Nadal e il Roland Garros, la tirannia sportiva più lunga della storia

Dodici volte il Roland Garros, Nadal ormai è nella fantascienza.

È sui bastioni di Orione, dove si vedono cose che noi umani non possiamo nemmeno immaginare. È in competizione con Han Solo per il record più duraturo, lui che con il Millenniun Falcon ha percorso la rotta di Kessel in meno di dodici parsec. È il droide che diventa umano come nei racconti di Asimov. Bicentennial Rafa… Ci si chiede se mai qualcuno potrà batterlo, un record così, in un tennis che negli anni ha trasformato le racchette in baliste e gli uomini che le usano in frombolieri sempre più precisi, violenti, per non dire cattivi. Cambierà il tennis, magari. Anzi, è probabile. Decideranno di giocare gli Slam due set su tre, forse. E di aggiungere altri tre Major ai quattro che hanno fatto la storia di questo sport per cento anni filati. È possibile, Dubai, Shanghai, Mosca sono in agguato. Non importa, il record di Nadal sarà ancora lì, infisso nelle pagine del Libro dei Primati, qualunque cosa accada.

Solo lui può ritoccarlo. È giunto a dodici, perché non concedergli l’uzzolo di aggiungere anche il tredicesimo, e il quattordicesimo trofeo? «Ci proverò», dice Rafa, ed è più di una promessa. Del resto, c’è qualcuno che possa batterlo? Nel corso di quindici partecipazioni con dodici finali e dodici vittorie, Rafa ha chiuso la porta in faccia a Federer (4 finali), ha atteso che Djokovic diventasse il campione da Grande Slam che in tanti predicevano, e lo ha sfidato in finale due volte, distruggendolo. Ora è alle prese con Dominic Thiem, che fra i tanti che ci hanno provato sarà quello che prenderà il suo posto, ma solo per raggiunti limiti di età, quando Rafa (33 compiuti la scorsa settimana) riterrà di essere giunto all’approdo finale della carriera.

In tutto questo, il dato più futuristico e quasi incomprensibile è che Rafa migliora, sulla terra di mattone. Soffre tutto l’anno (ginocchi, spalla, schiena), spesso costretto al ritiro, quasi sempre obbligato a lunghi tagliandi in officina per le dovute riparazioni, ma sono tre anni che a Parigi si presenta in gran spolvero e dà forma a prestazioni impeccabili. Il decimo trofeo venne confezionato lasciando agli avversari appena 35 game in sette partite. Non è il record di Borg (32) ma poco ci manca… L’undicesimo lo ha visto affossare Thiem, con una finale da 18 game a 9. Quest’anno ha concesso due set, uno a Goffin in terzo turno e uno in finale, all’austriaco, e si è talmente urtato con se stesso da ridurre Thiem a una braciola nei due set conclusivi. Il servizio più composto e solido, con un aumento consistente delle “prime” messe in campo, e l’abbandono delle terre remote nelle quali stazionava, per avvicinarsi alla riga di fondo, hanno portato benefici, e gli sono valsi 27 discese a rete con 23 punti conquistati. Erano i consigli di Carlos Moya e Rafa li ha messi in pratica. Non sono cambiati i punteggi, ma opponendosi così ai grandi colpitori (e Thiem è fra questi) riesce a tenerli maggiormente a distanza.

Poi c’è un lato umano, e non deve stupirvi, anche se finora abbiamo parlato di droidi e di fantascienza. C’è un Rafa disposto a commuoversi, sul campo, come un bimbo di fronte alla prima conquista. Si stende sulla terra, si prende il volto fra le mani… Un Rafa che pone la passione per il tennis fra le motivazioni cui chiedere slancio nei momenti più difficili. Lui come il suo gemello diverso, Roger Federer… Infiniti proprio perché innamorati di questo sport. È il loro elisir di lunga vita e di lungo tennis. Loro lo hanno capito. E sono 20 (Federer) a 18 (Nadal), la corsa agli Slam continua… «È vero, non gli sono mai stato così vicino, ma non vivo sbirciando in casa altrui per sentirmi frustrato se ce l’hanno più bella della mia».

Thiem ha certo avvertito la fatica di tre giorni di tennis continuo. La programmazione non l’ha favorito, e non è stata giusta nei suoi confronti. Ma Dominic è un signore e accetta il verdetto. «Quando gli ho strappato il secondo set, Rafa ha preso nuovo slancio, e mi ha calpestato letteralmente». Rafa gli rinnova i complimenti, «È un grande combattente, e ha colpi che fanno male. Il futuro è suo». Sì, ma quando? Thiem, mogio mogio, è lì che se lo chiede.