Ma Torino è davvero pronta per le Finals?

Torino e le Atp Finals. Sembra, a leggere quotidiani e siti specializzati, che questa sia la settimana decisiva, quella in cui, da Miami, la candidatura del capoluogo piemontese potrebbe trovare conferma o la sua bocciatura.

Al di là dell’interrogativo, più che legittimo, data l’assenza di qualche fonte ufficiale, se sia italico orgoglio quello che ieri ha spinto alcuni media nazionali a dare per favorita Torino a dispetto di Singapore, Londra e Tokyo (non proprio cittadine sconosciute o disorganizzate), un tentativo di animare la tifoseria o in qualche modo influenzare il giudizio dell’Atp, e tralasciando quanto poco si sa della condizione delle altre candidate, come sottolineato sempre da una parte della nostra stampa, la domanda da porsi, con serietà e pragmatismo non politico, è se la città della Mole sia davvero in grado, strutturalmente, di ospitare l’evento con successo e qualità e, in seconda istanza, se davvero l’investimento avrebbe un ritorno economico, diretto e con l’indotto, tale da valere lo sforzo prefisso.

Chi scrive a Torino ci vive e lavora, da sempre, conoscendone pregi e difetti, e non potendo certo negare che dal punto di vista estetico (ma in questo per noi italiani il gioco è sempre molto facile) nulla si ha da invidiare alle altre candidate. In questo senso il nostro patrimonio è assolutamente competitivo, per non dichiararlo vincente con uno spirito che potrebbe apparire immediatamente troppo campanilistico.

La strada piana e semplice però, termina qui. Perché se è vero che il palazzetto per ospitare il torneo c’è, da Torino 2006, ossia il Pala Alpitour, struttura moderna, con 18500 posti di capienza, eretto proprio per gli eventi sportivi, è anche vero, come la stessa amministrazione ha già evidenziato, che il luogo necessiterebbe della creazione di una nuova stazione della metro per facilitare l’accesso del pubblico. Sarebbe in grado, la città, di realizzare tale opera in due anni scarsi? La stessa città che da sette anni non riesce a completare proprio il secondo ramo della metro che termina a Piazza Bengasi, ridotta ormai a un perenne cantiere a cielo aperto nella cui voragine sono finiti non si sa più quanti milioni di euro inutilmente, mentre si realizzava il solito gioco dei fallimenti delle ditte in sub appalto? La stessa amministrazione Appendino ha ottenuto gli stessi identici risultati di quelle precedenti, e quel cantiere è ancora lì e una fine lavori vera, ad oggi non esiste. Anche per quanto riguarda il traffico automobilistico il Pala Alpitour pone identici e enormi problemi. Il palazzetto è in una posizione abbastanza centrale della città e chi abbia avuto l’occasione di recarsi in auto ad un evento sa quanto sia complicato parcheggiare in maniera corretta nei suoi dintorni.

Che fare quindi? Costruire un parcheggio ad hoc per la Finals? Se la risposta è positiva, tornano le stesse domande poste per quanto riguarda la metro, con altre due a cascata: dove e se l’opera avrebbe un senso al di là del torneo di tennis. Non si rischierebbero altri scheletri di cemento come quelli già lasciati dalle Olimpiadi invernali?

A livello strutturale queste sono le domande più immediate che vengono in mente e certamente se ne potrebbero aprire altre, ma non si ha intenzione di finire nel solito luogo comune che in Italia tutto diventa ruberia e spreco. Oggettivamente, però, l’esperienza delle metro Bengasi lascia molto più che una perplessità.

Resta poi da risolvere il quesito legato alla resa economica del progetto, che vive certamente di incognite. Negli ultimi anni, a Londra, si è parlato di un giro d’affari da circa sessanta milioni di euro a edizione. Bisogna però tenere conto di due variabili. Questi sono stati gli anni d’oro del tennis, con i noti Federer, Nadal, Djokovic a farla da padrone, star internazionali di caratura che va ben oltre quella del classico tennista. Tra due anni, chi di loro calcherà ancora i campi delle Finals? I successori saranno catalizzatori di pubblico allo stesso modo? Londra, inoltre, in questo decennio poteva contare sul quarto Fab Four, idolo di casa, Andy Murray, elemento che facilita non poco l’attenzione verso uno sport.

La candidatura di Torino è certamente una scommessa, e qui non si vuol dire che sia sbagliato farla, anzi, da appassionato e abitante della città, non si può che sperare che finisca come si suol dire “in gloria.” Quello che si vuole mettere in luce è che, oltre ai facili entusiasmi e alle euforie per l’occasione, la difficoltà rappresentata delle garanzie economiche all’evento richieste dall’Atp, sono solo la punta di uno scoglio che rende l’impresa, affinchè si possa definire ben riuscita, molto più ardua di quello che per ritorno politico o di immagine, promotori e detrattori fanno credere.