Tennis e dintorni. L'anti-doping, uno spettro nel mondo della racchetta

di STEFANO SEMERARO –

C’è uno spettro che si aggira nel mondo del tennis, ed è quello dell’anti-doping. Uno spettro perché a quanto pare è una pratica evanescente, inafferrabile, che si mostra con un volto diverso a seconda dei casi. E perché la sua incertezza mette paura più di un coboldo che striscia le catene.
Di doping e anti-doping nello sport si parla e si straparla da sempre, negli ultimi mesi però nel tennis la chiacchiera è diventata continua, spesso irritante, comunque inquietante. Proprio perché è una chiacchiera e non una discussione seria.

Murray ha iniziato lamentandosi dell’invasività dei controlli, come Nadal, e poi è passato a criticarne lo scarso numero e l’efficacia. Il caso Troicki ha scatenato la rabbia di Djokovic, che ha accusato i controllori di incompetenza, Marin Cilic per conto si è difeso sostenendo di essere stato fermato per una sostanza che nessuno ha mai trovato nel suo organismo. E ora ecco Federer lanciare l’allarme sostenendo che i test scarseggiano, che anni fa se ne effettuavano di più, e che bisognerebbe monitorizzare meglio «chi vince tutto» (qualcuno ha bisogno di farsi spiegare l’allusione?). Senza contare l’attacco dall’estero del ciclista Cavendish, che cita il numero esiguo di controlli effettualti nel tennis a confronto di quelli del ciclismo, e biasima l’ipocrisia della Bartoli o di Djokovic. Chi ha ragione? A mio parere nessuno. Il doping, lo sappiamo bene, è un argomento molto complesso. Sottovalutarne la portata è facilissimo, trasformarlo in demagogia altrettanto. Le difficolta che pone non sono banali, e per vari motivi. In primo luogo perché la frontiera fra ciò che è consentito e ciò che è vietato appare sempre più labile, grigia, confusa, e temo che che lo diventerà sempre di più. I dopatori inoltre sono sempre in vantaggio, costante e cospicuo, sui segugi che devono smascherarli, e questo rende la caccia difficile. E anche costosa, argomento che tutti tendiamo a sottovalutare. Ogni test costa caro (dai 500 ai 1000 euro), impegna uomini e risorse, e le varie istituzioni faticano a mattersi d’accordo su chi debba aprire il portafoglio. Poi ci sono le modalità di controllo. Se la Wada ti bussa alla porta alle 6 di mattina viene accusata di insensibilità e ferocia; se non lo fa di inefficienza o peggio connivenza. Tutti motivi che portano ad una confusione sovrana, producendo regole diverse per sport diversi, protocolli incerti e variabili, interpretazioni discutibili, connivenze orrende fra chi bara e chi amministra, come è avvenuto nel caso di Lance Armstrong. Il ciclismo si è auto-mutilato sette anni di Tour de France per colpa di Armstrong e dei suoi complici, il pensiero che possa accadere al tennis o ad altri sport ci inorridisce. Ma per condannare servono prove, non vaghi sospetti e sdegni da tifosi. Il caso Cilic ha spiegato ancora una volta che il silenzio è un pericolosissimo fiancheggiatore del sospetto, che la trasparenza andrebbe perseguita sempre e comunque, evitando ogni “silent ban”; ma d’altra parte esiste anche un sacrosanto diritto alla privacy, alla possibilità di difendersi senza essere sbattuti, magari frettolosamente, sulle pagine dei giornali o dati in pasto alla gogna ebete dei social network.
Alla fine si tratta sempre dello stesso dilemma, nello sport come nella vita: vogliamo più sicurezza o più libertà? Se preferiamo la prima, non resta che una strada da seguire: costanti controlli a tappeto (ma chi li paga?), rigore assoluto, condanne esemplari e definitive. Hai preso un’anfetamina? Fuori a vita, senza appelli. Se invece gli stati di Polizia non ci piacciono, dovremo rassegnarci a un margine più ampio di incertezza, a vivere più rilassati ma anche con qualche dubbio in più: ad esempio quello che l’operazione Puerto sia stata insabbiata non tanto perché avrebbe inguaiato qualche atleta eccellente, ma perché avrebbe svergognato uno o più governi. Personalmente il doping che mi irrita maggiormente è quello che viene somministrato ai minori o ai dilettanti, a loro insaputa, mettendo a repentaglio la salute di chi non può o non sa scegliere. Per quanto riguarda i maggiorenni e i professionisti credo che l’unica cosa realistica da chiedere sia un protocollo unico per tutti gli sport, procedure e sanzioni certe, tempi brevi di giudizio. E poi che valga la legge di Boskov: doping è quando provetta lo dice. Il resto sono chiacchiere.