La rincorsa agli allenatori: un bene per i tennisti o solo più confusione?

Siamo in off season e si pensa solo ad allenarsi, tornare al meglio e organizzare la stagione successiva. Se negli anni passati il tennista pensava soltanto a se stesso da qualche anno a questa parte deve pensare a tutto il suo seguito o staff che dir si voglia.

Capita sempre più spesso che i giocatori si facciano accompagnare da parenti, amici, mogli, restando nella sfera privata, ma si sono ingrossate anche le fila della sfera professionale e quindi vediamo in giro per il mondo con i giocatori nei vari box allenatori, preparatori atletici, incordatori e chi ne ha più ne metta.

I top player sicuramente sono delle aziende e danno lavoro a tante persone, sicuramente più di quante se ne vedano, ma ci viene il dubbio che si stia un tantino esagerando. Ricordiamo Federer che in vari tornei della carriera si faceva accompagnare da Pierre Paganini suo storico preparatore atletico, ma che bisogno c’era di portarselo dietro ad ogni torneo?

In stagioni più recenti è stato Djokovic ad innovare ancora una volta il concetto di seguito, sempre restando in ambito ‘professionale’, facendo sedere nel box il guru. Una persona lì apposta per seguire Nole dal punto di vista mentale e soprattutto extra-tennistico.

Sempre con Federer poi, ma in ambito femminile sicuramente per motivi differenti, abbiamo cominciato ad avere la figura del doppio allenatore. Luthi, allenatore storico, è stato affiancato dai vari Higueras, Annacone, Edberg e in ultimo Ljubicic. Nel femminile invece capitava più spesso di vedere la figura del padre, allenatore della tennista a livelli junior, che affianca quella del coach vero, l’allenatore da professionista della stessa giocatrice.

Adesso la situazione è completamente esplosa da qualche anno, ricordiamo sempre l’ex numero uno del mondo serbo Djokovic farsi accompagnare da Vajda e Todd Martin, adesso sulla sua panchina siedono Agassi e Stepanek, il ceco come allenatore in seconda, con Marian Vajda che ha lasciato solo a maggio di quest’anno. Risponde Zverev che tra il padre che lo accompagna da anni, il fratello Mischa che quando non gioca lo segue e da qualche mese Juan Carlos Ferrero si porta appreso ad ogni torneo una carovana di gente. Lo stesso Nadal con lo zio Tony, però in uscita, e Carlos Moya che l’ha seguito in tutta questa stagione, forse per prepararsi alla staffetta?

Restiamo sorpresi per due motivi. Il primo luogo, certi allenatori tra loro quando erano giocatori avevano stili differenti, quindi non creano confusione al loro assistito? In secondo luogo, la figura del coach nel tennis non ha mai avuto un ruolo così attivo durante i match. Può allenarti in off-season, può darti i consigli prima, può rivedere con te gli errori dopo l’incontro, ma durante il match – tranne che nel femminile e nel torneo NextGen – non può comunicarti nulla perché violerebbe le regole.

Ci si chiede a questo punto se la situazione coach non stia sfuggendo di mano e quale sia realmente la funzione di un coach di tennis di un giocatore di alto livello e crediamo di avere una risposta. L’allenatore nel tennis, arrivati ad un certo livello, serve più a darti indicazioni o comunque smuoverti qualcosa nella testa, piuttosto che spiegarti come giocare i colpi e correggerti i movimenti di alcuni di questi.

Pensiamo al lavoro di fiducia che probabilmente ha fatto Ivan Lendl con Murray per fargli vincere gli Slam o quello svolto prima da Edberg e adesso da Ljubicic per permettere a Federer in età avanzata di sfruttare al meglio le sue qualità offensive. Chiaro però che tutto ciò funziona se è solo uno a dettare la linea, ma nel caso di più coach o più figure professionali che vanno ad incidere sulla mente già contorta (perché così è) dei vari giocatori? Forse si sta esagerando, forse il tennis sta avanzando in una nuova fase, dovremmo attendere l’inizio della stagione e l’assegnazione dei primi titoli per capire se questa rincorsa alla figura professionale, anche doppia, porterà risultati tangibili.