Un consiglio, non date Federer in declino

Quanti siano i Djokovic, è questione che il tempo risolverà, prima o poi. Già il soprannome, Djoker, la carta matta, è un invito a esprimere perplessità. Al momento, due dei Djokovic in circolazione (anche tre, o quattro), è facilissimo individuarli. C’è quello simpatico al pubblico e quello antipatico, forse anticipaticissimo, ai giocatori. Non perché sia il numero uno di fine anno, né perché vinca spesso, come è successo anche ieri al Master di Londra. Fosse solo questo, uno come Federer l’avrebbero dovuto addirittura odiare, nel ristretto club dei rivali, e attentare di continuo alle di lui regali caviglie… L’antipatia viene dai comportamenti, i suoi, di Nole, che mancano di rispetto, o così sembra, così dicono, e di quelli del suo gruppo. Lui, perché fa le imitazioni (non sempre riuscitissime, ammettiamolo), perché si ritira senza spiegazioni (a Montecarlo, 2008, proprio Federer ci rimase malissimo), o perché spara a salve sul tennis che ha bisogno di facce nuove. Gli altri, quelli del gruppo, quando festeggiano uscendo dai binari della sportività, e quando per mille volte si fanno il segno della croce, cosa che gli avversari sospettano sia un modo per attrarre strali sulle loro teste, più che attenzioni e benemerenze verso Nole. È un fatto, Djokovic è l’unico per il quale Nadal si sia preso il disturbo di andare in tribuna, a Parigi, per tifargli contro. Accadde due anni fa, in campo Federer e Djoko. Ma prima fra i due c’era stata la baruffa di Madrid, con il giro del circolo da parte del gruppone djokoviano a cantare – sotto le finestre dove Rafa teneva la conferenza stampa – che finalmente lo spagnolo muscolare era finito con le terga per terra. Si capisce, insomma, perché Nadal ritenesse di avere un conto da saldare…

Ma al pubblico uno così piace, perché fa cose diverse, titilla le esagerazioni, diverte con i siparietti, persino le imitazioni piacciono, quella di Rafa che “ravana” per l’estrazione della mutanda dai possenti glutei, quella della Sharapova che si imbelletta prima di servire. Sopra tutto, Djoko piace perché in campo si danna l’anima, e lo fa vedere con pose finali da Incredibile Hulk. Come ieri, capace di rimontare due volte Federer, e batterlo in un modo che ha reso difficile agli stessi, convinti federeriani, sostenere che il match sia stato gettato al vento da Sua Enormità lo svizzero.

Numero uno, decisamente, incontestabilmente. La media stagionale vale il secondo titolo consecutivo di primo fra i pari. Australian Open vinti, finali a Parigi e agli Us Open, vittoria al Master. Niente da dire. Comanda lui. Il punto tecnico, però, è meno ottimistico e non può non tener conto di una semplice equazione che proprio il match di ieri ha posto in evidenza, trasformandola in interrogativo: nel momento migliore della sua carriera, e sulla spinta di tanto giovanile ardore, Djokovic non è sembrato ancora in grado di dominare un Federer trentunenne e non al meglio della forma. Vincere sì, tramortirlo no. Tutt’altro…

Djoko ha vinto in rimonta, primo e secondo set hanno avuto andamenti similari. Ha vinto in assenza del colpo migliore di Roger, il dritto. Ha vinto con le stesse armi che gli hanno consegnato la vittoria in Australia, ma non quelle a Parigi e a New York, cioè trasformando l’incontro in un braccio di ferro. Se questa è la sua espressione tecnica migliore (lo è, in effetti, ed è anche altissima) significa che Djokovic dovrà essere sempre al meglio della sua condizione per imporsi sui suoi pari, e questo non gli sarà sempre possibile. Non lo fu ai Giochi olimpici, e venne sommerso da Delpo, non lo fu (per la stanchezza) a New York, e nonostante il recupero di due set e la ferma, onorevolissima intenzione di dar battaglia, il titolo andò a Murray.

Il Master annuncia una nuova stagione non dissimile da quella appena conclusa, nella quale i quattro Favolosi si sono divisi il Grande Slam. Le ultime sconfitte di Federer, sulle quali i soliti geni hanno avvistato nuovi segnali di declino (è dal 2007 che la storia va avanti, e non se ne può più) non cambiano la sua quota di partecipazione all’interno del gruppo dominante. Gli anni che passano, si sa, accorciano i periodi di freschezza atletica, ma Roger è riuscito a stare in tiro dal novembre dell’anno scorso fin quasi alla finale olimpica e ha vinto molto (sei titoli) riconquistando la vetta per portarla al nuovo record di 302 settimane. Poi è andato calando, ed è normale che sia così. Eppure, come non meravigliarsi della resistenza che ha offerto ieri al miglior Djokovic della stagione? Scambi da fondo simili a mattonate. Non c’era verso di fare diversamente, dunque ha accettato il confronto e l’ha quasi reso paritario.

Ora Federer chiede di ripensare a queste superfici lente, troppo lente, e tutte uguali
(leggetevi, è un consiglio, l’articolo di Semeraro, su questa stessa home page). Fa bene, e lo fa con lo spirito del buon padre che si preoccupa per le sorti delle future generazioni. Al tempo stesso, rivela stimoli non ancora sopiti. È lì, con gli altri, vuole dire la sua, non ritiene che il futuro gli sia negato, si batte per renderlo migliore. Se volete un parere, un consiglio… Non datelo nuovamente per finito.