Vita da comprimari: da Anderson a Cilic una stagione all’ombra degli slammer

Se proprio non si riesce ad avere nuovi vincitori di Slam il 2018 almeno ha avuto finalisti insoliti: uno completamente nuovo, uno che sembrava essersi abituato e un altro che non si pensava potesse più tornarci. E Anderson. Ma invece che trovare lo slancio per una stagione, o porzione di essa, da protagonisti, i quattro si sono accontentati di racimolare i punti per andare alla Finals, senza davvero mai proporsi come alternativa agli slammer.

Paradossalmente l’alternativa più credibile a fine anno è sembrato proprio quello che negli slam ha faticato enormemente, Alexander Zverev. Gli altri, i finalisti, per un motivo o per l’altro, non sembra che nel 2019 possano davvero modificare le gerarchie e chissà
se saranno in grado almeno di ripetere quanto fatto nel 2018.
Marian Cilic sembrava finalmente aver trovato la giusta dimensione. Da sempre considerato talentuoso il croato passerà alla storia per quell’incredibile US Open del 2014, quando improvvisamente tutti i suoi colpi atterrarono nei pressi delle linee di fondo rendendo impossibile a chiunque non soltanto vincere ma persino fare partita. Cilic è stato
anche bravo a cominciare da quel momento una seconda parte di carriera
di livello senz’altro più consistente, visto che Marian è ormai stabilmente dalle parti della top5 ma mai è sembrato davvero in grado di ripetersi. Ed è difficile non considerare il 2018 una delusione, visto che Cilic ha sì raggiunto la finale di Melbourne ma – lasciando da parte l’incredibile rovescio di Wimbledon, dove ha fatto una specie di impresa al contrario facendosi battere al secondo turno dall’argentino Pella – al Roland Garros non è andato al di là di un
dignitoso quarto di finale, e allo US Open, sempre ai quarti, ha lasciato che Nishikori si prendesse la sua rivincita della finale 2014 senza dare mai l’impressione di avere la possibilità di indirizzare la partita nelle sue mani. Se si aggiunge che nei “1000” è tornato a soffrire in maniera finanche eccessiva Nadal e Djokovic e che dopo Melbourne l’unica finale raggiunta è stata quella del Queen’s, ecco che abbiamo il perfetto profilo di un comprimario. Di lusso certo, ma comprimario e non sarà certo la Coppa Davis vinta contro quello che restava della Francia a modificare il giudizio.

Discorso un po’ diverso e pieno di attenuanti quello da fare per Juan Martin del Potro. L’argentino chiuderà la carriera senza che gli osservatori si metteranno d’accordo sul suo reale valore. A chi mostrerà grande entusiasmo per quel terribile dritto in grado di sconquassare i big four quando erano veramente big si contrapporranno i fredddi numeri, se è vero che solo nell’anno dei trenta del Potro è riuscito a vincere finalmente un Masters 1000 e a raggiungere la sua seconda finale slam, nove anni dopo la prima. Ma ogni volta che si
accenna a Palito l’asterisco è quasi d’obbligo, visto che il gigante di Tandil ha il gomito, e adesso pure il ginocchio, d’argilla cosa che non gli consente di giocare un’intera stagione. Il suo scorcio d’anno, fino a New Yory, è stato come al solito: entusiasmente e perdente, visto che del Potro a Parigi e a Wimbledon ha ceduto il passo a Nadal, anche se, come superficie di gioco vuole, in modo diverso. Del Potro ha vinto Indian Wells per gentile concessione di Federer, uno a cui l’argentino dovrebbe fare un regalo grosso come una casa a fine carriera, capace di gettare al vento tre match point sul proprio servizio con l’altro che pensava a cosa dire durante la premiazione, e poi dopo, sullo slancio, aver conquistato e perso senza lottare la semi di Miami, nei “1000” è sparito. A Madrid l’ha battuto Lajovic, a Roma contro Goffin si è ritirato e poi il belga l’ha battuto a Cincinnati, mentre a Shanghai, Coric a secondo turno non ha avuto grandi problemi a superarlo. Anche per lui il 2019 non sembra poter essere diverso dal resto della sua carriera: qualche incontro folgorante, qualche piazzamento di prestigio, lunghe interruzioni per mettere a posto il fisico. L’identikit di un comprimario, attenuante o
non attenuante.

Ma il re dei comprimari, quello capace di recitare il suo ruolo fino in fondo solo per mettere in risalto la grande classe del protagonista, non può essere che Kevin Anderson, sgraziato sudafricano che sarà probabilmente accusato di blasfemia e condannato a marcire
tra le fiamme dell’inferno per aver buttato fuori dio, o in ogni caso un parente, dal suo paradiso. Ancora più della scialba finale raggiunta a Wimbledon e della semifinale che ha convinto gli organizzatori dell’All Tennis eccetera a smetterla con questi long set che in effetti un po’ avevano cominciato ad annoiare, nella memoria di tutti rimarra la grande rimonta dei quarti di finale cotnro Roger Federer. Anche in questo caso lo svizzero non è certo stato
implacabile ma Anderson ha meritato quel risultato non foss’altro per la dedizione che continua a mettere nel tentativo di migliorarsi. Il sudafricano, a differenza ad esempio di Isner, non è servizio e qualche sporadico dritto, ma è diventato estremamente solido dal fondo, e non è raro vederlo uscire vincitore da lunghi scambi anche contro gente come Nishikori, costretto all’impotenza sia nella finale di Vienna che nel Round Robin delle Finals. Naturalmente questo non basta a ritagliarsi un ruolo da protagonista, tant’è che a differenza
dei primi due i suoi risultati sono complessivamente migliori ma senza nessun tipo di acuto: quarti a Indian Wells, Miami e Shanghai; semi a Marid e Toronto e chiusa lì. A ben vedere rimane un ruolino di marcia migliore di quello di Cilic ma negli slam, eccetto Wimbledon, Anderson ha raccattato davvero troppo poco.

Invece su Dominic Thiem è giusto nutrire ancora qualche speranza. Ancora più della finale di Parigi, dove l’austriaco ha alternato prestazioni di straordinario livello come contro Nishikori e Zverev, a compitini mal eseguiti come contro Cecchinato e Nadal, negli occhi di tutti rimarrà il quarto di finale di New York, anche se lo smash che ha conseganto allo spagnolo la semifinale sembra certificarne l’incapacità di poter reclamare un ruolo da protagonista. Ma il tennis di Thiem, seppure dispendiosissimo è talmente bello che sarebbe un vero peccato che restasse confinato a ruoli secondari. Quest’anno è andata così, cioè maluccio, ma a differenza deglia ltri tre finalisti slam, tutti ormai oltre la trentina, Thiem è ancora giovane. Melbourne
ci dirà cosa vuol fare in quel film chiamato tennis.