Claudio Pistolesi: «Otto anni per dare forma al nuovo coach Atp. Ma ce l’abbiamo fatta»

Il trillo di WhatsApp porta con sé l’immagine di una Florida sotto zero, che da sola vale un ossimoro. Sotto il berretto di lana c’è Claudio Pistolesi. «Guarda chi c’è, laggiù», mi dice spostando la telecamera. Vedo i campi da tennis ordinati di Pontevedra Beach, dove Claudio vive, sposatissimo e, malgrado la lontananza, italianissimo. Vedo anche bambini che giocano. E c’è un maestro. «Lo riconosci?». No, ma so chi è, quanto meno lo immagino. «È Gottfried», mi conferma Claudio, che con Brian collabora da tempo ed è stato suo testimone di nozze. Un campione che allena dei ragazzini. Berretto a parte, l’immagine è di quelle che riscaldano i cuori.

Chiedo l’intervista a Claudio – siamo amici, dunque l’affrontiamo il più delle volte come una chiacchierata – per mettere a fuoco un altro ossimoro, più propriamente tennistico stavolta. Otto anni fa c’erano i coach, oggi c’è il coaching. E non è la stessa cosa. I coach non rappresentavano una categoria di lavoratori, i tennisti sì, già lo erano. La differenza non è da poco. Non appartenere a una categoria significa che ognuno si dà regole proprie, diverse dagli altri. Cambiano l’interpretazione del mestiere, i livelli economici, la possibilità di dar peso alle proprie richieste. Ognuno per sé, ma critiche per tutti. Si diceva, un tempo, che i coach insegnassero poco ai tennisti, e che molti di loro si accontentassero di svolgere lavoro da segretarie. Non era vero, ma la voce che girava era questa. Il coaching è invece una professione, ormai riconosciuta, rispettata, con le sue regole e i suoi diritti. Dunque, anche i suoi doveri.

Eccellenze italiane ne abbiamo anche nel tennis, e Pistolesi è una di queste. Fuori dal politicamente corretto che si richiede (quanto meno… si richiederebbe) a un giornalista, potrei dire che il coaching lo ha fondato lui. Ma finirei per commettere uno dei sette peccati capitali del giornalismo, quello di faziosità, e io – se vi va di crederci – tengo particolarmente alla retta via. Dunque mi limito a dire che Claudio è stato il primo a rendersi conto di che cosa avesse bisogno il mestiere di coach per assumere una forma moderna e definitiva, e che insieme ad altre menti ispirate, si sia fatto in quattro per dare fondamenta al nuovo mestiere, per offrirgli una casa, delle regole, una visibilità internazionale, mantenendo di fatto la leadership effettiva e morale del movimento, che si è tradotta – finora – in quattro mandati da responsabile dei coach nel Council Atp.

Claudio, tutto cominciò nel 2010.  Fai un passo indietro e racconta che cosa avvenne.
«Fino al 2009 la categoria dei coach non era riconosciuta dall’ATP, e per quelli che operavano in campo femminile la WTA nemmeno si era posta il problema. Non si discute, qui, sul fatto che i coach già fossero parte attiva del circuito. Dagli anni Novanta i giocatori più forti non hanno mai rinunciato ad avere un tecnico al loro fianco. Ma non esisteva niente di strutturale, men che meno di scritto, che definisse i diritti dei coach, la loro appartenenza a un preciso ambito lavorativo. Mi colpì un episodio, avvenuto proprio in quell’anno. Ero il coach del tedesco Michael Berrer, allora, e giunsi al torneo di Stoccarda un giorno prima di lui. Andai all’ufficio accrediti del torneo, ma non ne vollero sapere. Mi avrebbero accreditato, sì, ma solo quando si fosse presentato Berrer e avesse firmato per me. “C’è qualcosa che non va”, mi dissi. E badate, non si trattava di orgoglio ferito, anche se mi avrebbero potuto dare fiducia, visto che avevo allenato la Seles ed ero stato il coach di Sanguinetti, della Smashnova, e di Bolelli».

