Hsieh: “Alle volte in campo faccio quello che voglio, ed è una grande sensazione”

“Sfortunatamente ho toccato quella palla, e da quel giorno questa è stata la mia strada”. È cominciata così la chiacchierata fatta con Su Wei Hsieh nella players lounge di Indian Wells. Seduti a un tavolino, con lei all’inizio abbastanza divisa tra la sorpresa e i dubbi tanto da chiedere di che testata fossimo e come mai non lavorassimo per la WTA, probabilmente non abituata ad avere richieste da parte della stampa. Un inglese abbastanza particolare, seppur da subito persona estremamente piacevole da ascoltare nei suoi racconti per momenti di umorismo e risate che lei stessa evidenziava in maniera molto naturale.

Tutto il discorso è stato mosso da una domanda: “Perché?”. Perché questa ragazza, a 33 anni, è diventata soltanto nell’ultimo anno e mezzo una giocatrice che nessuna delle big vuole affrontare? Da gennaio 2018 conta vittorie su quattro ex numero 1 del mondo. Nell’ordine: Garbine Muguruza, Simona Halep (ottenuta quando la rumena era numero 1), Angelique Kerber e Karolina Pliskova. Non solo, è stata a 5 punti dal battere la futura vincitrice dell’Australian Open Naomi Osaka, quando era avanti 7-5 4-2 e 40-0 col proprio servizio, a due game dal battere Petra Kvitova a Dubai, a due punti dal battere Kerber a Melbourne nel 2018 subito dopo la vittoria contro Agnieszka Radwanska. Perché lei, ex numero 1 al mondo in doppio, campionessa a Wimbledon e al Roland Garros nella specialità, è una giocatrice così anomala e al tempo stesso particolare, con un tennis che nessuna può pensare a imitare?

Tennista bimane da entrambi i lati, ma con la particolarità di eseguire due rovesci (a differenza di Monica Seles, Marion Bartoli, ma anche la nostra Georgia Brescia, lei cambia impugnatura quando deve colpire da destra), un gioco di gambe piuttosto rapido, colpi effettuati senza quasi sforzarsi e traiettorie perfette accompagnate da gesti tecnici che strappano ovazioni e applausi da un pubblico costantemente meravigliato. Non era mai finita sotto la luce delle grandi platee, accompagnata da una classifica in singolare che fino allo scorso anno vedeva un best ranking al numero 23 datato febbraio 2013, anno in cui vinse i primi due titoli WTA. Corpo molto esile, con i lineamenti delle ossa piuttosto delineati: “Quando ho cominciato a giocare ero molto magra e non avevo forze per giocare a una mano, dunque mio padre mi ha subito consigliato l’impugnatura a due mani. Un giorno assieme a lui sono passata davanti a un campo da tennis, c’erano delle persone che giocavano e ho detto che non avevo mai visto quello sport, mi sarebbe piaciuto provare, e il giorno dopo mi portò in un circolo tennis e andai subito in campo con lui a lanciarmi palline e una racchetta in mano. Disse che se fossi riuscita a toccarne almeno una, avrei continuato a giocare”. Ha completato il pensiero, poi, con grande autoironia: “Sfortunatamente ho toccato quella pallina, e da quel giorno questa è stata la mia strada”. Raccontava, Su Wei, che nello stesso periodo stava prendendo lezioni di piano. Molto appassionata di musica, le sarebbe probabilmente piaciuto continuare a seguire anche quella strada, ma alla lunga il tennis ha cominciato a toglierle troppo tempo: “Forse ora saprei anche suonare qualcosa, ma non credo di avere la giusta scioltezza”. In campo, invece, ne ha veramente tanta.

