Wawrinka racconta a 'Le Matin' la sua finale dello US Open: "Ho avuto attacchi di panico, ho dovuto farmi ancora più male per non pensare al dolore"

TENNIS – Di Diego Barbiani Uno Stan Wawrinka molto sincero si racconta sulle colonne del quotidiano Le Matin Dimanche. “In molti mi chiedono come quella sera sia stato in grado di scendere in campo (il riferimento è alla finale dello US Open vinta contro Novak Djokovic, ndr) quando 5 minuti prima sono stato colto da […]

TENNIS – Di Diego Barbiani

Uno Stan Wawrinka molto sincero si racconta sulle colonne del quotidiano Le Matin Dimanche. “In molti mi chiedono come quella sera sia stato in grado di scendere in campo (il riferimento è alla finale dello US Open vinta contro Novak Djokovic, ndr) quando 5 minuti prima sono stato colto da un attacco di panico e cercavo di trattenere le lacrime, senza riuscirci”.

Comincia così lo scritto del n.3 del mondo, che per la prima volta parla apertamente di problemi vissuti quella serata prima e durante il match, quando, come dice nel titolo, “la mia unica soluzione era soffrire”. 

“Con 23.000 spettatori presenti e telecamere ovunque, questo non era scontato. Così io ho dovuto nascondere la mia condizione. Ero vicinissimo al punto in cui sarei esploso, avrei lasciato uscire tutto quello che mi tormentava, come ho detto in conferenza stampa, e probabilmente sarò apparso orribile”. Poi continua: “Come ho fatto? Ve lo spiego: mi sono detto di dovermi far del male. Cercavo di allungare gli scambi il più possibile, un colpo in più, per far muovere le mie game e non il mio pensiero. Ho spinto la mia volontà finché non sono arrivato al limite. Una volta passato quel punto, la mente non era più in grado di pensare”.

Si passa poi alla partita: “Durante il primo set mi chiedevo come riuscissi a resistere, ad andare avanti in quello stato. Quando sono così nervoso, la fatica si faceva sentire sempre più forte! Ed entrambe le mie gambe mi facevano un male tremendo… Ad un certo punto ho guardato il mio angolo urlando loro: “Non ce la faccio più! Sono morto… Le mie gambe sono morte!”. Mi stavo facendo un male enorme, mi stavo spingendo oltre il limite, tanto che ad un certo punto sono riuscito a smorzare tutte le voci che c’erano nella mia testa. Ora ve lo racconto col sorriso, ma non potete immaginare come quelle voci possano essere talvolta insistenti. Con tutto quel dolore non stavo più pensando ad altro, ed ho pure cominciato a giocare bene, a far andare il rovescio ed il servizio”.

Poi alla decisione sui prossimi mesi: “Devo far riposare il mio corpo (lo chiama “la mia macchina”). Quando vinci un torneo dello Slam, raggiungi un insano livello di emozioni che non si può spiegare. Entri in un nuovo “status”, ed è talvolta difficilie recuperare, riunire tutto insieme”.

Infine: “Si dice spesso: “Mi sono cancellato da Tokyo, l’avrete visto. Son tornati a farsi sentire un po’ di infiammazioni e di dolore, e devo trattare prima loro perché non possiamo sempre farci soffrire. In più, non voglio farvi pensare al termine di questa lettera che io sia un masochista, chiaro?”