L’anno che sta passando: la resurrezione di Djokovic

LEGGI LE ALTRE PUNTATE

L’anno che è passato: gennaio e febbraio sotto il segno di Federer
L’anno che è passato: tra marzo e aprile la fine (apparente) dei fab four
L’anno che sta passando: la solita primavera di Rafael Nadal

Non sono nemmeno le 20,30 di un normale martedì di quarti di finale del Roland Garros quando Marco Cecchinato completa la sua settimana da Dio e con una risposta di rovescio colpita chissà come regala al tennis  (maschile) italiano la prima semifinale Slam dopo un tempo infinito. Dall’altra parte della rete c’è Novak Djokovic, che una volta fu RoboNole e che da circa un anno sta vivendo una sua personale parabola molto anni ’70, alla ricerca di qualcosa che i rozzi commentatori di cose tennistiche non mancano di sottolineare con volgare sarcasmo e strizzatine d’occhio. Djokovic sembra ormai abituato al suo nuovo ruolo da comprimario, del resto le sconfitte si sono moltiplicate non vince un torneo da Eastbourne, cioè quasi un anno, e da allora solo a Roma era arrivato in semifinale, per essere sconfitto da Nadal. Ma almeno era Nadal, perché dal rientro dopo la lunga pausa post-Wimbledon il serbo era riuscito nella non invidiabile impresa di perdere contro contro Chung, Daniel, Paire, Thiem, Klizan, Edmund. Brava gente, ci mancherebbe, ma Thiem a parte giocatori lontani anni luce da Djokovic. Naturalmente non eravamo i soli ad assistere sgomenti al declino di un tiranno, e quello più consapevole di tutti era proprio Nole, che a quel punto ha cominciato a pensare seriamente all’ipotesi di lasciar perdere tutto e andare a cercare se stesso lontano dai campi da tennis.

Djokovic si presenta al Queen’s più per vedere l’effetto che fa che per prepararsi a Wimbledon, e del resto le volte che l’aveva vinto non aveva certo avuto bisogno di testarsi, così è stato sorprendente vederlo superare con buona disinvoltura prima Millman, e vabbè, e poi l’ineffabile Dimitrov, capace di strappargli appena cinque game. Un discreto tabellone ha fatto il resto, trascinando Djokovic fino al cospetto di Cilic, che nel frattempo aveva avuto un tabellone complicato dal quale era uscito con notevole autorevolezza. La finale la vince Cilic ma Djokovic va avanti di un set e riesce pure ad avere un match point prima di cedere al terzo. Per quanto perdere sull’erba con Cilic non sia uno scandalo non è certo da questo match che Djokovic tirò fuori la convinzione per riuscire a combinare quello che verrà dopo. Però almeno il serbo si convinse che valeva ancora la pena provare e si presentò a Wimbledon quanto meno con una diversa concentrazione. Chissà se scattò qualcosa o se semplicemente passo dopo passo Djokovic riuscì a trovare la voglia di stare almeno sul pezzo, fatto sta che dopo aver disposto agevolmente di Sandgren e Zeballos sembrava che Edmund – che l’aveva battuto sulla terra di Madrid – potesse essere un test troppo impegnativo per uno con la testa piena di dubbi. Edmund in effetti riuscì a vincere il primo set ma, complice forse qualche problema fisico si sciolse negli altri tre. Djokovic vinse bene anche contro un Khachanov che sull’erba faticherà ancora a lungo e quasi inaspettatamente si ritrovò nei quarti di finale contro Nishikori invece che Kyrgios. Il giapponese sta ancora pagando la semifinale del 2014 e ha in genere l’atteggiamento di uno che sta provando a capire se si farà male prima della fine del match e nonostate la vittoria del secondo set non ha dato troppo fastidio ad un Djkovic che via via aumentava la propria convinzione. A questo punto il match contro Nadal era più che un spartiacque, e Djokovic l’affrontava nelle condizioni migliori possibili. Nadal non arrivava in semifinale dal 2011 e negli anni nel Centre Court aveva concesso gloria a chiunque, ed era arrivato in semifinale dopo una terrribile battaglia contro del Potro. Se non proprio da favorito Djokovic cominciava il match sapendo che sarebbe stata più semplice contro Rafa che contro Cecchinato a Parigi, doveva “solo” mettere nel conto di stare a lungo in campo. E poi, uscito Federer dal torneo, a quel punto era facile capire che chi vinceva quel match avrebbe vinto il torneo. Djokovic e Nadal giocarono per due giorni una partita di intensità simile a quelle dei bei tempi, anche se se l’occhio incontentabile dell’esperto si sarebbe scandalizzato a vedere uscire di parecchi centimetri passanti che un tempo erano chirurgici o sparaccchiare rovesci lungolinea larghissimi. Ma gli errori si bilanciavano e il risultato era che la partita si allungava senza finire mai. Quando l’ultimo errore di Rafa ha consegnato finale, e rinascita, a Novak Djokovic forse tutto si era già compiuto nella testa di Djokovic, con i propositi di abbandono cacciati via e con una finale, sin troppo facile da vincere.

Dire però che fosse tornato l’implacabile dominatore che faceva cadere ogni colpo nei paraggi dell’ultimo millimetro di campo è francamente troppo. Come e più di Federer e Nadal, Djokovic prendeva atto della concorrenza troppo debole di questi anni ’10 stanno finendo, tant’è che al rientro in Canada, uno Tsitsipas ispirato lo supera nonostante gli innumerevoli tremori. Ma Djokovic ha capito che basta sedersi sulla riva del fiume e i cadaveri passeranno, eccome se passeranno. A Cincinnati chiude il Golden 1000 o come diavolo hanno deciso di chiamarlo, vincendo l’ultimo Masters che gli rimaneva maramaldeggiando su un orribile Federer e dopo che tutti quanti, improbabili che fossero, gli avevano strappato set e rischiato di vincere la partita. A New York la vera impresa è quella di riuscire a perdere un set contro Sandgren poi deve solo raccogliere col cucchiaino quello che resta degli avversari che hanno il turno precedente gli avevano tolto di mezzo il rivale pericoloso e a quel punto, fatta pace con i suoi tremori sullo slancio Djokovic vinceva anche a Shanghai. Era tornato RoboNole? No, l’abbiamo già detto, la concorrenza è quella che è. Ma Novak Djokovic, quello sì, è risorto.