Insomma, il coach esisteva solo  per intercessione del giocatore. Come dire, vivevate di luce riflessa…
«È così. Eravamo un’emanazione del giocatore. Quanto meno, lo pensavano… Io ero nell’Atp dal 1986, e cominciai a fare un po’ di domande in giro: sono nel circuito da oltre vent’anni, anzi, il circuito non l’ho mai lasciato; prima ero giocatore ora sono coach, e come mai non posso entrare in un torneo? Domande che rivolgevo alla dirigenza ATP, e che non sono cadute nel vuoto. Mi hanno seguito, aiutato, sono stati bravi, lo dico senza piaggeria, che a questo punto non avrebbe neanche senso. Ma è stato piacevole vedere che la domanda ultima, quella cui tutti i miei ragionamenti inevitabilmente portavano, suscitava attenzione e insieme, le prime adesioni. E la domanda era semplice, a suo modo… Che cosa serve a questo punto per diventare coach ATP? Era una domanda che comprendeva tutte le altre che si potessero fare sul nostro mestiere. Di fatto, serviva una casa comune, e che questa casa facesse parte del comprensorio della stessa ATP».

Si apre a questo punto la stagione della fondazione. Dalle domande, si passa agli atti che hanno dato un volto nuovo al mestiere di coach.
«Sì, e devo dire che fu uno dei momenti più pieni e creativi che ho vissuto nel tennis. Presi in mano molte delle regole con cui l’ATP, negli anni, aveva unito e stretto a sé i giocatori. Le leggevo per capire com’erano scritte, quale fossero le parole scelte. Cercavo di fissare dei criteri di ammissione, che fossero unificanti e non irraggiungibili. Molto mi ispirò il regolamento che garantiva ai giocatori una pensione. Tentai i primi approcci regolamentari sulla falsariga di quello. Alla fine, la strada percorribile ci sembrò, a noi del Committee, quella che collegava il passato tennistico del coach, con la sua presenza effettiva nei tornei. Faccio un esempio: ai coach con un passato fra i primi 100 della classifica, servono per essere ammessi undici tornei da coach nell’arco di un anno, o ventidue challenger che per facilitare la prassi sono stati considerati la metà di un torneo del circuito. E così via… A chi ha avuto una classifica da 100 a 300 del mondo, occorrono 22 tornei o 44 challenger. C’è spazio anche per chi non abbia mai avuto una classifica ATP, ma servono 55 tornei. E sono tanti… Quel che conta, però, è che in tal modo veniva fissata la condizione di partenza per una casa comune. E ha funzionato».

Una casa nell’ATP, un responsabile nel Council, un regolamento cui aderire. E poi?
«Ovvio, una commissione che potesse vagliare le richieste da parte dei coach. Chiesi a Paul Annacone e a Marcos Gorriz di farne parte. Paul vanta una carriera da coach sulla quale non si può discutere: è stato al fianco di Sampras, di Henman, di Federer e da quest’anno segue Wawrinka. Inoltre conosce alla perfezione coach e strutture del Nord America. Marcos era il suo alter ego, ma per L’America del Sud. La Commissione affrontò con questa formazione i primi sei anni, poi i coach chiesero di poter esprimere con un voto le loro preferenze, e non nego che la richiesta mi rese davvero orgoglioso. Era la dimostrazione che il nostro gruppo volesse aggiungere elementi di convivenza democratica al suo processo di crescita. Stabilimmo dunque che insieme con l’elezione del Coach Representative, votato ogni due anni e membro del Player Council, si svolgesse dal 2016 una seconda votazione, per i membri del Coach Committee, che oggi sono Daniel Vallverdu che allena Dimitrov e Jan Vacek, ex tennista e anche ingegnere, un ragazzo davvero in gamba. Poi, quando nascono delle controversie, al comitato si aggiungono tre membri dello Staff ATP, fra i quali Giorgio Di Palermo che fa parte del Board, in modo che le decisioni siano corredate anche sotto l’aspetto legale».

