Le ‘millenials’ che vogliono diventare grandi

Era la prima giornata dell’Australian Open, sebbene si stia ancora parlando di qualificazioni, ma il clima è anche più infuocato. Si lotta per accedere ai tabelloni principali, dove il montepremi è notevolmente minore e dove nessuno (o quasi) viene a seguirti se non sei già stato qualcuno. In questa sensazione di estraneità ci vivono migliaia di mondi e storie, da chi è considerato una promessa a chi magari è sulla trentina a vuole guadagnarsi un angolo di paradiso.

L’obiettivo di queste righe è raccontare la giornata di quella generazione di giocatrici WTA che provengono dal nuovo millennio, ma che stanno compiendo passi da gigante nel bruciare le tappe, con tutti i rischi che ne corrono. Marta Kostyuk, per esempio, lo scorso anno visse un periodo di difficoltà in estate dopo alcune sconfitte che non si aspettava di ricevere, poi è arrivato un problema alla spalla, poi una caviglia girata. Il tutto ha chiuso la sua stagione senza più una vittoria nel tabellone principale del circuito maggiore dal torneo di Stoccarda, a fine aprile. O come Olga Danilovic, che dopo il successo a Mosca continua ancora ad andare a strappi. Sensazioni diverse, non un’unica soluzione per entrambe.

Rivederle oggi, dal vivo, loro che erano le maggiori osservate speciali della giornata, ha lasciato un po’ di stucco. Kostyuk, per esempio, ha confessato al sito web ufficiale del torneo di aver sentito tanta di quella pressione al momento dell’ingresso in campo che stava per scoppiare a piangere. Poco prima dell’inizio del suo match, vinto 6-3 7-5 contro Jana Cepelova, scriveva su Twitter un messaggio sibillino: una foto di lei a testa bassa e la scritta “quando sai che adesso avrai 180 punti da difendere”. Chiaro il segnale di nervosismo, e carina la risposta ai tantissimi messaggi che le sono arrivati: “Grazie di cuore, dopo tutti questi messaggi so che in ogni caso potrà andare tutto alla grande”.

A dir la verità il suo match ha lasciato molte più domande che sensazioni positive. L’ucraina ha solo accennato a qualche difficoltà fisica, ma il suo atteggiamento in campo era quantomeno particolare. Per tutta la partita non ha mai spinto con le gambe quando era il momento di servire, cominciando il movimento con la racchetta già sopra la spalla. Qualcosa che si vede nei riscaldamenti, quando serve scaldare la spalla e prendere confidenza col movimento. Sara Errani ha avuto per tanto tempo un movimento del genere, ma lei aggiungeva la spinta delle gambe, cosa che l’ucraina non ha mai fatto per tutta la partita. La sua palla non veniva rivelata dal contachilometri, eppure Cepelova non ne approfittava perché infortunata. “Sapevo fosse infortunata, non è stato facile non pensarci, alla fine non ho neppure esultato. Mi spiace per lei” ha detto la giocatrice classe 2002, che non ha mai avuto tanta concentrazione, forse distratta da questa consapevolezza: Cepelova pur spingendo colpiva molto piano, con un movimento visibilmente contratto, e Kostyuk sbagliava un po’ troppo, tanto che nel secondo set ha dovuto recuperare due volte un break di ritardo e dal 5-3 si è fatta raggiungere fino al 5-5 prima di chiudere.

Qualche passo indietro, se pensiamo alla Kostyuk scintillante dei primi mesi del 2018, ma le attenuanti obiettivamente ci possono essere. Il problema alla spalla lamentato in estate derivava da un sovraccarico di allenamento su un fastidio che già aveva: sua mamma aveva deciso di lasciare dal ruolo di allenatrice per pensare alla sorella Zorya e lei per un po’ si è allenata da sola, sbagliando probabilmente nella decisione di alcuni particolari. Al di là di tutto, per lei sarebbe importante liberarsi di questa sensazione che comunque è comprensibile. Fin dagli ultimi Slam dello scorso anno avrebbe voluto essere già nel tabellone principale ma i suoi desideri si scontravano con la realtà e se ora è a conoscenza dei tantissimi punti in uscita (a cui si aggiungeranno quelli della vittoria all’ITF di Burnie la settimana dopo lo Slam) non sta riuscendo a giocare a mente libera. Il prossimo turno è alla sua portata, contro Amandine Hesse, ma come sembra capirlo anche lei la strada è molto lunga.

Il match di giornata vedeva invece Olga Danilovic affrontare Iga Swiatek. Era il match tra due coetanee, entrambe nate nel 2001 e che si conoscono da tantissimo tempo. Se la serba lo scorso anno ha vinto il titolo WTA a Mosca, la polacca si è imposta a Wimbledon (junior) e alle Olimpiadi assieme a Kaja Juvan, altra protagonista odierna. È successo di tutto, per un 1-6 7-6(4) 7-5 che ha premiato Swiatek in un finale denso di nervi, dove purtroppo Danilovic è stata vittima di un parziale intero giocato sempre al limite.

Riavvolgiamo tutto: il primo set della serba è stato grandioso, con un livello di tennis che era molto vicino a quello della finale di Mosca, dove il timing sulla risposta era una chiave per mettere sempre sotto pressione una Swiatek molto contratta, un po’ vittima e un po’ tesa per l’esordio assoluto in uno Slam. Nel secondo set Iga ha cominciato a lavorare meglio lo scambio, cominciando un braccio di ferro che stava risolvendo a proprio favore portandosi 5-3. Malgrado il controbreak, ha impressionato oggi la solidità della polacca, accompagnata da un ottimo servizio sui 180 chilometri orari. Danilovic, che ha portato la sfida al tie-break, è scivolata sotto 0-5 e nel tentativo di rientro ha subito un ottimo passante, da inginocchiata, dell’avversaria che è valso 4 set point. Al secondo, il terzo totale, il punto del 7-4 che portava la sfida al terzo.

