Zverev, hai la “sindrome di Berdych”?

Non bastano i potenti colpi da fondo, non bastano i Master 1000 conquistati su due superfici diverse, non basta nemmeno Ivan Lendl seduto al suo angolo che lo squadra, imperturbabile. Alexander Zverev ha un problema, anzi ne ha ben quattro e ciascuno risponde al nome di uno Slam. Volendo togliere dalla lista il solo Roland Garros, occasione in cui è stato sconfitto da Dominic Thiem ai quarti di finale, le altre tre uscite del tedesco sono state dei rumorosissimi tonfi, non essendo mai andato oltre il terzo turno. Hyeon Chung, Ernests Gulbis e Philipp Kohlschreiber gli hanno messo i bastoni fra le ruote rispettivamente a Melbourne, Londra e New York. Eliminazioni dure soprattutto le prime due per il modo in cui sono arrivate e  per l’inquietante somiglianza. Sconfitte al quinto set, con il tedesco che sopra due set a uno perde la bussola fisicamente e mentalmente ed incassa il 6-3 6-0 finale. Entrambe le volte.

“Welcome to the team Ivan Lendl” 

È il 22 agosto quando Sascha Zverev utilizza testuali parole su Instagram per annunciare l’inizio della collaborazione con Ivan Lendl, il “super-coach” che diede una svolta alla carriera di Andy Murray. La curiosità è tanta, soprattutto per la grande attenzione che solitamente il cecoslovacco dedica all’aspetto  mentale del tennis. Nelle precedenti sconfitte slam, il tedesco non era mai sembrato perfettamente concentrato, anzi aveva patito gli effetti del nervosismo nei momenti clou, oltre che un evidente calo fisico. È la testa che però dice al corpo di essere stanco, che gli permette di avvertire la fatica come sopportabile o intollerabile. Lendl si prefigura quindi come una scelta azzeccata per la grossa mano che può offrire su questo versante, anche se i caratteri troppo taciturni dei due potrebbero rivelarsi un’arma a doppio taglio. È vero che i risultati di un cambio di coach si vedono dopo qualche tempo, ma lo stimolo dato da un cambio così importante, radicale, si suppone debba dare se non un effetto reale, almeno un soddisfacente effetto placebo. Ragionevole pensare cosi, ma ecco che arriva New York.

Tre su cinque è un altro sport.

Sembra quasi un’esagerazione, una frase buttata un po’ lì per provocare, sfidare, eppure è la verità. Se così non fosse, sarebbe impossibile spiegare i risultati del tedeschino (anche se di un metro e novantotto) quando il massimo dei set giocabili diventa tre e i punti per la vittoria finale mille. Semifinale a Monte-Carlo, finale a Miami e Roma, vittoria a Madrid e a Washington (ATP 500). C’è stata di tanto in tanto qualche brusca fermata al primo turno, ma nel complesso nulla che la giovane età non sia in grado di giustificare. Ma come si può trovare una scusante per questi continui e reiterati fallimenti per un giocatore così promettente e potenzialmente devastante come lui? Questi US Open ci hanno consegnato Zverev come quarta testa di serie, uno di quelli che dovrebbe instillare timore negli avversari meno quotati ancora prima di provare i servizi al riscaldamento. Zverev però non incute questo tipo di paura, anzi sembra lui ad esserne preda, un altissimo ragazzone che vaga per il campo chiedendo il falco sulla palla dell’avversario, dopo aver giocato il dritto ed essersi fermato a vedere se sia entrato. Philipp Kohlschreiber d’altro canto, con il suo meraviglioso rovescio ad una mano e la sua consolidata abitudine ad incarnare “lo splendido perdente”, non ha motivo di sentire la tensione, essendo indubbiamente l’underdog della serata.

Zverev, per usare un eufemismo, non gioca un buon primo set, ma la differenza di caratura è tale che riesce comunque a mettere la testa avanti. Poi il match si fa ancora più brutto, con il più giovane dei due che perde regolarmente il campo col dritto e deposita in rete semplici rovesci che dovrebbero essere il suo asso nella manica. E le volée. Il numero quattro (oggi cinque) del mondo non ha idea di come approcciarsi a questo colpo, ad eccezione di qualche caso isolato dovuto maggiormente all’istinto. La sensazione è che Zverev non sappia proprio come la pallina uscirà dalla racchetta dopo un colpo di volo e tale sfiducia viene sempre avvertita dall’altra parte della rete concretamente, quasi come una presenza fisica. Sascha perde tre set di fila contro un combattivo Kohlschreiber, che senza troppo rumore, si farà da parte al turno successivo contro Kei Nishikori.

Zverev è giovane, ma la sindrome di Berdych è dietro l’angolo.

La difficoltà nel compiere il definitivo salto di qualità che gli permetta di giocarsela negli slam coi più forti è una malattia e come tale può cronicizzare. Il più plateale esempio di questa condizione è rappresentato da Tomas Berdych, grande promessa del tennis in gioventù ma che poi non ha mai compiuto quel passo finale per avvicinarsi ai quattro sopra di lui (cinque, considerando anche David Ferrer che lo batteva sempre). Ivan Lendl dovrà impegnarsi duramente per evitare che questo accada, che il tedesco si perda tra i suoi dubbi e resti vincolato alle sue incertezze.  E dovrà insegnargli le volée, anche se per un fondista come lui potrebbe non essere una priorità.  Una cosa alla volta.