Su Wei è diventata una delle più temute tra le giocatrici di seconda fascia da quando all’Australian Open 2018 superò nell’ordine Muguruza, Radwanska e si arrese soltanto alla strepitosa Kerber di quel periodo malgrado si fosse trovata a 2 punti dalla vittoria: “Lo scorso anno ho perso il mio preparatore atletico. Stavo pensando di fare più esercizio fisico per aiutarmi in singolare e in doppio, avevo già in mente l’idea di provare a fare risultati in singolare per migliorarmi e ho cercato di avere un preparatore atletico che potesse seguirmi in maniera costante e che potesse aiutarmi con la preparazione e per darmi modo di poter star bene per giocare più a lungo possibile. All’inizio dell’anno viaggiavo soltanto con mio fratello. È stata dura perdere il preparatore atletico ma abbiamo cercato da lì in poi di pensare solo a divertirci. Per esempio, qui: se le cose in doppio non dovessero andare bene, potrò andare a vedere il Grand Canyon, o dopo Miami potremo andare in vacanza alle Bahamas. Ho sempre voluto andare a visitare quella piccola isola con tante spiagge, ma dipende da come vanno le cose. Se qui dovessero andar bene, potrei comunque rimanere a godermi il cibo e continuare con gli allenamenti”.

Abbiamo impostato la partenza del video all’istante 2:18, ovvero quando Hsieh mette in mostra un punto che contiene praticamente tutto il suo repertorio: angoli stretti, smorzate e pallonetti ripetuti più volte. In uno sport abbastanza omologato, frutto delle sue evoluzioni che l’hanno portato a oggi a essere alla ricerca del limite sia nella potenza che nella velocità, il gioco di Su Wei è un unicum e i suoi colpi sembrano provenire da un’altra realtà. Ma scambi come quello seguono un copione in testa, o c’è una buona dose di improvvisazione? “Il primo obiettivo che ho è quello di rimanere nello scambio e provare a divertirmi. Alle volte ho un piano, altre volte no. Se non c’è, penso solo a piazzare la palla dove mi va in quei secondi prima che colpisca. Mi piacciono i lob, gli slice… non ho qualcosa di preferito, dipende più dal momento. Alle volte mi capita di provare a imitare le altre giocatrici e se ci riesco mi dico: “Hai visto? Lo puoi fare anche tu”. Alle volte in campo faccio veramente quello che voglio, è una grande sensazione”. In quest ultima frase c’è forse tutto il significato del “Su Wei Style”, il modo con cui lei stessa ha definito il suo gioco proprio all’Australian Open 2018 dopo la partita persa contro Kerber. Le due conferenze stampa, quel giorno, furono particolari: la tedesca ancora col fiatone, il viso pallido di chi aveva avuto due ore d’inferno e in qualche modo era stata forse graziata da qualcuno che le voleva bene; la taiwanese forse un po’ delusa, ma in quel momento molto orgogliosa e felice, reagendo così quando le venne detto che la sua avversaria aveva dichiarato che quello per lei sarebbe stato un grande anno:

Provando a chiedere una top-3 dei suoi colpi, quelli con cui vorrebbe assolutamente esaltare il pubblico e finire nei video di highlights, riportiamo qui l’intero dialogo.
“Mh, la smorzata”
“Ok, e uno”
“… La smorzata”
“Puoi scegliere qualunque colpo”
“… La smorzata di nuovo. Da ogni punto del campo, verso qualsiasi direzione. Adoro giocare le smorzate, vivo per le smorzate: voleè smorzate, smorzate da fondo campo, smorzate di dritto, smorzate di rovescio, lungolinea, diagonale…”, chiudendo poi il discorso con un sorriso: “sono tutte molto interessanti per me”.
Trovandola così divertita a quel punto bisognava sapere che cosa prova lei in campo, quando le riesce qualcosa che fa meravigliare il pubblico: “Alle volte sono momenti veramente eccitanti. Tu sei in campo e tu sai che stai per fare qualcosa di molto particolare. Sei come chiuso nella tua bolla, quasi non riesci a sentire cosa ti avviene intorno. È come te, che alle volte sei così concentrato nello scrivere articoli che ti isoli da chi ti è intorno. Alle volte è proprio così, poi di colpo senti tutto il pubblico ed è veramente bello”. Uno degli hot shot che si vedono con maggiore frequenza negli ultimi anni è il colpo da sotto le gambe, il tweener. Su Wei non sembra però intenzionata a provarci, quasi spingendosi contro il suo istinto: “L’ho allenato diverse volte, o almeno c’ho provato. Non ho mai avuto grande naturalezza nel colpirlo spalle alla rete, dunque l’ho provato sempre frontale, ma anche così non riesco a farlo da fondo campo e devo provarlo verso la metà, dove c’è la linea del servizio. A quel punto però non mi fido troppo da farlo in partita, perché non so bene come colpisco la palla e potrebbe uscire qualcosa di brutto, o anche alzarsi e permettere all’avversaria di entrare nel campo e chiudere facilmente”.

