Vinci unica in un mondo di sparapalle? Non esageriamo…

Uno dei luoghi comuni più stantii e ingiusti del tennis femminile è quello che al di là di pochissime giocatrici, tutte le altre sono delle sparapalle in grado di tirare solo delle gran botte.

“Spara”, “picchia”, “aggredisce”. Se non fosse che ci stiamo riferendo ad una partita di tennis, qualcuno potrebbe anche insospettirsi. Invece è la maniera più comune per tutti quando ci si riferisce al tennis femminile: “Quella è una sparapalle”, “quell’altra non sa far altro che picchiare sulle righe”, “lei è in grado solo di aggredire”. Il concetto torna soprattutto in auge quando parliamo della questione in un confronto con Roberta Vinci, esaltata e onorata un po’ ovunque in quel viale del tramonto definitivamente intrapreso e che ci porterà, tra 5 mesi, al saluto finale al Foro Italico.

Roberta mancherà, non serve un mago per scoprirlo, perché oltre al tennis di altissimo livello che ha saputo offrire sia in singolare che in doppio ha anche un carattere aperto, solare, divertente, e non vederla più nelle conferenze stampa mentre scherza con chiunque le capiti a tiro sarà qualcosa che si farà sentire e non sarà facile abituarsi. Il punto è: la tarantina viene considerata come una specie in via d’estinzione, perché sono in poche quelle che trattano la palla con la stessa cura. Lei ha fatto spesso l’esempio di Agnieszka Radwanska, soprattutto dopo il loro super match a Doha nel 2016, ma spesso questo ragionamento ci ha portato (tutti) ad un’esagerazione, convinti che oltre un tennis vario ci sia soltanto la giocatrice progettata con lo stampino, quella idealmente alta, magari bionda, con colpi potenti e uno stile di gioco talmente aggressivo da definirlo “sparapalle”, perché non si sa mai se il colpo possa terminare dentro il campo o fuori di metri, se non proprio sui teloni. Aggiungendo al cognome il suffisso -ova il gioco era fatto, no?

Fosse così banale, il tennis femminile… La verità è un’altra: tra 0 e 1 ci sono infiniti numeri decimali, sfumature di gioco che forse non siamo in grado di cogliere. O forse non vogliamo cogliere? La narrativa del tennis femminile composto solo di grandi picchiatrici è allettante, più pigra, più semplice da riportare per una categoria a cui si dedica sempre poco tempo e spazio, anche in confronto con quella maschile. Chi ha voglia di spiegare che se Ostapenko vince il Roland Garros con un gioco molto aggressivo (non sparapalle, perché è stato il leit motiv di 2 settimane, 7 partite, 19 set conditi da 299 vincenti) e rimontando in finale da 4-6 0-3, 1-3 al terzo, contro una giocatrice estremamente più solida come Halep sia una vera impresa e non uno sperpero da parte della rumena? Nel tennis di oggi la solidità vince quasi sempre sull’aggressività e nelle rare occasioni in cui capita l’opposto è solo merito di chi ribalta il pronostico. Chi spiega, più semplicemente, che il gioco di Carla Suarez Navarro è tutt’altro che quello di una picchiatrice? Che Sloane Stephens è potenzialmente una delle giovani più complete e lei nasce come giocatrice di attesa (o contenimento) ma è capace di variare a piacere durante lo scambio? Che Caroline Wozniacki rimane una giocatrice che fa della solidità, non della potenza, una sua forza? Sono solo i primissimi nomi di un universo che si allarga sempre più. Quello che serve è cominciare a realizzare che il luogo comune di sole (o quasi sole) “picchiatrici” è una inesattezza grave.

Forse si dovrebbe precisare che gli stili di gioco non sono poi così diversi, ma anche lì si va fuori strada. Simona Halep usa pochissimo lo slice, eppure non può inserirsi nella categoria delle giocatrici aggressive per indole perché muove il gioco accettando lo scambio ma spostando costantemente la sua avversaria e cercando profondità o esaltandosi nelle difese fino a trovare i passanti migliori. Tra l’altro, Serena Williams se non è al meglio della condizione soffre particolarmente le partite contro Halep, Wozniacki e Kerber, quando la sua potenza (lei sì ne fa un cavallo di battaglia) si contrasta con la grande solidità delle avversarie. Poi dire che possa perdere rimane un passo in più non sempre immediato, ma quelle sono situazioni che all’americana piacciono poco o nulla, dove può essere costretta ad accelerare 4-5 volte prima di vedere il punto finire. Serena ha spesso sofferto una Halep in ottima forma, lo stesso dicasi per Wozniacki, contro Kerber addirittura ha perso una finale Slam (e non c’era alcuna parvenza di infortunio).

Nell’esempio numerico di prima parlavamo di 0 e 1. Per usare una terminologia anglosassone, 0 è la “pusher”, cioè la colpitrice, mentre l’1 è la “basher”, l’estremo, la picchiatrice. Come detto, però, la situazione è ben più varia. Ci sono quelle più solide, con un tennis che ha come indicatore un numero non molto alto di vincenti ma che ottengono tanto dalla capacità di trovare profondità e di mantenere un ritmo alto al palleggio, così pure portare le avversarie fuori dalla loro posizione di comfort, quella che nelle scuole tennis viene indicata come la situazione più favorevole. In questo insieme abbiamo: Halep, Wozniacki, Kerber, Radwanska come esponenti principali, ma anche Svitolina, Kasatkina, Suarez Navarro, Errani, Stephens che come detto ha le capacità per interpretare ogni fase di gioco, persino Maria (Tatjana). Potremmo anche aggiungerci Dominika Cibulkova anche se la slovacca è perlopiù una giocatrice offensiva ma nei momenti in cui è fuori forma, come nel 2017, il suo tennis diventa un palleggio continuo come se volesse riprendere le prime abitudini che aveva nei primi tempi in cui giocava a tennis: ributtare la palla al di là della rete. C’è poi un detto: “Pushers don’t win Slam” (“le colpitrici non vincono uno Slam”). Tra loro solo Kerber e Stephens hanno vinto Major, 3 in tutto, nei migliori momenti della carriera dove ad un gioco basato su un punto di partenza difensivo aumentavano i rischi e divenivano più aggressive senza però snaturare particolarmente la loro natura.

