La vittoria è di Serena Williams, la standing ovation è per entrambe

photo credit: Jimmie48/WTA

[10] S. Williams b. V. Azarenka 7-5 6-3

Tutti in piedi. Standing ovation. Abbracci e sorrisi. Per due ore è stata una battaglia tremenda fatta di sguardi, di urla, gesti, emozioni, a (lunghi) tratti di grandissimo tennis. Poi le atlete scompaiono e restano le donne, madri, persone che hanno forse più cose in comune di quello che può sembrare. Serena Williams e Victoria Azarenka, meravigliose protagoniste di una partita che non meritava la chiusura in due set, non meritava un punteggio che tra un po’ di tempo potremmo fare l’errore di leggere come “partita gestita bene dalla ventitré volte campionessa Slam” perché il secondo set ha avuto solo 9 game.

Non fatevi ingannare, e non accettate chi proverà a imbrogliarvi. Non si vendono tappeti a Indian Wells, teatro di uno dei tornei più amati dai tennisti e dai fan per location, organizzazione, strutture, paesaggi, ma che raramente ha consegnato sfide indimenticabili. Un po’ per i campi eccessivamente lenti, causa le verniciature che vengono fatte 3 settimane prima del torneo, e l’aria molto secca del deserto che fa invece volare la palla alle volte senza controllo. L’eccezione che conferma la regola è un 7-5 6-3 che solo nel finire di gara ha avuto una piccola dilatazione nella forbice tra le due attrici protagoniste della partita più bella del 2019 fin qui, e seria candidata a esserlo anche dopo le Finals di Shenzhen a inizio novembre.

Mancava come il pane questa rivalità, che proprio qui tre anni fa ebbe il suo ultimo capitolo prima di interrompersi tra due maternità terminate con strascichi sfortunatamente diversi, soprattutto in casa della giocatrice di Minsk che deve ancora chiudere la triste vicenda dell’affidamento del piccolo Leo. È vero che Serena ha ritoccato il già chiaro record a 18-4 in suo favore, ma è anche vero che pure oggi si è capito come mai Azarenka l’abbia spesso fatta oltremodo faticare. Il modo in cui assorbe la potenza della statunitense e riesce a girare lo scambio, il modo in cui va verso gli angoli e lavora ai fianchi l’avversaria per toglierla dalla zona di comfort, sono armi che ancora oggi hanno dimostrato che possono far male alla grande campionessa statunitense. Eppure, come spesso è successo, l’ultima parola l’ha sempre avuta l’altra.

Un po’ una maledizione, un po’ un peccato. Tremendo, per lei, non aver portato a casa un primo set che sapeva di Azarenka dei bei tempi. Un parziale di 75 minuti dove per lunghi tratti il vento ha provato a recitare un ruolo da solista, soffiando lungo il campo con raffiche fastidiose, con le giocatrici che si avvolgevano dentro a delle coperte durante i cambi campo. Un vento che disturbava soprattutto i lanci di palla e la bielorussa che non riusciva a concretizzare chance di 4-2 e con due doppi falli rendeva uno dei vari break visti questa sera. Il servizio, per una volta, non era un’arma in più per Serena ma rimaneva la sensazione che potesse essere più una spada di Damocle per la sua avversaria che stava giocando a ritmi forsennati rispetto a quanto visto fin qui nel suo anno di rientro.

C’è voluta forse la miglior versione della Williams post-gravidanza per impedirle di prendersi un vantaggio quantomai meritato. In 75 minuti fatti di vincenti, alta intensità continua, a prevalere è stato il genio della statunitense che sul 5-5 ha annullato a modo suo tre palle break tra cui una con un rovescio stretto incrociato che è rimbalzato ben prima della linea del servizio, risultando vincente. Ha spento forse il miglior momento della bielorussa in tutto l’incontro, con quest ultima che non è riuscita a portare l’incontro al tie-break grazie anche a un nuovo capolavoro di Serena, questa volta in risposta. Il dritto incrociato vincente tirato sul 30-30 è un po’ la fotografia del fattore che più di tutti ha forse impressionato: soprattutto quando era contro vento, Serena ha messo in campo per un set e poco più una qualità nello spostamento verso la palla che raramente si era vista nel recente passato. Rapida coi piedi, perfetta nell’impatto cercando soprattutto la traiettoria incrociata. Contro vento, poi, poteva anche forzare nella potenza perché aveva ancor più margine.

Il livello a inizio del secondo set è calato, quantomeno nella frequenza con cui le due sapevano colpire vincenti. Eppure l’intensità e l’equilibrio riuscivano a rimanere elevati, con tutto il pubblico che urlava senza sosta tra un punto e l’altro distribuendo applausi sinceri anche per Azarenka, malgrado fosse di fronte non solo a una loro connazionale, ma anche della caratura di Serena. Il nuovo momento di rottura è giunto sul 4-3 per l’americana, che ha approfittato del nuovo calo con la seconda di servizio dell’avversaria per salire 5-3 e poter servire per il match. Pur provando a rimanere agganciata alla partita, procurandosi altre palle break, Azarenka non è riuscita nel passo in più che probabilmente meritava quantomeno per arrivare a giocarsi tutto in volata. Alla fine, per lei, pesano tantissimo le appena 4 palle break concretizzate su 15 in tutta la partita. E pensare, però, che se a poche ore prima dell’ingresso in campo ci avessero parlato di una qualità così alta del suo gioco pur dopo gli ultimi mesi di grande difficoltà probabilmente non ci avremmo creduto.

Dodici mesi fa esatti, l’8 marzo 2018, rientravano entrambe in campo per la prima volta dalle loro assenze prolungate dovute, in un certo modo, alla maternità (Azarenka aveva da combattere la propria battaglia legale, ancora irrisolta). Erano sempre qui a Indian Wells, fu una serata emozionante per il grande abbraccio che tutto il pubblico tributò soprattutto alla propria beniamina, senza comunque dimenticare colei che comunque è stata in grado di vincere da queste parti appena 3 anni fa. Ora si sono ritrovate, l’una contro l’altra. E anche se sarà soltanto per una sera, al momento verrebbe solo da dire “grazie”. Valorose giocatrici, grandi avversarie, con un abbraccio sincero a rete che da solo poteva valere il prezzo del biglietto. Nel giorno della festa della donna, probabilmente nessuno poteva augurarsi qualcosa di meglio.