Il coach ATP oggi figura in una lista,  che il sito atpworldtour pubblica di fianco  a quella dei giocatori…
«Sì, e non si tratta solo di un aspetto formale. La lista ATP è, di fatto, la nostra casa comune. Coloro che ne fanno parte – dai 42 iniziali sono cresciuti fino ai 140 attuali – sono in linea con i nostri canoni, dunque svolgono un vero lavoro da coach e possono partecipare alle nostre elezioni. Vi sono nomi importanti, i più importanti… Lendl, Toni Nadal, Cahill, lo stesso Annacone, Ljubicic. L’ATP, su nostra richiesta, ha reso pubblica la lista, l’ha inserita nel suo sito, facendo propria la struttura e la nostra esperienza. Questo ha permesso anche di corrispondere ai coach quei benefits che migliorano la qualità del nostro mestiere. I coach ATP oggi hanno un’assicurazione, se qualcuno si fa male in campo durante il proprio lavoro ha una copertura. Abbiamo anche un’assicurazione per i viaggi, e porte aperte nel settore dei giocatori, cosa che rende più facile il lavoro comune e lo scambio di idee con altri coach. Abbiamo dei loghi che ci distinguono, sul giubbotto, sul cappellino. E ancora… Organizziamo ogni anno tre meeting ufficiali dei coach, uno a Wimbledon e uno agli Us Open, l’altro a Indian Wells o a Miami. Un tempo, lo potete immaginare, i coach si parlavano nell’ascensore o nella hall dell’hotel; oggi possiamo confrontare in modo strutturale le nostre esperienze. Sono regole che ho fatto approvare a tutti i livelli ATP dal 2010 al 2012. È stato un lavoro enorme, credetemi… L’ATP ha capito che il settore dei coach andava disciplinato e io credo di aver posto sul tavolo le idee giuste. Poco ma sicuro… Eravamo dei fantasmi, ora non più».

C’è stato un lavoro di fondazione, non disgiunto però da un certo spirito sindacale. Ti trovi d’accordo su questo?
«Non del tutto. La spinta fondante è stata troppo forte, la percepivo come necessaria e doveva essere affrontata. Occorreva dare ai coach il diritto all’esistenza. Mi sono trovato a svolgere un ruolo da leader di questo movimento, più che da sindacalista. Poi, sì, ogni richiesta porta con sé una traccia di sindacalismo, ma il vero stimolo è giunto dall’idea di dare vita a un qualcosa che prima non esisteva».

Prossima tappa? La legalizzazione del coaching durante i match? Nei giorni della Next Gen si sono viste delle novità su questo fronte…
«Secondo me è un passaggio obbligato. Il coaching finora è stato sinonimo di multa. La parola usciva allo scoperto solo quando c’era da pagare. È un paradosso, ed è bene rimuoverlo. Che dire… Siamo in corso d’opera. Gli Us Open hanno operato il primo tentativo, alle Finali della Next Gen il contatto fra coach e giocatore prevedeva addirittura una sua scenografia fra telefoni e microfoni aperti, ora anche gli Australian Open si sono aperti al coaching durante le qualificazioni. Non c’è ancora niente di codificato, ma l’approdo non sembra più così lontano. E la cosa mi conforta, anche perché mi accorgo con piacere che molto del lavoro svolto non è andato disperso. Faccio un esempio. Agli US Open il responsabile delle Innovations è Eric Butorac, che è stato uno dei miei presidenti nel Council. Non è un caso che sia stato lui ad aprire le porte al coaching, ora che si è trovato a gestire il settore più innovativo dello Slam americano. Dal mio punto di vista è importante che passi questo concetto: il gioco del tennis può essere migliorato se nel corso dei match il coach può comunicare con il proprio giocatore».

