Federer e l’inarrivabile 20

I 9.58 di Bolt sui 100 metri, le 8 medaglie d’oro di Phelps a Pechino 2008, i sette titoli mondiali di Schumacher, la “doppia tripletta” dei Chicago Bulls di Michael Jordan e altro ancora. Quello che ha appena computo Roger Federer in questa assurda giornata australiana è semplicemente qualcosa che rappresenterà il K2 (montagna notoriamente più difficile da scalare) per le future generazioni. Per tutti questi giovani, per la Next Gen, probabilmente impossibile anche solo pensare di toccare questi numeri, di sfiorarli, di avvicinarsi, anche forse solo di pensarli. 

I venti slam vinti dallo svizzero sembrano un qualcosa di fuori dal mondo. Fa impressione solamente a nominarli, non c’è veramente altro da dire. Un anno fa ci stupivamo tutti come il diciotto avesse chiuso un cerchio per i 18 anni di carriera ineguagliabile, ma adesso Federer si è spinto oltre l’immaginabile. Già Wimbledon era sembrato il culmine, il venti, anche come numero, fa ancora più impressione. Se il 2 gennaio del 2017, quando torno a Perth, qualcuno ci avesse detto una cosa del genere, ci saremmo messi a ridere. “Si si, certo, come no, ma certo”, avremmo detto, con pacche generose sulle spalle di quel pazzo che osava dire un’eresia del genere. Ebbene sì signori, non era fantasia, non era una cavolata, adesso è realtà, pura realtà. Dopo Margaret Court, Steffi Graf e Serena Williams, anche un uomo è riuscito a rompere quel guscio che sembra non poter essere scalfito da nessuno. Lo ha fatto Federer, quando tutto, ma proprio tutto, sembrava dire altro.

A fine 2015 ci interrogavamo su quanti slam potesse vincere Novak Djokovic, su quando sarebbe avvenuto il sorpasso. Dopo Parigi 2016, Nole è rimasto fermo a 12, e ora dista ben otto titoli dallo svizzero. Ora c’era, e forse c’è, Nadal, l’ultimo che può insidiare questo primato, questo primato che questa notte alla Rod Laver Arena sembra ineguagliabile, irraggiungibile. Quando a fine 2016 Nadal e Federer si ritrovarono a Mallorca, ad inaugurare l’accademia di Rafa, tutti li guardavano come due dinosauri, due vecchietti pronti alle pensione.  Grazie ragazzi, ma ora lasciate spazio ad altri. 

Ed invece no, no, no. Dall’Australian Open 2017 solo loro hanno vinto gli slam, tornando indietro di 10 anni. E la striscia, la clamorosa striscia, continua. Chi verrà dopo di loro, dovrà fare un’impresa: non solo per battere i loro record, ma anche per essere amati e venerati come loro. Quando tutti siamo usciti dalla Rod Laver Arena, dopo le lacrime di Federer, abbiamo visto anche gli Stewart in lacrime, in ginocchio, come se avessero davvero assistito al discorso del Messia. “Non sappiamo se è l’ultimo anno, sa, e quello che ci ha regalato stasera e in questi anni… Non lo so, mi viene da piangere e non ho trattenuto le lacrime”, ci ha detto uno Stewart un po’ avanti con gli anni.

Chi verrà dopo Roger, chi verrà dopo Rafa e anche dopo Nole, Murray e Stan dovrà riuscire a far rimanere questo livello di innamoramento per questo sport che sarà pure del diavolo, ma che riesce ad essere bello, bello, bello come pochi. Abbiamo vissuto l’epoca dei Giganti, signori. Come scriveva Omero, che si era detto onorato di essere vissuto al tempo di Achille e di Ettore.

Specie in giorni, in momento come questo, quando vedi qualcuno compiere qualcosa che sembrava impossibile, che sembra irrealizzabile. È toccato a questo vecchietto, tennisticamente parlando, che sa perfettamente che il suo tempo sta finendo. Ma non ora, non ancora, non qui. E a tutti voi, che state o avete letto questo articolo, dico semplicemente di ricordavi, come ho letto in una dei milioni di post che hanno onorato Federer dopo questa vittoria, che quando siete tristi, quando non ve ne va bene una, ricordatevi che la terra è 384849 anni vecchia, ma voi siete nati nello stesso periodo di Roger Federer da Basilea. E stasera, e forse mai, questo non è poco.