L’anno che sta passando: uno spiraglio di luce in fondo al tunnel, Khachanov e Zverev

L’anno che è passato: gennaio e febbraio sotto il segno di Federer
L’anno che è passato: tra marzo e aprile la fine (apparente) dei fab four
L’anno che sta passando: la solita primavera di Rafael Nadal
L’anno che sta passando: la resurrezione di Djokovic

Se la resurrezione di Djokovic completava una sorta di ciclo quaresimale della santissima trinità tennistica chi elemosinava una qualche novità per non far apparire sempre uguale il tennis della fine degli anni ’10 si disperava in silenzio maledicendo le incertezze di Kyrgios, l’immaturità di Zverev, l’età troppo giovane di Tsitsipas e Shapovalov. E non erano certo i rimasugli di “250” e “500” con vincitori tanto improbabili quanto inattesi a colmare una certa sensazione di tempo sospeso che ormai da un paio d’anni aleggia sul tennis internazionale. Basilashvili, Medvedev, addirittura Tomic, tra onesti mestieranti e gente che fu promettente il tennis si trascinava stancamente verso le finals, con Djokovic che tornava giusto il tempo per annettersi il penultimo “1000” di stagione, quello di Shanghai. Nadal nel frattempo spariva, collezionando una specie di record, visto che chiuderà il 2018 partecipando a soli tre tornei sul cemento, vincendone uno e ritirandosi negli altri due; e Federer tornava a Basilea vincendo un torneo orrendo, in cui riusciva a perdere più servizi che nel resto della sua carriera passata nel torneo di casa. Mentre la Davis giocava le sue ultime carte facendo piangere di nostalgia gente che tutto avrebbe fatto nella vita tranne che vedere 4 ore di Mathieu contro Pospisil e Fognini raggiungeva finali ovunque non ci fosse qualche top10 a infastidirlo, stancamente a Parigi, a due passi dalla stazione dei pulman di Bercy, cominciava quello che tradizionalmente è il torneo meno interessante dell’anno, visto che i big hanno la testa alle Finals e gli altri alle meritate vacanze.

C’era da stabilire l’ultimo qualificato alle Finals, ma considerato gli acciacchi di del Potro e la voglia di Nadal era abbastanza chiaro che sia Nishikori che Isner alla fine a Londra ci sarebbero andati. Risultato sorprendente per entrambi, visto che Isner non c’era mai riuscito prima e l’esordio tra i primi 8 a quasi 34 anni non è proprio frequente; e visto che Nishikori aveva iniziato l’anno perdendo nel challenger di Newport contro tal Novikov. Ad ogni modo tutto era pronto per  assistere alla semifinale tra Federer e Djokovic e i due non mancheranno l’appuntamento. Federer liquidando Fognini e Nishikori senza quasi accorgersene, Djokovic rischiando contro il solito Cilic, che è troppo generoso per approfittare di un vantaggio di un break al terzo. Sorprendentemente i due davano vita ad un match di grandissima tensione agonistica, anche se tecnicamente i tempi belli son passati per entrambi, e Djokovic prevaleva al tiebreak del terzo set, forse pensando che il torneo fosse finito lì. Ma invece, mentre nella parte bassa del tabellone si replicava il solito film, in quella alta ogni partita era un mistero. C’era Zverev, che aveva la testa di serie più alta e che liquidava senza problemi sia Tiafoe che Schwartzman; c’erea Thiem, che ogni tanto sembra finalmente un giocatore solido e che correva pochi rischi con Simon, Coric e Sock; e c’era Khachanov, che strappava il servizio a Isner nel primo game del match, mancava cinque match point, ne annullava due e finalmente approdava al cospetto di Zverev. Tedesco favorito e partita equilibrata no? Come no, il russo ci metteva un’ora e otto minuti per chiudere la questione, lasciano appena tre game ad uno Zverev sempre più indecifrabile. Sullo slancio il giovane Karen trattava Thiem più o meno allo stesso modo e si presentava al cospetto di Djokovic con il suo torneo già vinto. Così si credeva, e forse ko credeva anche Djokovic, che però pure lui ha ormai più di 31 anni e forse più di tre ore di un match non li recupera facilmente. Il vecchio nuovo numero 1 del mondo perde onorevolmente ma senza mai dare l’impressione di poter davvero fare partita pari con uno che tatticamente non è Wilander ma che che è sicuramente più fresco, facendo preferire una volta di più l’asino giovane e vivo al vecchi medico quasi morto.

Una settimana per ricaricare le pile ed eccoci a Londra, nello scenario che piace definire futuristico, forse per le luci basse e i riflettori, o forse per il buffet gratuito agli inviati, sta di fatto che Federer perde un altro orribile incontro contro Nishikori, che sembrava passare di lì per caso, tant’è che metterà insieme un solo game contro Anderson. Il sudafricano arriva addirittura ad avere la possibilità di estromettere lo svizzero che però anche a 50 anni anni perderà queste partite solo se i suoi bioritmi sono poco allineati con i pianeti o chissà che diavoleria. Insomma, come al solito Federer in semifinale, insieme ad Anderson. Dall’altra parte Djokovic gioca male e vince facile, Zverev gioca bene e perde il confronto diretto col serbo ma riesce ad arrivare in semi anche lui. Contro Federer il tedesco fatica in risposta, ma mai quanto lo svizzero, e la contesa viene chiusa forse da un raccattapalle che nel punto decisivo del tiebreak si lascia scappare una pallina su uno scambio che probabilmente avrebbe dato il minibreak a Federer. Ma oltre che al povero ragazzetto, lo svizzero farebbe bene a prendersela anche con la sua volée, orribile sul punto decisivo che regala al tedesco la sua prima finale di un torneo che vale più di un “1000”. Forse.

Djokovic neanche suda contro Anderson ed ecco che tanto per cambiare (succede una volta sì e una volta no) in finale si ripete un match del Round Robin. Djokovic fa il Djokovic di questi tempi cioè gioca cercando di non esagerare ma stavolta Zverev non perde la pazienza, si ricorda che in fondo è più di dieci anni più giovane e che insomma sti scambi lunghi non è detto che li debba perdere per forza. Gliel’abbia detto o meno Lendl non è dato a sapere, del resto Murray l’aveva detto che il ceco “è molto fortunato”, ma il risultato è quello tutto sommato “naturale”, cioè con il giovane rampante che supera il vecchio campione.

Il tennis di questi ultimi anni è stato così anomalo da far sembrare strana una cosa normale, il declino dei vecchi fuoriclasse in concomitanza della crescita dei nuovi campioni. Il 2017 e il 2018 gli slam sono stati tutti della santissima trinità e se anche si aspetta il ritorno di Murray, siamo quasi pronti a scommettere che il 2019 sarà diversa. E pazienza se perderemo.