez è stato doloroso. È stato è come «Spargere sale su una ferita. All’inizio fa male, ma una volta che butto fuori quello che ho dentro, Carlos mi puoi aiutare a trovare il modo di superarlo. Mi ha reso molto più forte mentalmente».

E pensare che a metà anno, dopo la sconfitta a Eastbourne la cinese era talmente arrabbiata con se stessa che aveva pensato di ritirarsi. Rodriguez non le ha replicato “No, non devi farlo”. Ma l’ha sorpresa dicendole «Va bene, puoi lasciare. Smetti di giocare se questo è quello che senti. Ma se stai abbandonando perché non ti è piaciuto quello che è successo oggi, devi avere coraggio. Questo è solo un gioco, ma tu non puoi continuare a scappare dai tuoi problemi. Loro ti seguiranno fino alla fine dei tuoi giorni».

Il simbolo della nazione

Alcuni di quei problemi, nascono dal desiderio della Cina di mostrarla come il simbolo vincente della nazione. Desiderio che contrasta invece con l’atteggiamento della campionessa del Roland Garros. «Quando dicono che io rappresento la nazione, questo è un peso troppo grande per me. Io gioco per me stessa». Ma per i funzionari dello sport e della stampa cinese questo modo di pensare è visto come una sfida al loro sistema. Almeno per come lo è stato fino ad oggi. Dopo la sconfitta al Roland Garros di quest’anno, un giornalista dell’Agenzia di news governativa Xinhua, le aveva chiesto di spiegare il suo risultato così deludente ai fan cinesi. «Ho perso solo un match. Devo inginocchiarmi e chiedere scusa?».

Notabili in agguato

Risposta che non è certo piaciuta ai notabili cinesi. L’organo ufficiale del Partito Comunista Cinese in un editoriale, durante Wimbledon, ha scritto: “Da quando le star dello sport sono diventate insofferenti alle tradizioni e ai costumi sociali? Tradizione di tenere a freno la loro incontrollata insolenza”.

Li Na è per i giovani cinesi un esempio di successo, una donna indipendente anche dal quel sistema in cui è cresciuta. Un punto di riferimento, tanto da essere stata soprannominata “Sorella Maggiore Na”. Ed è su questo dover essere un modello, a volte, che si scontra anche con la richiesta del suo coach di mostrare i suoi sentimenti in campo: «Non ho mai spaccato una racchetta, perché non sarebbe un bell’esempio per i giovani. Anche se a volte vorrei tanto farlo».

Durante i tornei, Rodriguez le ha vietato di leggere quello che la stampa cinese scrive su di lei. Il marito Jiang fa poi da filtro nel selezionare le notizie, per evitare che certi articoli possano ferirla. «In Cina abbiamo un detto: ogni eroe per metà riceverà complimenti, per metà calunnie. Le dico di dimenticare gli attacchi, la pressione, le aspettative. Ma è difficile. Siamo solo esseri umani».

Li Na a volte riesce anche a scherzarci su: «In passato, quando scrivevano qualcosa di brutto su di me mi dava molto fastidio. Ora penso che forse la stampa cinese ritiene che io non sia abbastanza famosa e voglia aiutarmi».

A 31 anni ha preso coscienza di quello che non vuole essere e di quello che è: «All’inizio mi lasciavo influenzare dalle aspettative di chiunque, ma ho capito che le persone proiettano su di me i loro sogni. Io non sono una santa, sono una persona normale, ho i mie momenti belli e quelli brutti. Tutto quello che posso fare è concentrarmi nel fare bene il mio lavoro. Io credo veramente di essere solo un’atleta e non posso rappresentare nessuno, solo me stessa».

Per Li Na è più un punto di partenza che di arrivo: «Lo so che non posso vincere ogni match, e ho dovuto affrontare con me stessa una lunga elaborazione dei momenti difficili che ho passato. Tutto ciò che devo fare è provare a dare il meglio e allora, dopo, sarò contenta sia che vinca sia che perda».

Una donna diversa

Carlos Rodriguez ultimamente vede una persona diversa, più rilassata e positiva: «Adesso credo sia affamata per ottenere qualche cosa di più. Sembra avere trovato una diversa motivazione al gioco, non solo orgoglio o denaro, ma il piacere di giocare per lei stessa. Li Na ha le capacità e ora sta facendo bene. È quasi al punto dove vogliamo arrivare. È una strada lunga, ci stiamo avvicinando, ma è ancora una lunga strada da percorrere». Una strada lunga, come la differenza fra la mentalità occidentale e quella orientale.