Nick Kyrgios, l’eccezione alla regola che Zverev non sa cambiare

Quando Nick Kyrgios negli scorsi anni ha permesso che parlassero di se stesso – a ragione – come di un folle maleducato, in tanti hanno pensato a una versione più illustre di Daniel Koëllerer, l’austriaco radiato dopo le innumerevoli vergognose scene su campi da tennis di tutto il mondo.

Al di là di questa evidente iperbole lo scetticismo verso l’australiano era – ed è ancora – soprattutto fondato sulla sua dubbia voglia di giocare al tennis: perché Kyrgios ha uno dei ‘difetti’ più pericolosi nel mondo dello sport, ovvero quello di dire senza alcun filtro quello che pensa, tutte le piccole sciocchezze che gli passano per la testa.
E così nel corso degli ultimi due anni abbiamo dovuto sorbirci i suoi umori tardo-adolescenziali, la poca voglia di fare fatica e programmarsi, i dubbi sull’utilità di un allenatore, sulla sua passione per il tennis così contrastata da quella per il basket, la dichiarata mancanza di preparazione fisica.

In mezzo, quei lampi abbaglianti in mezzo al campo tra risposte di dritto e di rovescio che non ti aspetti mentre ciondola incapace di realizzare che sta facendo quello che ama.

È arrivato diversamente a questa stagione Nick, “lavorando come mai mi era successo prima”, merito probabilmente dell’età che avanza e di vicende personali che invitano a una maggiore stabilità (il tira e molla con la fidanzata Alja Tomljanovic pare essersi risolto positivamente dopo i presunti tradimenti della scorsa estate); non che questo prometta costanza e rigore ma fin qui ha portato a un titolo in stagione e al raggiungimento degli ottavi di finale nello Slam di casa, superando partite dure come quella contro Tsonga, trovando il modo di vincere quei punti importanti rimontando in situazioni nelle quali poco tempo fa avrebbe abbandonato per previsione di troppa fatica.

È vero che l’inizio di stagione è più semplice da gestire del resto, che potrebbe complicarsi per mancanza di voglia e problemi fisici, sconfitte inaspettate; è vero inoltre che l’avversario agli ottavi (Dimitrov, ndr) è uno scoglio durissimo che potrebbe arginare questa inaspettata smania di conquista. Kyrgios però rimane quello della sua generazione che costituisce questa bellissima divagazione su un tema prevedibile fatto di scambi a farfalla, rimbalzi simili, risposte noiose e volée non pervenute.

Con Nick non ti annoi mai. E oggi questo, in mezzo a tanti interrogativi, è una bella certezza.

L’altra certezza si chiama Sascha Zverev: la certezza di chi ormai è entrato nell’élite del tennis mondiale ma ha capito che i tornei dello Slam sono un altro sport. Uno sport che prevede la gestione di tre set su cinque oltre che fisicamente, soprattutto mentalmente.
Zverev perde da un ottimo Chung, vincitore delle NextGen Finals che però a livello professionistico non ha ancora fatto neanche la metà della strada del tedesco.

Forse Zverev avrebbe bisogno di un allenatore importante adesso, dopo un preparatore coi fiocchi, che gli permetta di programmare e gestire la stagione al meglio, dando priorità ai tornei dello Slam. Perché Sascha non rappresenta nessuna eccezione ma è garanzia di costanza e forza, di incarnazione del tennis moderno in un solo tennista.

E per contrasto di caratteristiche, quella con Kyrgios sarebbe la rivalità perfetta.