Ed è una sorta di rivoluzione culturale, penso che tu lo sappia. Se l’intervento del coach cambia  il match – faccio solo un esempio – entra a far parte della stessa narrazione di quell’incontro.  I giornalisti ne dovranno tener conto. Il consiglio  del coach equivarrà a un colpo vincente.
«Aumenteranno le responsabilità dei coach, su questo non c’è dubbio. I consigli dati potranno migliorare il quadro di un match, ma anche peggiorarlo. E i consigli tattici saranno più evidenti di prima. Ma vedo solo cose positive, in tutto questo. Credo che alla lunga sarà una sfida che migliorerà la nostra categoria. Ma non dimentichiamo che il tennis ha una lunga tradizione nel coaching, che viene dalle Coppe, la Davis e la Fed Cup».

In questo aspetto del coaching è giunta per prima  la Wta, che da qualche tempo permette il contatto fra coach e giocatrice durante i campi di campo. Il motivo?

«Sono stati coraggiosi, non c’è dubbio. Ma complessivamente il circuito femminile si è mosso sui coach con un po’ di ritardo rispetto al maschile. Il percorso che ho avviato nell’Atp otto anni fa, la Wta lo ha preso in considerazione solo negli ultimi due anni. Sapranno recuperare, non ho dubbi. Intanto, sullo scambio di informazioni in campo fra coach e giocatrici, sono stati primi. Tanto meglio. Quello che m’interessa di più è che anche nel tennis maschile cada questa barriera».

Molte delle tue riflessioni su quanto fatto  sono accompagnate dalla parola “orgoglio”…
«Su queste vicende, sì, è il sentimento che più mi appartiene. Credo che il progetto abbia preso forma nei modi giusti, il lavoro è stato enorme, ma le scelte fatte sono di valore. La creazione della lista, del Committee, delle regole di appartenenza, la crescita dell’importanza dei coach, i meetings, le elezioni, che finalmente sono diventate un mezzo di espressione dell’intera categoria. Orgoglioso, certo… Alle ultime elezioni ho battuto Mouratoglou, Vallverdu: come potrebbe non riempirmi di orgoglio la fiducia che mi danno i colleghi coach? Provo orgoglio anche quando viene votato, sempre dai coach in lista, e premiato il Coach dell’anno. Un award che fino al 2016 non esisteva».

E in fondo puoi sempre dire di aver lavorato in questi anni al fianco di Federer…
«E non solo di lui… Ma anche di Nadal, e ora di Djokovic che è il presidente del Council, e di Murray, di Gonzalez, di Wawrinka. Grandi persone, prima che grandi giocatori. Con le quali è stato facile, per me, avvertire una consonanza, che era negli stessi intenti del lavoro comune che è stato svolto. Ho visto Federer, negli anni della sua presidenza, battersi con coraggio e impegno per i prize money dei tornei dello Slam, un argomento che personalmente lo toccava poco, ma lo faceva in nome di tutti, e lo considerava un grande obiettivo per la comunità dei tennisti. Io non ho mai avuto presidenti, tranne il presidente della Repubblica Italiana, quello dell’ATP e… il presidente della Roma Calcio… (ride). Ma quando mi sono trovato davanti Federer, che volete, chiamarlo presidente era il minimo che potessi fare. Mi sentivo come Lancillotto accanto a Re Artù… E Roger ha sempre fatto suo il concetto di “servire l’ATP”, che è lo spirito guida dell’associazione. Ma al di là di tutto, l’aspetto più bello viene dalla sensazione di far parte di una storia, una storia importante. Tutti quei grandi tennisti che hanno fondato l’ATP, da Stan Smith a Newcombe, da Drysdale ad Ashe e Panatta, li ho conosciuti e frequentati da vicino. Poi è toccato a me fare qualcosa per i coach. Ai ragazzi dico sempre di conoscere la storia dello sport che praticano. In fondo, l’ATP nasce da un principio di libertà e indipendenza, e non esiste niente più bello di questo».