Giù il sipario?

Otto giorni.

È quanto manca all’inizio della nuova stagione tennistica. Un’altra off season alle porte e sono pronte le nostre tazze di orrido Nescafé a scaldare e svegliare le notti australiane, mentre un accecante sole abbaglia gli schermi nel freddo Gennaio che attende l’Europa.
È ormai una prassi consolidata, quelle abitudini così necessarie, quei riti di cui un essere umano appassionato ha bisogno.
Le abitudini ci parlano anche di tre mostri sacri che campeggiano quei luoghi e molti altri da ormai più di un decennio e che sembrano non voler mollare la presa, complici anche la tardiva “crescita” tennistica dei giovincelli, un buco generazionale e l’assoluta professionalità di Federer, Nadal e Djokovic, che gli ha permesso di stare a questo livello per un tempo più lungo di quanto si potesse pensare.

E quante volte li abbiamo, uno dopo l’altro, dati per finiti, andati, tramontati, tramortiti, eclissati? Ogni volta ci siamo cosparsi il capo di cenere, per ognuno di loro.

Il più “vecchio” è Roger, 37 anni compiuti lo scorso Agosto e qualche acciacco di troppo e perdita di intensità in una stagione che lo ha comunque visto trionfare proprio a Melbourne, dove tra non molto dovrà iniziare una difficilissima difesa del titolo; Rafa ha vinto l’ennesimo Roland Garros e lasciato davvero le briciole sull’amata terra, oltre ad esser tornato in semifinale a Wimbledon, lontana ormai da troppi anni: i ritiri però sono stati tantissimi e tutti sui campi in cemento. La vera rinascita è stata quella di Novak Djokovic, che visti i primi sei mesi probabilmente nessuno si aspettava; dopo le magre figure contro avversari che non vedevano l’ora di azzannare una facile preda, grazie a Vajda e a una ritrovata condizione fisica ha rivinto due Major ed è tornato numero uno del mondo: il finale di stagione però lo ha visto arrendersi due volte in finale a due forze fresche promettenti come Khachanov e Zverev e in due occasioni parecchio importanti.

Questa pare essere l’indicazione più significativa per l’ anno che verrà (cit.) e che forse segnerà la fine di un’Era: probabilmente non tutti (o addirittura nessuno) si ritireranno, sicuramente riusciranno ancora a compiere exploit a cui siamo ben abituati e, diciamoci la verità, riusciamo davvero a pensare a un torneo dello Slam vinto da qualcun altro, ormai? Specie da uno della Next Gen? Il 2019 però potrebbe essere quella stagione. Quella delle svolte, quella che convince a pensare di abbandonare, a vedersi spesso battuti dalle nuove leve fin qui quasi sempre umiliati.

Potrebbe, chissà. C’è chi se lo augura, chi è troppo affezionato ai riti, le abitudini, chi ha bisogno di certezze e vuole rafforzare il mito coltivato in tutti questi anni; mito che comunque sarà difficile da eguagliare, vista la quantità, la qualità, la longevità.

L’amore che strappa i capelli è perduto ormai, non resta che qualche svogliata carezza e un po’ di tenerezza.

 

Che poi, il tempo della tenerezza è più che necessario.