Qui il primo momento delicato. La serba ha chiesto l’intervento del coach (nelle qualificazioni è concesso che giocatori e allenatori si parlino a bordo campo) e dopo aver urlato qualcosa in serbo ha cominciato a piangere a dirotto coprendosi il volto con l’asciugamano. Il proprio allenatore a malapena le parlava. L’inizio del set decisivo l’ha vista spegnersi, finire sotto 1-4, ma cominciare a ritrovarsi appena in tempo. Sul 2-5 ha tenuto un bel turno di battuta per poi mettere (finalmente) pressione in risposta e sul 30-30 due risposte le hanno dato il controbreak, celebrato con un urlo potentissimo tra lei e il proprio team. In un battito di ciglia chiudeva un delicato decimo game e si lanciava all’assalto. Sul 5-5 15-30 Swiatek serviva un bell’ace a uscire, cominciando anche lei a farsi sentire, mentre sul 30-30 si è difesa bene prima che l’avversaria mancasse un dritto facendolo affossare sotto al nastro; sulla palla del 6-5 un doppio fallo, mentre in quello successivo subiva l’aggressività dell’avversaria concedendo palla break, salvata però con un nuovo buonissimo servizio, stavolta centrale. Sul punteggio di parità, Danilovic ha rotto le corde in risposta e nel punto successivo ancora col servizio Swiatek ha chiuso un pesantissimo game.

Olga, chiamata a quel punto a portare la partita al super tie-break, è crollata. Perso il primo punto era già con lo sguardo verso il proprio angolo, urlando qualcosa e mostrando un volto tiratissimo. Swiatek, solidissima, si portava subito 0-30 e creava un tranello a cui la serba ha abboccato in pieno per salire 0-40. Sull’ultimo punto, ha di nuovo chiamato l’errore gratuito della sua avversaria, che dopo aver visto la propria palla fermarsi sul nastro ha dato sfogo a tutta la tensione in un lungo pianto. È corsa fuori velocemente dal campo cercando la mamma che l’abbracciava mentre lei, inconsolabile, non riusciva a calmarsi.

Parlando poi con un giornalista polacco, è venuto fuori come Swiatek abbia rivelato che non fosse neanche particolarmente contenta della propria prestazione, tanto insoddisfatta per un primo set dove si è lasciata prendere dall’emozione dell’esordio. “Vuole essere top-50 entro fine 2019, certi cali non se li può accettare” diceva il giornalista. In Polonia ora sono tutti per lei: dopo il ritiro di Agnieszka Radwanska c’è voglia di riavere un piccolo gioiello e stanno tutti sostenendo la crescita di questa ragazzina che la scorsa estate, dopo il titolo a Londra, è volata in patria per dare il simbolico calcio d’inizio alla sfida del “suo” Legia Varsavia. Non è neanche altissima, ma l’esecuzione perfetta del servizio la porta già a velocità considerevoli. Ma soprattuto ha fatto effetto vedere quella solidità malgrado dall’altra parte del campo a un certo punto ci fosse un uragano. Danilovic sta facendo fatica a sbloccarsi dopo il successo a Mosca: il talento c’è, ma fa storcere un po’ il naso questo suo vivere in maniera così forte una partita. Era capitato anche a Brisbane, in un doppio con l’amica Anastasia Potapova, di vederla agitarsi anche solo dopo un let a sfavore. Ha un carattere molto forte, ma servirebbe forse un freno a questo fiume di emozioni che inevitabilmente finisce per condizionarla. C’è tutto il tempo per lavorarci, in ogni caso.

Xiyu Wang, anche lei classe 2001, ha cominciato con un netto e sorprendente 6-3 6-2 ai danni di Claire Liu. La cinese, che non giocava nel circuito maggiore da quella sfida a Wuhan persa contro Daria Kasatkina mancando 4 match point, ha messo in piedi una prestazione di grande livello contro la statunitense, classe 2000. Mancina, piuttosto alta, ha sfruttato la sua chela mancina ma soprattutto ha colpito dritti di grande spessore e robustezza, facendo più volte indietreggiare l’avversaria. Il suo coach era contentissimo, un po’ meno (ma più che soddisfatto) quello di Juvan. La slovena, vincitrice lo scorso anno dell’oro olimpico a livello junior in singolare, ha battuto in rimonta una ormai veterana come Yanina Wickmayer 4-6 6-4 7-5. “Poteva giocare molto meglio, oggi era piuttosto nervosa” ha detto l’allenatore, e quando gli è stato fatto notare che con molti dritti era stata in grado di aprirsi più che bene il campo, ha aggiunto: “Sì ma salta ancora troppo nel momento del colpo”. Non è altissima, e ancora abbastanza leggera da un punto di vista fisico. Effettivamente ogni tanto le scappava il saltello per impattare provando a imprimere più forza, ma a livello mentale ha fatto una bella impresa: avanti 3-1 nel set decisivo si è fatta riprendere e superare ma dal 3-5 ha vinto 4 game tutti ai vantaggi. Sul 5-3 Wickmayer ha servito per il match, ma non ha avuto chance vere per chiuderlo. Da lì Juvan, vincitrice dell’Orange Bowl nel dicembre 2016, ha cominciato a non sbagliare più, giocando più d’astuzia e complicando le cose a una belga che era sempre meno continua. Alla fine, l’ennesimo errore di Wickmayer ha consegnato il match a una slovena che non stava più nella pelle, lasciando la racchetta cadere a terra ed esultando con grande gioia.