Fino allo scorso novembre il circuito femminile aveva in Agnieszka Radwanska il personaggio simbolo per i colpi a effetto. Veniva chiamata la “Maga”, la “Professora” (cit. Muguruza), “Ninja”. Punto fermo di questa particolare categoria di giocatrici che divertono e sorprendono con soluzioni particolari. Su Wei, molto sorridente mentre si parlava del gioco della polacca, ha poi raccontato che le piacerebbe essere soprannominata, o ricordata, come la “Prestigiatrice”: “Non so come dirtelo in inglese, saprei solo il termine cinese. È quella persona che ti invita a prendere una carta dal mazzo, ti chiede di ricordare il numero, e poi lui indovina l’esatta carta che hai pescato”. Ma a 33 anni quali possono essere gli obiettivi? “Nessuno in particolare, vorrei solo provare a star bene il più a lungo possibile e godermi il più a lungo possibile quello che faccio, come gli allenamenti. Gli allenamenti sono noiosissimi, ma se riesci trovare qualcosa che possa darti una mano, una carica, una motivazione… Anche un bel fiore a bordo campo, ecco. È questo che sto cercando di fare, essere felice, in salute e sorridente. Credo che così facendo le belle cose possano arrivare, e nell’ultimo periodo per me è proprio così”.

La lunga chiacchierata si è chiusa con due domande che avrebbero dovuto essere da risposta seccha, ma entrambe sono state condite da una lunga aggiunta di dettagli. Abbiamo chiesto il miglior momento della carriera in doppio, dove ricordiamo che è stata numero 1 del mondo (prima giocatrice di Taiwan a raggiungere questo traguardo) con 2 Slam vinti e un Master di fine anno. “Wimbledon 2013” ha detto, “quando abbiamo vinto il titolo rientrando nella finale da uno svantaggio di 3-5”. Poteva bastare qui, e invece: “Tutto quel torneo fu pieno di ‘drama’ per me. Ho perso al secondo turno in singolare, quel giorno ero molto triste e non mi ricordavo che dovevo giocare anche in doppio più tardi. Mi ero stesa su un divanetto nella players lounge e non mi sono mossa per lungo tempo. A un certo punto il mio cellulare ha suonato, era il mio allenatore: “Su Wei, dove sei?! Sono tutte in campo, manchi solo tu!”. Come regola abbiamo sui 10-15 minuti per essere in campo, dopo di che scatta in automatico il walk over per le avversarie. Ho cominciato a correre come una matta giù per le scale, diretta nello spogliatoio a cambiarmi, uscire dallo spogliatoio e andare verso il campo. Ce l’ho fatta per un minuto, credimi. Era il primo turno, giocai benissimo, molto meglio che in singolare, e da lì andò sempre meglio fino alla finale quando poi abbiamo recuperato e abbiamo vinto il titolo. Non può non essere speciale quando arrivi a un minuto dalla squalifica e poi vinci il torneo”. Molto meno altalenante il momento indimenticabile in singolare: “Quando ho battuto Simona Halep, sempre a Wimbledon, lo scorso anno. La mia giornata più bella. È stata la mia prima vittoria in carriera contro una numero 1 del mondo in carica, ed ero 2-5 sotto nel terzo set. L’intera situazione è stata fantastica, pelle d’oca. Impossibile da dimenticare”.