Kyrgios e quella magnifica irriverenza dei giovani

E i vecchietti risposero in coro: “Eh questi giovani d’oggi non hanno più rispetto”… All’alba della sconfitta di Nadal contro Kyrgios ad Acapulco il mondo si è risvegliato in preda al panico, sconvolto da un vento improvviso che ha stracciato via la calda coperta che da un decennio a questa parte ormai scaldava polverosa il circuito; ovvero quell’alone di “volemose tutti bbbene” che nel mondo del tennis aveva relegato a meri dinosauri estinti al limite del mito e delle leggende i vari McEnroe, Connors, Nastase e via dicendo.

Diciamocelo pure: le affermazioni di Nadal hanno sorpreso un po’ tutti. Ma non tanto per il modo in cui lo spagnolo abbia preso la sconfitta (male, come sempre nei match persi per un capello, e del resto ci mancherebbe altro) o per aver picchettato il suo avversario, cosa che spesso non manca di fare quando “gli rode un po’”. Quello che ha fatto strabuzzare gli occhi un po’ a tutti gli addetti e ai passanti è stato il sentir parlare di “rispetto” o meglio dell’assenza del suddetto.

Come? Ad oggi c’è bisogno di ricordare che serve rispetto? Ebbene pare di sì. Ma non ci colpisce il “cosa” abbia generato tale reazione ma più che altro il bisogno di farne una ragione di stato, o per dirla meglio “una ragion di partita”.

Per inciso: Nadal ha il sacrosanto diritto di dire ciò che vuole e, sia ben chiaro, quello che ha detto è la pura, cruda e quantisticamente assoluta verità. Perché quando afferma che “a Kyrgios manca il rispetto verso il pubblico, verso il suo avversario e anche verso se stesso” inquadra il personaggio meglio di un caratterista di Hollywood. Centrato in pieno e fine della storia. Ulteriore conferma? Bieca uscita al primo match a Indian Wells, legge Tommasi confermata e Nadal che si gratta la barba bello fiero.

Detto questo però viene anche da chiedersi quanto questa mania del rispetto abbia attecchito negli ultimi quindici anni e se francamente non abbia anche stancato.

Premesso che una cosa sono la strafottenza e l’esuberanza e altre sono la maleducazione (lasciando libertà a ogni individuo di interpretare il personaggio Kyrgios come meglio voglia), la domanda lecita è anche se tutto questo “rispetto” non abbia creato negli anni anche tutta una serie di bravi bimbetti da collegio e soldatini pronti a inchinarsi di fronte alla divinità tennistica di passaggio e dimenticoni di cosa si debba fare per arrivare là dove osino quei fenomeni lassù.

Ora, è fuori di ogni dubbio che i Federer, i Nadal e i Djokovic (in ordine di slam conquistati) non crescano sugli alberi e nemmeno che quegli alberi nascano a pochi anni di distanza. Però non se la prenda nessuno se esclamiamo anche “ma in confronto alle nuove leve sti qua ormai so’ nonni eh!”. E che ancora oggi nessuna delle generazioni successive alla loro si riuscito minimamente (Murray a parte, ma è un’altra storia) a scalfirne la supremazia porta a pensare che forse un minimo di arroganza in più e un pizzico di perbenismo in meno non avrebbero guastato affatto.

Invece sappiamo tutti come va da almeno 5-7 anni a questa parte. Quante volte abbiamo preso il bastone e con pastrano e cappello da nonni e ci siamo seduti alla fermata del bus “nuove leve” per chiedere per la trecentovenditueennemillesima volta la solita domanda tipo “quando passa il 17?”

In fondo gli amanti della varietà non è che pretendano chissà cosa eh… Sarebbero bastati anche un paio di Safin qua e là, un Bruguera o che so io, uno Hewitt capitato nel mezzo per sbaglio. Invece niente. “Ma abbiamo avuto i Wawrinka e i Cilic”, diranno i puntualizzanti. Certo, peccato che in fondo anche loro facciano i cuoricini sulle palline prima di battere… Senza contare che appartengono anche loro alla generazione dei Nadal e dei Nole in fondo.

Ma gli altri? I Goffin, i Thiem, i Raonic, i Dimitrov, i Thiafoe, i Chung, gli Zverev…

Tutti buoni a spaccar racchette per far scena, a fare la voce grossa con un miracolo in uno slam e morire poi con la lingua in terra alla partita dopo. Tutti prodighi di paroloni smielati nei confronti del dio di turno, magari battuto, per poi prenderle nei dentini dall’altra divinità il giorno dopo, dopo aver fatto riverenza, inchino giapponese, ordinazione sull’asciugamano per il ristorante e saluti alla famiglia per sposalizi vari.

In fondo, tra tutti questi figurini da tappezzeria (e solo il futuro ci dirà quanti di loro ci faranno cambiare opinione), Kyrgios è l’unico che dà al tennis delle cose che gli altri paiono non avere. Oltre a degli attributi cubici di dimensioni cosmiche misti a un genio e un talento smisurato, porta con sé un estro e un’esuberanza che lo rendono perfetto per smobilitare l’Ancien Regime incollato alle pareti di questo sport. Il suo unico problema è che sul collo gli hanno piantato un cubo di Rubik al posto della testa e non si sa se si deciderà mai a fare il tennista da grande… Potrebbe essere un vero campione e invece rischia di essere ricordato come il nuovo Gulbis. Ma almeno lui non ha paura di nulla e se deve lottare contro tutto e tutti, anche contro se stesso (come dice il buon Rafa) lo fa e non guarda in faccia nessuno. Men che meno il carnet dell’avversario.

Beh, se questo deve venire segnalato alla voce “mancanza di rispetto”, forse gli altri giovincelli farebbero bene a imparare qualcosa dall’australiano, tipo come trovare dentro di sé quella scarica e quella sfacciataggine, perché no, che serve per scrollarsi di dosso quella specie di sudditanza con la quale entrano in campo negli slam o nelle partite che contano davvero. Allora avremo forse nuovi campioni e non signorini che aspettano che i nonnetti vadano in pensione…