Panatta&Azzolini, c’è tanta vita attorno al tennis

Ci sono libri che si leggono tutti d’un fiato e altri che vanno centellinati, presi a piccole dosi, chiusi e riaperti. E se i primi catturano il lettore fino al loro, più o meno naturale, epilogo sono i secondi quelli che hanno una vita più lunga, che non ci si decide a riporre negli scaffali, e che alla fine è più difficile dimenticare. Appartiene al secondo gruppo il libro di Adriano Panatta e – più che con – soprattutto, Daniele Azzolini (Il Tennis è Musica, Sperling & Kupfer, Milano 2018, 291 pp, 17,90 €, e-pub 9,90 €) che copre cinquant’anni di tennis, mischiando tennis e costume in agili e dotte schede che, quelle sì, si leggono tutte d’un fiato.

Il libro è strutturato in cinquantuno mini racconti, uno per ogni anno a partire dal 1968,  con il focus su un aspetto dal quale si dipanano divagazioni, ricordi, impressioni sul mondo. Sin dall’inizio “il diciottenne in un tennis che cambia” il cambiamento lo vive poco, limitandosi a raccontarlo, da un punto di vista neanche troppo privilegiato, visto che naturalmente il ragazzo di allora ha altro per la testa che la guerra  dei promoter e di questi contro i vari tornei dello slam. Quindi, nonostante il tema del racconto occupi molto spazio, sono gli aneddoti, e le tante divagazioni tennisticamente – e non solo – dotte e stilisticamente brillanti a rimanere. Come nel caso di Van Alen, che al lettore resterà impresso più che la storia del tiebreak, lui o i suoi soldi; o di Newcombe che è un’occasione anche per parlare delle abitudini degli italiani, chissà se attraverso gli occhi di un australiano o degli autori; o ancora di Nastase, seguito e immaginato nel suo peregrinare negli slums di Bucarest per cercare di diventare sindaco che negli Slam. L’elenco sarebbe lungo, Borg che andando via da Palermo si imbatte nell’omicidio del giudice Terranova e di Lenin Mancuso, Philippousis premio per una sfida tra donne, gli elicotteri sulla Graf, e tanto altro.

Via via che gli anni passano si sente come uno degli autori, Panatta ovviamente, si allontana dal testo, e non solo per la quasi scomparsa della prima persona, che è necessariamente costretta a spostarsi di lato, ma anche perché emerge con evidenza ancora maggiore l’eleganza del cronista, che scrive e racconta più che il tennis il mondo che lo avvolge. Quello che i racconti perdono in suggestione lo acquistano in affilata cronaca, in riferimenti storici via via più precisi, come detto in stile.

Non ci sono sorprese sconvolgenti, anzi il Panatta sapientemente guidato da Azzolini ci riconduce agli anni gloriosi del primo professionismo confortando le nostre memorie, e i racconti scorrono senza pagare troppo dazio agli inevitabili intermezzi tecnici, fatti di risultati di tornei e catalogazioni di record. Ma seppur dedicato agli appassionati anche chi ha un approccio meno totalizzante con “lo sport del diavolo” non potrà che apprezzare il riepilogo degli anni ’70 visto dal tennis e trepidare e commuoversi per la vicenda di Martina Navratilova o di Thomas Muster.

Se la parte contemporanea del testo, l’era Federer per capirci, tocca meno le corde emotive chissà se dipende dalla nostra memoria ha l’abitudine di provare nostalgia per cose che ha soltanto immaginato ancor più che per cose che ha vissuto o se i giorni nostri sono realmente privi di quell’aura che pare avvolgere tutta la giovinezza dei due autori, che prima vivevano e adesso raccontano. Sarà il lettore del 2050, quando lo troverà magari non più in una vecchia libreria ma in file dimenticato a stabilire se i giorni nostri sono davvero così poveri di pathos.