Come giocatrici aggressive dotate di un tennis potente abbiamo: Sharapova, Ostapenko, Sabalenka, Karolina Pliskova, Garcia, Serena e Venus Williams, Goerges, Pavlyuchenkova, Osaka, Safarova, Stosur, Kvitova, Lucic Baroni, Kontaveit, Cirstea, Konjuh, Barthel, Giorgi, Puig, Rogers, Kanepi, Alexandrova, Duan, Bouchard, Dodin, Cepede Royg. Abbiamo preso in considerazione l’intera top-100 per mostrare che a conti fatti arrivano ad essere circa un quarto delle presenti. Un numero alto, ma che rimane piuttosto contenuto. Questo perché in mezzo ai due schieramenti abbiamo tante giocatrici che possono variare tipologia di gioco durante il match e Timea Bacsinszky è forse l’esempio migliore: di rovescio colpisce e col dritto lavora il punto, decine di smorzate a set, enorme capacità di sacrificio in difesa, ma non può essere considerata una “basher” e neppure “pusher”, ma una terza categoria che comprende alcune protagoniste come Gavrilova, Cornet (che ha meno estro del gruppo, ma rimane molto abile nel cambio di impugnatura e non è assolutamente una “basher”), Sevastova, Schiavone, Golubic. Francesca sarebbe da inserire in una nuova categoria per l’estro delle sue giocate, in cui aggiungeremmo volentieri Laura Siegemund, forse ancor più offensiva della milanese. La tedesca è materia per pochi conoscitori, come detto, e pur con un carattere molto particolare (non pochi i problemi avuti con le colleghe) sa far divertire il pubblico riempiendo le avversarie di smorzate, lob, e attacchi senza sosta. Purtroppo questi suoi schemi hanno la miglior realizzazione su terra, dove ha più tempo per impattare. Come loro, Kristina Mladenovic: offensiva, ma non può essere una picchiatrice perché ha ottime variazioni e poche abusano della palla corta come fa lei, che ha più volte dichiarato di amare quel colpo. Aleksandra Krunic, nonostante alti e bassi che fino ad ora si sono fatti notare parecchie volte, compensa un fisico piuttosto leggero con tanta qualità in un gioco mai banale. Magdalena Ryabrikova: pochissima potenza a favore di un tennis molto più leggero e vario, risalita da oltre le prime 400 a ridosso della top-20. Ultima nominata di questo gruppo non può che essere Monica Niculescu, da tanti mal digerita a causa di slice continui di dritto e rovescio ritenuti “orrendi”, ma che l’hanno portata fino al numero 3 del mondo da junior e alla finale di Wimbledon (doppio). In termini di varietà sa fare più di qualsiasi altra, ma il suo stile non troppo ortodosso fa sì che non sia mai apprezzata a pieno.

Ci sono poi le giocatrici potenti ma che possono usare variazioni importanti e armi a sorpresa: CoCo Vandeweghe, che ha tanta potenza nel braccio e potremmo definirla “basher”, sa però come muoversi lungo il campo per approcciare la rete e giocare al volo, usare lo slice, servire in tanti modi diversi a seconda del momento; Asheligh Barty, un po’ “basher”, ma nel suo gioco c’è una varietà di colpi molto evidente, oltre che una enorme capacità di servire in maniera efficace nonostante l’altezza sia un possibile problema. Il rovescio può fare la differenza in molte occasioni e la velocità di braccio per impattare col dritto è eccezionale, non per nulla è arrivata fino al 17 del mondo; Siniakova è un altro esempio perfetto, perché colpisce abbastanza forte, ma gioca spesso slice di dritto e rovescio e sta facendo bene anche in doppio, ma il suo stile è molto distante da Roberta così come dalle prime 2 elencate qui.

Vesnina è aggressiva, ma picchiatrice? No, proprio no. Rovescio inappuntabile (sinonimo per tutta la scuola dell’est europa) con però grandi capacità di variazioni e discese a rete. Da questo punto di vista la compagna di doppio Ekaterina Makarova è molto più basata sulla potenza da fondo campo, più “basher”. Questo è solo una piccola parte dell’insieme di quelle che tutti, nessuno escluso, definisce unicamente come “picchiatrici”.

Vinci non è la sola a giocare slice e anzi, per usare una provocazione (perdonaci Roberta) lei non ha un tennis così vario perché il rovescio coperto non lo gioca ma da quel lato è in grado solo di manovrare con lo slice. Certo però che con quel colpo ha fondato una carriera destinata a passare agli archivi di storia. Molte delle altre non avranno quella stessa maestria, ma allo stesso modo sanno farsi riconoscere senza passare per “sparapalle”. L’universo è vario, anche nella WTA, e senza accorgetene puoi ritrovare un giorno Maria Sharapova fare serve & volley sul terreno più insidioso che ci sia (la terra umida di Parigi) contro l’avversaria che in carriera ne ha giocati una marea (Justine Henin).